Lettera dell’ispettore Michelin, cinque anni dopo

21/11/2016 2.3 MILA
E. Hopper -Nighthawks
E. Hopper -Nighthawks

Di Fabrizio Scarpato

Poi una mattina ho visto un vaso di crisantemi sul davanzale di una finestra. E ho pensato a Paulette.

Quanto tempo era passato? Quattro, cinque anni… Cinque, probabilmente. Cinque fottutissimi anni, pieni di amori e naufragi. O forse di naufragi d’amore, visto che sono qui, solo, in una notte di novembre. Ho sempre pensato che Paulette mi volesse bene davvero e che fosse scappata per vergogna. Ora che ci penso, non ricordo di aver mai guardato una donna come guardavo Paulette quando rideva. Sarei rimasto a guardarla per ore, mettendomi comodo, dal mio piccolo angolo di visuale, magari poggiando la testa sul palmo di una mano, come estasiato. Ero innamorato di Paulette, probabilmente senza volerlo ammettere, e forse non avevo saputo chiederle di deragliare con me, non avevo voluto prenderla per mano e accompagnarla nel labirinto della mia esistenza. Non ero stato sincero fino in fondo. Non le avevo dato fiducia. Mi tenevo in disparte, come quella volta che la ascoltai suonare il piano di nascosto, per timore di essere coinvolto. Qualcuno mi ha detto che non si può essere persone migliori se continuiamo a nasconderci. Non so che farci. Uno che ha vissuto vent’anni in una casa tappezzata con carta da parati coi gigli di Firenze, quando esce ha difficoltà anche a ordinare un caffè, per dire. E anche questa, mi si creda o no, è una verità.

«L’ispettore innamorato del ladro…» mi disse, berciando e scatarrando, il mio amico Routtier in quei giorni. Il solito coglione che non sapeva nemmeno cosa volesse dire innamorarsi di una donna. Routtier è avariato dentro: affidabile, ma solo quando c’è puzza intorno. E poi in amore non esiste il conflitto di interessi: per quanto mi riguarda ho già abbastanza conflitti con me stesso, e come ispettore… beh, parlano i fatti e un numero imprecisato di bottiglie vuote. Chabal può testimoniare, e anche le bottiglie, se è per questo.  Il vecchio Seb non ha mai detto niente: anche a lui piaceva Paulette, e chissà, avessi saputo mostrarmi anch’io un po’ Orco, forse non sarebbe finita così.

E niente, col rimpianto si convive bene: sai su quale campo si gioca, le linee di passaggio sono quelle note, provate, la palla ovale non fa scherzi, la presa sicura annulla la possibilità di rimbalzi sghembi e inattesi. Il nuovo, è vero, ti riempie di adrenalina: chiudi gli occhi e metti la testa nella mischia, avanzi, ma ti spacchi le ossa, necessariamente, per poi rinfrancarti nel dolore liberatorio del passaggio all’indietro, aprendo la porta ai ricordi. Ecco perché ieri sera sono tornato in quel ristorante sulle planches di Deauville, dove andavo con lei: per ricominciare a giocare, e provare a riconquistare terreno, dopo essermi frantumato il cuore.

Bergamasco-Rampin, Andare avanti guardando indietro
Bergamasco-Rampin, Andare avanti guardando indietro

«Ispettore Michelin, che piacere rivederla! Bentornato». A volte i camerieri sono ripetitivi, hanno una memoria d’elefante, ma peccano per eccesso di zelo, senza sapere se è il caso. E non era il caso. L’ho guardato mentre tutta la sala si voltava verso di me e furtivamente ho fatto scattare il dito medio perché il messaggio risultasse chiaro e senza alcuna ambiguità: affanculo.Mi sono seduto a un tavolo d’angolo perché quello centrale era occupato da una coppia chiaramente scoppiata: lui era in là con gli anni, sudava e le parlava con la bocca piena, pulendosi spesso col tovagliolo; lei era rossa di capelli, sulla quarantina, mangiava poco e rimaneva spesso col bicchiere di vino sospeso a mezz’aria, soprapensiero. A un altro tavolo sembravano incuriositi qualunque cosa facessi, e si davano leggermente di gomito pensando di non essere visti, mentre più in là c’era una biondina che fumava e mi guardava socchiudendo gli occhi. Ero al centro dell’attenzione, mio malgrado. Però mi piaceva, e realizzai che se il cameriere non mi avesse riconosciuto ci sarei rimasto male, in un rigurgito di vanità che al tempo stesso mi sorprendeva e atterriva. Routtier dice che in fondo siamo tutti un po’ puttane, quello che cambia per ciascuno è il prezzo. Il mio è molto basso, lo ammetto: alla fine mi bastavano le occhiate della rossa che forse immaginava quanti alberghi, quante cene, quanti letti e quante scopate avrebbe potuto fare al fianco di un ispettore Michelin, peraltro, diciamolo, nemmeno da buttar via.

Ecco, ero andato abbondantemente fuori giri, e come mi succede in questi casi, mi lascio cadere giù nel baratro, non fosse altro per vedere l’effetto che fa. Una curiosità insana e pericolosa, se non fosse ben ancorata a piccoli e saldissimi punti fermi, tipo le dieci cose per cui vale la pena vivere, come diceva Woody Allen in quel film: per me cinque o sei possono bastare, e l’agnello pré-salé è una di queste, e lì lo facevano divinamente. Tiro il fiato, mi tolgo la giacca e offro il petto alla altrui morbosità.

Mai distrarsi un momento, però… ”Non lo fare, ti prego, non lo fare” ripeto tra me e me. E invece il cameriere si avvicina a un vecchio giradischi, certo consapevole che tra i suoi compiti non è previsto fare il ruffiano paraculo: ma la tentazione è evidentemente irresistibile. Va a colpo sicuro tra vecchi 45 giri, ne prende uno, lo prilla tra le mani, lo mette sul piatto e abbassa la testina:

Quand tes cheveux s’étalent comme un soleil d’étéEt que ton oreiller ressemble aux champs de blé

Quand l’ombre et la lumière dessinent sur ton corps

Des montagnes, des forêts et des îles au trésor

Que je t’aime, que je t’aime, que je t’aime.Que je t’aime, que je t’aime, que je t’aime.

Johnny Hallyday, Que je t'aime
Johnny Hallyday, Que je t’aime

Che bastardo. Ricordava che una volta Paulette la cantò accompagnandosi al piano, imitando la fisicità bollente di Johnny Hallyday. Fu divertente. Io la lasciai fare, seduto nell’ombra, con quella specie di sgradevole magone che mi prende quando una donna sembra camminare da sola, e banalmente, inevitabilmente, di fatto si allontana da me. E io, rassegnato, non faccio nulla per trattenerla, quasi avessi terminato un compito che nessuno mi aveva dato, senza esserne minimamente contento, anzi, a dire il vero, rimuginando un intimo fastidio.

«Il solito Blanc de Blancs, ispettore?». Non lo guardo nemmeno: «No. Pinot noir, pas dosé». E che cazzo, a tutto c’è un limite.

Un commento

    Marco Galetti

    (22 novembre 2016 - 08:12)

    Diluvia, avrò una giornata piena…che è iniziata benissimo

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