Dieci anni fa |Poliphemo Taurasi di Luigi Tecce 2007 e Pietramara Fiano di Avellino 2007

12/6/2017 1.4 MILA
Pietramara Fiano e Poliphemo Taurasi 2007
Pietramara Fiano e Poliphemo Taurasi 2007

Pranzo domenicale tra amici, si rovista nei ripostigli e si lancia il come eravamo dieci anni fa. Magari! Al massimo della potenza. Come questi due vini irpini che confermano ancora una volta le potenzialità enormi di questo territorio a cui basterebbe poco per dominare la scena italiana, almeno sui bianchi.
Fiano di Avellino 2007 Pietramara è infatti un base, passateci il termine, e I Favati, piccola azienda a conduzione famialiare di Cesinali.
Ormai non è più una sorpresa trovare questi bianchi in perfetta forma, lontani da ogni rischio ossidativo, freschi e pimpanti. E’ una sopresa godere invece della evoluzione olattiva che regala questo vitigno, dall’agrume alle note sulfuree, dalla conserva di frutta bianca alla macchia mediterranea. Messi alla cieca in una batteria di Borgogna farebbero davvero un bella figura, con la differenza che una bottiglia del genere dieci anni fa costava poco più di sette euro in uscita dall’azienda.

Ecco le nostre note pubblicate sul Mattino nel 2008
La 2007 è per i bianchi l’annata dal doppio volto: c’è chi ha pensato poco all’acidità e dunque si ritrova vini già pronti, fruttati, da consumare non troppo a lungo nel tempo. Poi c’è chi ha lavorato un po’ di anticipo per fronteggiare il caldo della seconda metà di agosto, impegnandosi in vigna e poi in cantina cercando la complessità. Chi, come le aziende irpine, lavora in zone più fresche e in quota, ha molte promesse da mantenere. è il caso de I Favati, la piccola azienda dei fratelli Giancarlo e Piersabino e di Rosanna Petrozziello, da sempre caratterizzata da una buona produzione di Fiano, oltre che di Aglianico. La collaborazione con Enzo Mercurio ha ulteriormente tonificato questo bianco conferendogli eleganza e sapere territoriale. Ma non basta: finalmente è partito il progetto di uscire con una piccola riserva, termine non consentito dal disciplinare che si chiama Pietramara Etichetta bianca, ricavata dalle uve del versante Nord della proprietà nel comune di Atripalda, che sarà messa in vendita tra qualche mese e che è stata degustata in anteprima la settimana scorsa. Nel frattempo è il caso di fare i conti con il Pietramara 2007, un Fiano classico, sicuramente più equilibrato del 2006 la cui freschezza domina indiscussa tutta la beva lasciando poco spazio ad altre considerazioni olfattive e gustative. In questo caso, invece la frutta, l’acidità, la struttura e l’alcol appaiono molto ben equilibrati e molti predicono una ulteriore evoluzione migliorativa. Un dato è certo: a un anno dalla vendemmia questo bianco, adatto a tutta la cucina di mare, ai piatti tipici della Vigilia e delle Feste, è nel pieno della sua forma. L’ennesima conferma di come sia importante saper aspettare almeno con i il Fiano e il Greco prima di stapparne una bottiglia e di quanto sia dannoso anticiparne il consumo, come purtroppo spesso avviene in Campania, addirittura prima dell’estate. Noi ci auguriamo che i produttori di Fiano e Greco imparino da quello che stanno facendo i loro colleghi del Soave e del Verdicchio, i veri competitor da sorvegliare con attenzione. In quei territori le aziende stanno lavorando in profondità, uscendo con annate sempre più vecchie e ricche di fascino, o in orizzontale, con la creazione di veri e propri cru, ossia di vini fatti con le uve di una sola vigna. In Irpinia purtroppo questo discorso è molto duro da far passare, i piccoli imitano le grandi aziende e fanno tutto, dalla Falanghina al Taurasi, senza capire che questa scelta è strategicamente suicida sul piano commerciale. In un mercato ormai più che maturo, resisterà solo chi ha avuto la capacità di specializzarsi. Vale per le persone come per i vini.

Poliphemo Taurasi 2007 di Luigi Tecce conferma che aprire un rosso irpino dopo dieci anni è il minimo sindacale. E se abbiamo avuto piacere ad aprire il Fiano dobbiamo dire che un po’ ci siamo pentiti di stappare questa bottiglia dai toni così giovani. Grande pulizia olfattiva di frutta croccante, annunciata del resto da un colore rosso rubino vivo e luminoso, beva agile e potente allo stesso tempo, scattante, sapida, fresca con una chiusura amaricante molto piacevole. Un vino all’inizio della sua evoluzione.
Ed ecco invece le mie note del 2012 sul Poliphemo 2007 nelle quali predico 20 anni ma non mi sono ascoltato ieri:-)
Rispetto al primo assaggio, fatto nella confusione della disfida del soffritto organizzata dalla condotta Slow Food Valle dell’Ufita-Taurasi, il vino sembra aver allungato il passo, si è un po’ stirato, allungato. L’impatto dovuto alla notevole materia è in qualche modo attutito da un rinnovato ruolo dell’acidità che sembra aver ripreso il filo del discorso. Un modo scontato nell’Aglianico, ma iniziato sottotono nei primi mesi di bottiglia.
Lo proviamo come va bevuto: nella magia del monastero Santa Rosa a Conca dei Marini, su un piatto di agnello di Christoph Bob e va la sua grande figura.
Prevale decisa la frutta, il vino appare molto meno scontroso del 2006, il mio preferito al momento, ma comunque di carattere. L’allungo sulle note fruttato è dato dal carrubo, dall’arancio, da un lampo di china inaspettato, dai toni tostati e di cenere. In questa bottiglia c’è la sensibilità di Luigi Tecce per l’uva e per il facimento del vino. Non ci resta che attendere davvero molto a lungo. Venti anni sono pochi per questo vino.

Conservare queste bottiglie con pazienza regala soddisfazioni enormi. L’attesa fiduciosa vale il risultato.

 

Un commento

    marco

    (13 giugno 2017 - 10:39)

    che bello ……leggere tutti quei “NO” …..dietro la bottiglia ……….. oltre che …….a poterlo bere ovviamente!!

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