L’Ispettore Michelin / Cinque Terre – II. A prua

11/4/2017 1.7 MILA
Framura
Framura

di Fabrizio Scarpato

Da prua le cose si vedono meglio.

E non importa se questo privilegio alla fine coincide con esiti nefasti. Questo sarebbe il modo di vedere di un inguaribile pessimista o, per indorarmi la pillola, di chi fa realisticamente conto solo su quello che vede, senza lasciarsi abbindolare dal romanticismo dei sognatori: ché una terra, un’isola o una stella si vedono o non si vedono, forse dipende dalle nubi e dal punto di vista, forse dal caso, ma non mi spingerei oltre. Infatti io mi accontento di un cielo stellato, se c’è. E ne sono lieto, come se non ci fosse un domani, senza tante menate. Ecco, vallo a spiegare a Di Caprio, che finì col mettere in croce per sfinimento, è il caso di dire, una povera ragazza sulla prua di quel transatlantico che poi sarebbe affondato, oppure a quel brav’uomo di Rodrigo de Triana che dalla coffa della Pinta avvistò l’America, senza saperlo e senza poi ricavarne un soldo, dimenticato da dio e dagli uomini. No, io me ne sto sulla prua del Re Pescatore con un bicchiere di Cinque Terre in mano e guardo il mondo passare davanti ai miei occhi, e poi succeda quel che deve succedere, possibilmente con discrezione. Sembra un po’ di essere a Honfleur: un porticciolo piccolo e roccioso, sommozzatori, canoe, gente che scende e sale per la stazione, gente che va al mare, sulle spiagge. Ecco, queste ultime a Honfleur non ci sono (e per la verità non c’è nemmeno tutto il resto, anzi per dirla tutta, e chiuderla qui, sebbene col magone, Honfleur alle Cinque Terre non gli lega manco le scarpe…): non che le spiagge di Framura competano con Deauville, ma sono due o tre, sono strette, anguste, raggiungibili con una passeggiata che fa il toboga sulle rocce, ma non per questo meno preziose, perché in fondo sono una rarità, da questa parte estrema dell’arco.

Bikini arancione
Bikini arancione

E’ stato così che tra la gente un giorno ho visto lei. Enea mi aveva appena versato un bicchiere, così salato che sembrava di aver fatto un bagno in mare: molto buono, con l’unico difetto di un’etichetta troppo arancione. Al secondo sorso, per non dire tuffo, restai col calice sospeso: dall’alto non vedevo il suo viso, ma mi colpì il passo, il portamento, quella classica situazione di quando uno entra in una stanza e tutti si girano eccetera, eccetera. In effetti io mi sono girato, e anche Enea se è per questo. Poi mi è presa come una voglia irrefrenabile di fare un giro fuori stagione fino alla spiaggia. La vidi guadagnare gli scogli e sistemarsi su un sasso piatto un po’ a ridosso di una roccia più grande: il sole era caldo, ma ci voleva del fegato per mettersi in costume. E infatti si tolse il vestito e restò in due pezzi. Decisi che un tronco, messo di traverso probabilmente da una mareggiata, poteva fare al caso mio e mi accovacciai col sole in faccia e l’aria di uno capitato lì per caso. Poi notai i fiocchetti. Puoi anche non essere la più bella del mondo ma se porti un costume con le mutandine tenute su da due fiocchi stretti sui fianchi, beh… c’è una concreta possibilità che io abbia già perso la testa per te. «Magari l’attenzione può bastare», mi dice Chabal dalla pallina da corsa che ovviamente portavo nella tasca dei pantaloni. Vero, ma c’era un problema: lei era anche bella, molto bella. Anche da seduta, anche ora che si toglieva il reggiseno e si sdraiava tra le rocce. Un attimo di imbambolamento, manco fosse Afrodite uscita dalle onde del mare.

Ora, se tra gli scogli che delimitano una spiaggia, quando non è ancora stagione, un tale non trova altro posto dove andarsi a sedere se non sullo scoglio accanto a quello dove una bella donna seminuda s’è sdraiata, al riparo, per prendere un barlume di sole, credo che quel tale avrebbe tutte le carte in regola per essere definito un emerito rompicoglioni (scassacamemberts ora e qui risulterebbe troppo edulcorato, diciamo). Lo vidi mettersi a sua volta in costume e addirittura ostentare un tuffo: il problema era che non smetteva di parlare, certamente anche per il freddo, convinto forse che una donna si corteggi con le parole e con i gesti falsamente virili. Coglione a tutti gli effetti. Dopo dieci minuti di chiacchiere, la mia convinzione che una donna vada possibilmente solo ascoltata in silenzio e che il corteggiamento sia un mero retaggio residuale della nostra origine animalesca, peraltro negli aspetti più èbeti e deteriori, mi portò ad alzarmi in piedi. Chabal cercò subito di dissuadermi, intuendo l’inizio di una serie di guai, ma l’ho detto, ora che avevo scoperto una stella, la sola cosa che desideravo era poter pronunciare il suo nome.

«Police». M’è venuta in francese, e per certi versi sarebbe anche comprensibile. Un po’ meno esibire un distintivo abbastanza datato, visto che sono uscito dalla Gendarmerie quasi due anni fa. Ma una delle cose su cui dovrei riflettere in questo lembo di terra dall’altra parte del mare, è proprio la proposta che mi è stata fatta di rientrare nei ranghi. A parte la bruttezza del linguaggio, ne ero uscito con le ossa rotte, ma una Corte ha stabilito che al tempo dell’affaire delle ortensie avevo agito egregiamente: non si era riscontrata inaffidabilità, posto che era stata dimostrata la buona fede del conferimento (c’era scritto proprio così) dei fiori secchi all’imputata, così come la assoluta trasparenza e legittimità del nostro rapporto sentimentale. Alla fine qualcuno mi ha anche proposto per una menzione, ma quel che più conta, almeno per loro, sarebbe ricominciare. Tra qualche tempo, dove e come non so. Ma per dirla tutta, al momento non è che faccia i salti di gioia. Aspetto il pallone come un estremo qualsiasi per calciarlo in touche.«Tutto bene signora?». Lei si era già rivestita e quando si voltò per poco non mi prese un colpo, tanto era bella. Il tipo prese la sua roba e si allontanò velocemente: i cosiddetti corteggiatori dimenticano la donna oggetto delle loro attenzioni con la stessa velocità e superficialità con cui l’hanno avvicinata. Ci provano, si dice. Ma in amore non sono ammessi tentativi, perché l’amore succede. Se si sa ascoltare, se si presta attenzione: proprio come avvistare un’isola o seguire una stella dalla coffa dell’albero di prua.

Si alzò in piedi sugli scogli, i capelli al vento. « Grazie signor..?». «Gustave… mi chiamo Gustave». «Ma allora lei è il francese… il figlio della Sandra. Ho sentito parlare di lei. Mia zia dice che somiglia a suo padre: ”L’è bèlo come se pae”, mi ha detto. Beh… sicuramente è molto gentile». E sorrise, mentre mi prendeva una specie di capogiro. «Ah… io mi chiamo Elena». Si infilò ai piedi un paio di anfibi che tenne parzialmente slacciati, poi dalla borsa di tela tirò fuori un giubbetto di pelle che indossò sopra il vestito di cotone a righe un po’ bretoni, bianche e blu. Non occorreva altro.«Come posso ringraziarla? Le andrebbe un aperitivo al Turandot? Se non sbaglio lei abita a Manarola, no?». «Molto volentieri» risposi. «Domani?». «No, mi dispiace, domani mi arrivano dei clienti al bed&breakfast di Vernazza. Dopodomani, sì dopodomani al Turandot, verso lei sei. Fatto. Scappo che c’è il treno per Monterosso. Grazie ancora». E se ne andò via di corsa. Aveva fatto tutto lei, anzi mi era uscito un ”domani” di troppo. E’ così che mi piace.

Poco dopo, la sera e un venticello che s’era via via irrobustito, mi ritrovarono sul balconcino a prua del Re Pescatore, ma in piedi, le ginocchia aggrappate alla ringhiera e le braccia spalancate controvento. Una delle prerogative più commendevoli per un oste è parlare poco e capire molto, e Enea non sfuggiva a questa categoria. Mi portò un dolce: «Tarte Tatin al contrario: torta alla vaniglia e gelato di mela golden. Ah…» continuò « può fare Di Caprio quanto le pare, tanto qui non siamo su una nave, ma si ricordi che quello poi fa una brutta fine». Sorrise, ma con una specie di smorfia di vaga preoccupazione. Poi, sornione, mi versò un ottimo Calvados. Doppio.

Di Caprio a prua
Di Caprio a prua

Tarte Tatin al contrario: un mondo capovolto. Vengo via da una ruga della Normandia e all’improvviso una donna così bella da togliere il fiato, in un luogo che non esiste, mi tira fuori d’acchito mia madre e mio padre e me li sbatte in faccia, quasi li conoscesse meglio di me. In realtà non ci voleva molto, ma mentre rientravo nel tunnel, ormai illuminato da esili luci artificiali, avvertii nel petto l’urgenza di riguadagnare subito l’uscita. Nel più breve tempo possibile. E mi misi a correre.

Un commento

    Marco Galetti

    (11 aprile 2017 - 20:32)

    Incontri ravvicinati, tarte tatin e pere alla bella Elena

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