Fatalone Primitivo Riserva Gioia del Colle Doc 2006 Pasquale Petrera

4/11/2020 1 MILA
Fatalone Primitivo Riserva Gioia del Colle Doc 2006 Pasquale Petrera
Fatalone Primitivo Riserva Gioia del Colle Doc 2006 Pasquale Petrera

di Enrico Malgi

Uno dei compiti specifici che mi gratifica particolarmente è quello di poter assaggiare vini di grande spessore e caratura, che col passare del tempo migliorano sempre più prima di arrivare al traguardo finale. Come questo Fatalone Primitivo Riserva Gioia del Colle Doc 2006 di Pasquale Petrera che ho ridegustato a distanza di sette anni e che, come cartina di tornasole, ha dimostrato di essere ancora molto pimpante. E questo a conferma di quanto avevo vaticinavo allora di un “futuro ancora lungo”, come è puntualmente successo.

Controetichetta Fatalone Primitivo Riserva Gioia del Colle Doc 2006 Pasquale Petrera
Controetichetta Fatalone Primitivo Riserva Gioia del Colle Doc 2006 Pasquale Petrera

Il nebbioleggiante colore nel bicchiere è estremamente vivo ed attraente La fierezza aromatica è rimasta intatta, anzi è anche migliorata ricca com’è di un’energia scalpitante e seducente. E così anche il cioccolatoso sorso che si dimostra più complesso, avvincente, persistente e pieno. Palato caldo, sensuale, intrigante, morbido e chiaramente fresco e che si avvale poi di una trama tannica ben tessuta ed evoluta. Sprint finale paradisiaco ed infinitamente appagante. Un gran bel vino davvero che ha resistito al tempo con grande nonchalance com’è nelle corde di questo straordinario vitigno autoctono pugliese. Penso che possa durare ancora per qualche anno prima di arrivare allo zenit. Da abbinare a selvaggina e formaggi stagionati.

 

Scheda del 16.10.2013

Azienda Agricola Petrera Pasquale

Uva: Primitivo

Fascia di prezzo: 18,00 euro in enoteca

Fermentazione e maturazione: acciaio e legno

Vista 5/5 – Naso 27/30 – Palato 27/30 – Non omologazione 31/35

 

Esistono alcune bottiglie di vino in ogni parte del mondo che sono destinate a lasciare una traccia indelebile del loro passaggio e della loro magnificenza. Esse sanno raccontare attraverso ogni sorso la storia del territorio di provenienza e della gente che vi ci abita; degli uomini coraggiosi deputati alla loro produzione, che mediante gesti usuali, faticosi e ripetitivi hanno compiuto il miracolo; le infinite emozioni che trasmettono tutte le volte che si viene a contatto con esse; l’attimo fuggente, seppur ludico, che ci ricorda il tempo che scorre ineluttabile verso la fine del nostro essere, quando non potremo più godere di simili privilegi. E non bisogna andare troppo lontano per scoprire questi tesori, simili alle perle dell’immaginifico Fedro, basta girare l’angolo ed oplà ci si imbatte in una di queste etichette meravigliose, come per esempio Il Primitivo (anzi U’Pr’mat’ve com’è scritto sulla controetichetta) Fatalone Riserva 2006 Gioia del Colle Doc di Pasquale Petrera, che all’ultima edizione di Radici del Sud ha ottenuto il primo posto da parte della giuria internazionale. Mi ricordo che proprio in quella occasione ho trascorso una serata memorabile durante la verticale di questo vino dal 2008 al 2000 alla presenza di esperti provenienti da ogni angolo della terra, che ho poi cercato di raccontare per questo blog.

Ed allora, a distanza di qualche mese, eccomi nuovamente alle prese con questo nettare vanto di Filippo Petrera e di suo figlio Pasquale, che rappresentano la prima azienda vitivinicola che ha avuto il merito di imbottigliare nel 1987 il Primitivo Gioia del Colle in purezza. Qui si pratica un’agricoltura rigorosamente biologica senza irrigazione, con inerbimento spontaneo e sovescio. Il sistema di coltivazione della vite è quello tipico ad alberello, su un terreno posto in collina a 365 metri di altezza e con la vendemmia effettuata a metà settembre.

Dopo la fermentazione e la macerazione a temperatura controllata e senza l’ausilio di lieviti selezionati e la malolattica naturale, il vino transita in contenitori di acciaio per un anno, passa altrettanto tempo in botti grandi di rovere di Slavonia ed è poi elevato in boccia per ulteriori sei mesi. La gradazione alcolica arriva a toccare i 15° C.

L’esame organolettico di questo millesimo non si scosta granché dall’ultimo assaggio del maggio scorso a Radici, a cominciare dal colore che nel bicchiere fa risaltare un cromatismo rosso rubino intenso, come una tela di Tiziano, con palpitazioni più chiare ai bordi. L’impatto olfattivo è subito e decisamente inebriante, con profumi sottoboscosi di ribes, lamponi e mirtilli e frutta rossa di stagione, come le ciliegie e le prugne, seguito poi da nuances piacevolmente floreali, speziate di chiodi di garofano, pepe nero e noce moscata e da tocchi tostati e balsamici percepibili in sottofondo. In bocca il sorso si stende languidamente sulla lingua come un amante sul talamo nuziale e comincia subito a flirtare col palato, mentre il cavo orale gli regge il moccolo. Oh caspita qui si suda dal gran caldo, bisogna subito levare il lenzuolo! L’elevata alcolicità comincia a fare effetto. Per fortuna viene in aiuto l’ottimo grip di acidità che, come un fireman newyorchese, spegne il fuoco con secchiate di freschezza sulla lingua. Intanto il tannino non spaventa affatto, perché è già bello risolto. Ad abundantiam si aggiungono eleganza, equilibrio, finezza, struttura, corposità, sapidità e mineralità e si finisce poi con un godibile e persistente retrogusto ammandorlato tipico di questa varietà dell’areale gioiese. Futuro ancora lungo. Per un abbinamento ottimale suggerisco di provare con un piatto di pasta al ragù, selvaggina e formaggi stagionali come il pecorino delle Murge. Prosit!