Grappoli Wine Festival – Non solo Etna, un focus sull’Aglianico e la Campania continentale


Batteria in degustazione

di Francesco Raguni

“Con giorni lunghi di colori chiari ecco Luglio, il leone, Riposa, bevi e il mondo attorno appare come in una visione” cantava Francesco Guccini ne “La canzone dei dodici mesi”. E con luglio, oltre ai giorni in questione, è tornata anche la quinta edizione di Grappoli Wine Festival, la manifestazione enologica puntualmente ospitata dal comune di Belpasso, ideata dalla giornalista catanese Valeria Lopis. All’ombra degli alberi del Parco Urbano “Peppino Impastato” di Belpasso (CT), appassionati del settore e non hanno potuto dilettarsi tra i banchi d’assaggio e le masterclass. “Anche quest’anno Grappoli ha confermato la sua identità: una serata di grande qualità, in termini di persone presenti, cantine partecipanti, musica e soprattutto progettualità per il rilancio del nostro territorio”, ha detto il Sindaco di Belpasso, Carlo Caputo. Così come il Primo Cittadino, anche la giornalista ideatrice del tema, la sopra citata Valeria Lopis, si è dichiarata soddisfatta: “Vedere l’evoluzione di un’idea nata pochi anni fa trasformarsi in un confronto internazionale così partecipato è un’emozione immensa. […] Il dialogo tra l’Etna, la Campania e Santorini ha dimostrato che il vino è un linguaggio universale che unisce i popoli”.
La novità di quest’anno è stata proprio l’apertura della proposta enoica oltre lo Stretto. Lungo la direttrice tematica de “L’Etna e i vulcani del Mediterraneo”, ci si è spostati da quella che gli autoctoni chiamano “A Muntagna” fino alle isole Cicladi e le Azzorre, passando per quel territorio affascinante che è la Campania continentale. In particolare, quest’ultimo territorio è stato il protagonista della masterclass svoltasi all’imbrunire sotto la guida di Danilo Trapanotto, delegato ONAV della sezione di Catana, e Simone Feoli, coordinatore ONAV per la Campania.

Simone Feoli

Il protagonista assoluto di questo momento di ritrovo è stato l’Aglianico, vitigno a bacca rossa tipico della Campania e della Basilicata. Probabilmente originario della Grecia, della lavorazione di quest’uva si hanno testimonianze risalenti all’Impero Romano. Di dubbia origine il nome: alcuni sostengono che derivi dall’antica città di Elea, altri che derivi dalla lingua aragonese. Ciò che è certa è l’identità del vino che regale al calice: dal grande carattere e dalla spiccata acidità, con un tannino che ha bisogno di tempo per ingentilirsi, perfetto per la cucina dei territori che ospitano le sue radici.
Il nostro viaggio – guidato dalle sapienti parole di Simeone Feoli, pregne d’amore per il suo territorio – inizia dal Taburno. Ci troviamo quindi sull’Appenino Campano, in provincia di Benevento, territorio continentale dove l’escursione termica tra il giorno e la notte arriva ad oscillare tra i 10° e i 15°. Territorio di origine vulcanica, a nord è separato dalle montagne del Matese per mezzo dalla valle Telesina solcata dal fiume Calore.

Il Poggio Famigia Fusco Aglianico del Taburno DOCG 2022 – Cantine Iannella 1920 Aglianico del Taburno DOG 2021 – Cantine Tora Aglianico del Taburno DOCG 2021

Su questi suoli si trovano i compatti grappoli di Aglianico, ricci di acidità grazie al varietale e alle escursioni termine di cui sopra, ma anche molto compatti, per questo esposti a rischi di marcio. Con l’Aglianico del Taburno D.O.C.G. 2022 “Il Poggio” iniziamo ad esplorare ciò che questo territorio riesce a regalare al calice. Prodotto da Famiglia Fusco Viticultori, nome d’importanza storica nel Sannio e icona enoica del comune di Torrecuso, si tratta di un Aglianico più moderno. Al naso regala un intenso profumo di ciliegie e amarene, il tannino però è ancora verde e ha bisogno di più tempo. Il sorso comunque è promettente, alla gioventù subentrerà una grande maturità.
Dal 2022 andiamo un anno indietro nel tempo, giungendo così al 2021. Senza spostarci dal comune di Torrecuso, al calice troviamo l’Aglianico del Taburno D.O.C.G. 2021 di Cantine Iannella 1920. Anche in questo caso si tratta di una famiglia storica, la cui attività risale alla seconda metà dell’800, nonostante abbia iniziato a imbottigliare soltanto nel 1920. Giovanni Iannella, fondatore dell’azienda, fu uno dei più grandi innovatori dell’Aglianico. All’assaggio si percepisce in primis la differenza d’annata (la 2021 fu più fredda n.d.r.): tornano le note tipiche del varietale, ma in bocca il vino è più pronto e regala una grande persistenza. L’ultimo scorcio di Taburno ci è offerto poi dall’Aglianico del Taburno D.O.C.G. delle Cantine Tora: ancora a Torrecuso, ancora 2021. La bottiglia reca in etichetta il nome della particella, L254, non è disponibile sul mercato, perché destinata all’alta ristorazione. Ruotando il calice, si scopre una grande complessità olfattiva: spezie scure, fiori appassiti tra cui spicca di certo la violetta, frutta leggermente più matura. Il sorso è elegante e maturo, nonostante il tannino sia presente, di certo non si può dire che non si stia ingentilendo.

I vini al calice

Dal Taburno, così, ci spostiamo in Irpinia, patria del Taurasi D.O.C.G. dove ancora l’affinamento in legno è obbligatorio in ogni referenza da disciplinare (differente dal Taburno, dove dal 2011 è consentito l’affinamento in solo acciaio per il vino non atto a diventare riserva). I sistemi di allevamento sono i classici Guyot o cordone speronato, salvo qualche eccezione dove ancora viene usata la Starseta Taurasiana (antico sistema già noto agli Etruschi, tradizionalmente utilizzato nella zona di Taurasi, dove le viti si sviluppano in altezza, formando dall’alto una sorta di “rete da pesca” quadrangolare, dove i tralci si intrecciano da un albero o palo all’altro).
Ci troviamo sempre Appennino campano, sotto l’influenza il fiume Calore, che assume un ruolo fondamentale per la viticultura della zona. In questo areale, è vietata ogni forma di irrigazione e le viti si “nutrono” della pioggia della zona, tra le più piovose dello Stivale. La raccolta dell’uva, in Irpinia, avviene a novembre: quando nel resto d’Italia si può commerciare il vino novello e le cantine sono nel pieno delle fermentazioni, qui si raccolgono i grappoli di Aglianico. Durante la raccolta, rigorosamente manuale, non vi è mai una fase di stallo in vigna, si conferisce costantemente.

Antica Hirpinia Taurasi DOCG 2018 – Il Cortiglio Taurasi DOCG 2017 – Terredora Taurasi DOCG Riserva CampoRe 2010

Il primo scorcio di questo “mondo” lo offre il Taurasi D.O.C.G. 2018 Antica Hirpinia. Ci troviamo nel Comune di Taurasi, dove nel 1993 fu depositata la prima fascetta della denominazione in questione. Con questa bottiglia, diventa necessaria una digressione sulla storia dei legni utilizzati nel territorio nel corso del tempo: oggi, infatti, si utilizza il rovere, grazie alla rivoluzione portata da Mastroberardino, ma prima il vino affinava in acacia o castagno (come avveniva anche sull’Etna), nelle botti realizzate dai mastri di Avellino. Il castagno, in particolare, aumenta l’austerità dell’Aglianico; solo con il rovere questi vini hanno iniziato ad essere più pronti all’apertura nel breve tempo. A tal proposito, questa referenza affina per almeno 12 mesi in legno. Frutta rossa matura, chiodi di garofano e note tostate al naso fanno da apertura ad un sorso elegante, che avvolge il palato.
La 2018, comunque, fu una annata di ripresa, considerata la raccolta nefasta del 2017: annata segnata da una grandinata devastante, che ha distrutto la maggior parte delle uve, impedendo persino ad alcuni produttori di uscire con l’annata in questione. Quel poco che si è salvato, però, ha offerto un grande vino, sinonimo di resistenza e speranza.

Taurasi 2017

Ne è esempio Taurasi D.O.C.G. 2017 dell’azienda Il Cortiglio, cantina del comune di Fontanarosa, città famosa anche per il marmo. Il vino è complesso ed elegante: tannino ben integrato, alcol gestito alla perfezione, componenti dure e morbide ben bilanciate. Sotto la consulenza di Carmine Valentino, Il Cortiglio ha saputo interpretare l’Aglianico nella più classica delle sue declinazioni.

Taurasi 2010

Chiudiamo questo percorso con il Taurasi D.O.C.G. Riserva CampoRe 2010 di Terredora (L’azienda nasce dalla scissione avvenuta nel 1994 da Mastroberardino n.d.r). Ci troviamo nel piccolo Comune di Pietradefusi: qui, nel 2010 quando la Spagna vinceva il suo primo mondiale e Steve Jobs presentava il primo IPad, nasceva un vino fatto per lo scorrere del tempo. Si pensi che la bottiglia fu ritirata dal mercato nel 2018, per destinarla soltanto ad alcuni ristoranti stellati. Il vino, comunque, affina 24 mesi in legno per poi riposare in bottiglia. Nonostante i 16 anni di età, il colore è ancora vivo e brillante, soltanto un’unghia granata si scorge ai margini del calice. Al naso offre sentori di vaniglia, spezie, note balsamiche e mentolate, e ancora frutta matura e terziari tipici dell’affinamento prolungato in legno. Il tannino è completamente integrato, il sorso è elegante e avvolgente: questo vino è lo stemma di una Campania continentale che sfida il tempo.
Così, con questo calice di memoria enoica, si conclude il nostro viaggio alla scoperta di una zona della Campania diversa dall’immaginario comune di un Sud Italia che si affaccia sul mare. È la Campania dell’Appenino, vulcanica, dove si cucina l’agnello e le lunghe cotture chiamano a tavola l’Aglianico, dove la mattina il sole riscalda la vite con 25° e la sera la temperatura scende anche sotto i 10°. È la stessa Campania, di cui nel 77-78 d.C. scrisse Plinio Vecchio nella sua opera “Naturalis Historia”, trattato in cui – tra i tanti temi trattati – non a caso vi era anche la viticultura e l’Aglianico.

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