Fiano di Avellino 2010 docg, Rocca del Principe |Garantito igp

5/3/2020 1 MILA

Fiano di Avellino 2010 Rocca del Principe

Fiano di Avellino 2010 Rocca del Principe
Fiano di Avellino 2010 Rocca del Principe

Fiano di Avellino 2010 di Rocca del Principe: il bianco di una azienda perfetta di un’annata perfetta nel comune perfetto provato dopo dieci anni. Prima o poi questa bottiglia si doveva stappare e, come capita subito dopo che hai venduto un’azione, ti penti perchè il prezzo continua a salire. Siamo a Lapio, un piccolo comune della provincia di Avellino in continuo calo demografico da 70 anni. Un tempo le sue colline a 500 metri sul livello del mare, erano coperte da una coltre di neve in inverno e avvolte dalla nebbia per gran parte dell’anno (le ricordiamo le prime visite negli anni ’90 dove ogni curva era un’avventura), adesso con il riscaldamento globale le cose sono cambiata progressivamente, e irrimediabilmente, a partire dal nuovo millennio e la 2010 è quella che si può definire un’annata calda, anche se molto ben equilibrata dalle piogge arrivate nei momenti giusti e da una primavera non afosa.
Mariarita, Martina e Simona sono giovani e molto probabilmente avrebbero abbandonato anche loro il paese come hanno fatto tanti loro coetani se ne 2004 i loro genitori, Ettore e Aurelia Zarrella, non avessero deciso di iniziare ad imbottigliare le uve che prima vendevano a terzi realizzando un guadagnano sempre più magro. Sette ettari sparsi in cinque vigneti nella mitica contrada Arianello, Lenze e Tognano che da il nome al cru aziendale, dai quali escono 35mila bottiglie.
Lapio è terra di confine, qui le vigne sono docg sia per il Fiano che per il Taurasi da aglianico. Lo spettacolare ponte in ferro costruito alla fine dell’800 è il simbolo di una modernità servita soprattutto a portare il vino sulla mitica ferrovia Rocchetta-Avellino negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso durante la fillossera, quando l’Irpinia, e l’attiguo Vulture, divennero due impressionanti distretti vinicoli perchè la malattia delle piante non aveva attecchito, decidendo di arrivare tardivamente insieme alla guerra del Duce.
La fortuna e la sfortuna sono spesso due facce della stessa medaglia, per le comunità come per gli uomini si alternano in un lampo e finita la guerra, queste zone si ritrovarono senza vigne e iniziò la seconda emigrazione: nel 1951 Lapio poteva vantare quasi tremila residenti, poi tutti i contadini diventarono operai del Nord o minatori in Belgio. L’agricoltura rimase per autoconsumo, per i più un reddito integrativo di chi era rimasto riuscendo a trovare un posto pubblico o a crearsi una professione. Dalla terra si fuggiva, ci si vergognava addirittura.
A Lapio si coltivava soprattutto aglianico, furono i fratelli Antonio e Walter Mastroberardino ad intuire le potenzialità bianche di questo territorio subito dopo il terremoto del 1980 e a spingere con i bianchi da Fiano custoditi in bottiglie renane che ancora oggi stupiscono per la loro energia quando vengono stappati.
Negli anni ’90 cala il prezzo delle uve e alcuni conferitori diventano produttori. Produttori famosi grazie alle guide come Clelia-Romano Colli di Lapio in questo paese, Caggiano e Molettieri per il Taurasi, Benito Ferrara per il Greco di Tufo. Dopo la prima ondata di metà decennio, esattamente dieci anni dopo, complice l’euro, la crisi del mercato americano dopo la tragedia delle Torri Gemelle, una nuova ondata di conferitori decide di iniziare ad etichettare per difendere in qualche modo il proprio reddito. E Lapio si arrivano a contare circa dieci aziende in poco tempo. Il territorio cresce e proprio il Fiano, ma anche in qualche modo il Taurasi qui sempre elegante e fine, diventano l’unico motivo per restare a vivere all’ombra del Castello dei potenti Principi Filangieri che, come tutta l’aristocrazia meridionale, ha succhiato il sangue ai contadini del Sud per costruire i palazzi con i più alti portoni d’Europa a Napoli.
Oggi Simona si è laureata in Enologia e proprio quest’anno ha firmato interamente la sua prima vendemmia. Quella che invece beviamo comodamente seduti nel Buco di Sorrento, lo stellato democratico di Peppe Aversa, è firmato da Carmine Valentino che ha accompagnato la famiglia in questo percorso dalla vigna alla bottiglia.
Non temiamo più il passare del tempo quando stappiamo un bianco campano, Falanghina e Fiano evolvono in maniera straordinaria rivelando alla fine il fumante e irrequieto suolo vulcanico su cui vive il più grande accampamento umano protocapitalista d’Europa. Il Greco sui tempi lunghissimi affanna, ma se mantiene la freschezza diventa una laurea in mineralogia. Pensavamo di trovare dopo dieci anni idrocarburi a go go in questa bottiglia, invece escono, perfetti, i frutti bianchi maturi del Fiano, la mela soprattutto, note di zafferano, un piacevole rimando fumè non omologante che esalta invece il fruttato. Un vino carico di energia, in cui l’acidità è ancora scissa e regala una beva veloce e vibrante, fino a un finale lungo, lunghissimo, con una nota amara tipica di questi vini che ripulisce perfettamente il palato. Un bianco tonico e ricco di energia che ci tiene aggrappati al presente senza farci neanche viaggiare nel tempo.
Dieci anni cosa sono nei tempi lunghi della viticultura? Nulla, se non pensare che questo bianco convenzionale è più sincero di tanti “naturali”. Non è vino, è un Fiano.

Rocca del Principe, Contrada Arianello, 9. Tel. 0825.982435. www.roccadelprincipe.it.