Lettera di un ristoratore che ha deciso di chiudere
di Marco Contursi
In un periodo di bilanci sulla mia vita, professionale e non, e considerazione personali sulla deriva in cui sempre più, a parer mio, sta precipitando il mondo del food, che poi è lo specchio della società odierna, mi arriva questo messaggio da parte di un ristoratore cilentano che ha chiuso dopo 40 anni.
Ed innesca in me una profonda riflessione a cui dedicherò un altro articolo. Qui ripropongo fedelmente questo suo messaggio perché contiene alcuni temi su cui dobbiamo interrogarci tutti: ristoratori, produttori, giornalisti e clienti.
Mantengo il suo anonimato, ma trattasi di un ristoratore che veramente andava dai piccoli e piccolissimi produttori, che non accettava mezze misure ma offriva una qualità vera, una cucina di tradizione autentica, lontano dai social e dai fuffaguru, in un locale non bello ma accogliente, dove ti sentivi a tuo agio, sia in pantaloncini che in giacca e cravatta. Un posto dove un piatto di pasta e lenticchie con un contorno di verdure di stagione e una acqua piccola, li pagavi appena 13 euro totali e stavi bene perché avevi mangiato bene. Ma in 40 anni sono stato l’unico a scriverne.
Ecco il testo del messaggio:
“Ciao Marco, senti, volevo motivarti il ringraziamento nei tuoi confronti che ho fatto ieri nel post di congedo, è perché sei l’unico del tuo settore (comunicazione gastronomica n.d.r.) che in 39 anni ci ha dato attenzione. Facesti una recensione più che lusinghiera, cogliendo il senso ultimo del mio lavoro, e per questo io ti ringrazio e ti ringrazio anche per il tuo modo di porti nei confronti nostri, sono contento di quello che hai scritto perché in tantissimi anni ho cercato sempre di coinvolgere tanti colleghi in un discorso che potesse dare importanza reale e concreta a quella che è la nostra terra, il Cilento e la Lucania tutta e a quelle che sono le nostre peculiarità ma devo dire che è stato un fallimento, non ci sono riuscito, non lo so perché, forse la mia persona è divisiva, forse perché non ho trovato gli strumenti adatti, le motivazioni adatte, però non ci sono riuscito.
Questo è un dato di fatto e allo stesso modo volevo dirti che sono rimasto piacevolmente stupito da tantissimi commenti di clienti che ci sono stati al mio post di saluto su facebook, perché questo sì che mi gratifica, il fatto che la nostra attività, non sia stato solo un luogo dove venire a mangiare, ma un vero e proprio punto di ristoro, dove le persone hanno trovato uno spazio per sé, un ambiente accogliente ed informale, dove sono nate amicizie vere, tante persone hanno trovato davvero una seconda casa. Qualcuna ti posso dire che ha trovato addirittura una prima casa, perché sono stati tanti gli ospiti nella nostra attività che non pagavano perché in difficoltà, e non l’abbiamo fatto mai pesare a nessuno, tantomeno l’abbiamo sbandierato, per il semplice fatto che era giusto così.
Ecco questo è un fatto che di cui con la mia famiglia andiamo fieri e per questo volevo dirti rinnovarti il mio ringraziamento e invitarti a trovare altre realtà come la nostra che ancora resistono, soprattutto nei piccoli paesi. Ti rinnovo il mio ringraziamento di vero cuore perché diciamo che ho fatto pace con me stesso dopo quella recensione che tu facesti, perché era un mio cruccio, quello di non essere riuscito a ottenere l’attenzione di qualcuno, sia che fosse stata una recensione positiva sia che fosse stata una recensione negativa, e per questo ti ringrazio di cuore perché diciamo che hai chiuso un cerchio. Ecco dopo quella recensione, paradossalmente magari ti sentirai un po’ in colpa, ma abbiamo preso la decisione definitiva che fosse giunto il momento di chiudere questa bella storia.
Grazie Marco. Buona giornata e buon lavoro.”
Cinque domande a cui spero che qualcuno mi aiuti a dare risposta:
• Perché in 40 anni nessuno gli ha dedicato attenzione tra tutte le centinaia di persone che a vario titolo e spesso senza reali competenze, oggigiorno, scrivono, fanno video, raccontano di ristoranti e pizzerie?
• Perché oggi sono più i ristoratori che vendono fuffa, che fanno video dementi e spendono migliaia di euro in pubblicità, di quelli che ancora battono i territori alla ricerca dei piccoli produttori del buono autentico, senza ritenerli cari, anzi concedendo loro il giusto guadagno, cosa che permette di non perderli per sempre?
• Perché in Cilento, ma anche altrove, non si riesce a fare rete tra colleghi, ma si guarda con sospetto chi prova a organizzare iniziative comuni, di promozione territoriale vera?
• Perché sono pochissimi i ristoratori che riconoscono meriti a chi come me li valuta serenamente, in perfetto anonimato, pagando il conto e facendo anche alcune osservazioni critiche (che avevo fatto anche in questo caso n.d.r.) per dar loro la possibilità di migliorarsi, mentre tributano onori e applausi a chi va palesandosi, scrivendo solo complimenti, sperticandosi in lodi inutili, che non servono né al ristoratore per fare meglio, né a chi legge, perché prive di obiettività?
• Perché la maggior parte dei clienti guarda la forma (del cibo, del locale, del ristoratore) e NON la sostanza (di quello che ha nel piatto, di dove lo sta mangiando e di chi glielo cucina)????????
Mala tempora currunt…..
Ma l’importante è fingere che va tutto bene..

Caro Marco,
tanta tristezza nel leggere della chiusura di questa attività. Non so chi sia ma, da conoscitore del Cilento, immagino un posto vero fatto di gente vera come purtroppo sempre più raramente quel pezzo di paradiso oggigiorno riesce ad offrire.
A te, Marco, un plauso per averne parlato in tempi non sospetti.
Al signore che ha chiuso l’attività una sentita riconoscenza per aver portato avanti il lavoro con etica, amore e dedizione verso il territorio e gli ospiti.
Per quel che può valere va tutta la mia stima per la profonda dignità espressa nel messaggio di chiusura. Per noi clienti questo dovrebbe indurre una profonda riflessione su cosa, chi e come cerchiamo e scegliamo per i nostri momenti di svago!!!! Per non rendere del tutto vano il sacrificio della chiusura di questa attivita.
Caro Carlo, hai detto bene, sono i clienti che hanno il potere di decidere quali attività mandare avanti e quali invece devono finire e purtroppo oggi si premia chi fa fuffa che butta fumo negli occhi e non chi si spingeva fino in Basilicata per prendere prodotti da piccolissimi artigiani del gusto e proporli nel suo locale .
Un abbraccio forte al collega anche se non so chi sia..
Tempi bui … non dico altro ..
Sicuramente sono i clienti ( siamo i clienti ) che decidono, infatti vanno educati i clienti, ma oggi sono disposti a pagare caro mangiare male pur di farsi una bella foto da mettere sui social.
Io personalmente conosco varie attività tirate avanti con prodotti a metro zero, con prezzi onesti, che stentano a stare aperti. educhiamo, educhiamo !!
Grazie Marco per aver condiviso questa lettera così sincera e toccante.
Al ristoratore cilentano che ha chiuso dopo 40 anni voglio dire semplicemente: grazie.
Grazie per aver resistito tanto tempo difendendo una idea di ristorazione che oggi sembra quasi rivoluzionaria: accoglienza vera, prodotto onesto, prezzi giusti, rispetto per il territorio e per le persone. Un posto dove si mangiava bene spendendo poco, dove chi era in difficoltà trovava una mano senza che venisse sbandierato sui social. Questo non è solo un ristorante, è stato un presidio di civiltà e di umanità.
Peccato che sia servito un addio per accorgersene. La sua storia merita di essere raccontata proprio perché è l’opposto di quello che oggi viene premiato. Il titolare ha chiuso con la coscienza a posto, e questo è già una grande vittoria in tempi in cui troppi continuano solo per inerzia o per vanità.
Vorrei anche provare a rispondere alle tue cinque domande (dal mio punto di vista):
1. Perché in 40 anni quasi nessuno gli ha dedicato attenzione?
Perché il sistema attuale premia il sensazionalismo, l’estetica e la narrazione facile. Un locale “non bello ma accogliente”, con pasta e lenticchie a 13 euro totali, non genera click, like, reel virali né sponsorizzazioni. I food influencer cercano posti instagrammabili, chef mediatici o trend del momento. La cucina di sostanza, lenta, territoriale e poco urlata è invisibile per chi deve produrre contenuti quotidianamente. La qualità vera è spesso silenziosa, mentre la fuffa fa rumore.
2. Perché vincono quelli che vendono fuffa?
Perché il mercato premia chi investe in marketing più che in prodotto. Fare video “demenziali”, pagare pubblicità e inseguire trend costa meno (in termini di sforzo e rischio) che andare tutti i giorni dal piccolo produttore, pagare il giusto prezzo, formare la brigata e mantenere standard alti per decenni. Inoltre il cliente medio, bombardato da immagini, spesso non è più in grado di riconoscere la differenza tra apparenza e sostanza, quindi il fuffaro guadagna lo stesso (o di più).
3. Perché è così difficile fare rete in Cilento e non solo?
Perché c’è una mentalità individualista e di sospetto reciproco, radicata in tante zone dell’Italia meridionale (ma non solo). Chi prova a fare sistema viene visto come uno che vuole emergere sugli altri invece che come uno che vuole far crescere tutti. A questo si aggiunge la paura di condividere fornitori o conoscenze (“se glielo dico poi mi copia”) e la mancanza di una cultura cooperativa vera. Il risultato è che i territori forti (es. alcune zone del Nord o dell’estero) corrono, mentre qui ognuno combatte la sua battaglia solitaria.
4. Perché si apprezzano di più i complimenti acritici che le recensioni oneste?
Perché l’ego è fragile e la critica costruttiva, anche quando fatta con rispetto e pagando il conto, viene vissuta come un attacco personale. Molti ristoratori cercano conferme, non miglioramenti. Chi elogia sempre e in modo sperticato diventa “amico”, mentre chi dice la verità (anche con toni gentili) viene visto come nemico. È un problema di maturità professionale e di insicurezza diffusa.
5. Perché i clienti guardano più la forma che la sostanza?
Perché siamo immersi in una cultura dell’apparenza: Instagram, TikTok e la televisione hanno formato generazioni che prima “fotografano” il piatto e solo dopo lo assaggiano. Molti non hanno più gli strumenti culturali o l’esperienza per valutare la qualità reale della materia prima, la tecnica di cottura, la stagionalità o l’onestà del prezzo. Preferiscono un locale bello con un piatto mediamente buono ma scenografico piuttosto che un posto semplice con un piatto straordinario. È il trionfo dell’immagine sulla realtà.
Mala tempora currunt davvero. Ma chi, come questo ristoratore, ha lavorato 40 anni con dignità e coerenza, esce a testa alta. Le storie come la sua non devono scomparire nel silenzio: vanno raccontate proprio per ricordare a tutti che un altro modo di fare ristorazione è possibile e, anzi, è quello più nobile.
Continuate a cercarli e a sostenerli, questi posti. Sono sempre meno, e quando chiudono lasciano un vuoto che le mode e i reel non riempiranno mai.