L’Ispettore Michelin / Cinque Terre – XII. La Via dell’Amore

7/3/2018 1.1 MILA
Riomaggiore
Riomaggiore

di Fabrizio Scarpato
«Se le sta bene, ci potremmo vedere a Riomaggiore; vicino alla stazione c’è un locale, che tra l’altro ha un nome francese, quindi non può sbagliare».
Il capitano dei Carabinieri mi aveva cercato per mettermi al corrente di certe novità nelle indagini sulla morte di Achille. Avevo preso il treno ma, sceso alla stazione, come se fosse diventata un’abitudine che alla fine avrebbe dovuto anche farmi pensare, ho imboccato l’ennesimo tunnel e mi sono ritrovato in paese. Avevo tempo, come al solito, e la sensazione che quanto il capitano aveva da dirmi potesse sciogliere i miei dubbi, in qualche modo mi rasserenava, al punto che feci un giro per la tentacolare Riomaggiore. Sì perché non finisce mai, e quando pensi di essere arrivato in fondo, o in cima, c’è sempre un’altra strada, un’altra porta, un’altra galleria da cui passare e arrivare a nuovi scorci, diversi, inattesi. Il porticciolo, per esempio, sembra un mondo a parte, anzi, dal mare potresti pensare che il paese sia tutto lì, e francamente ti basterebbe: avresti una barca per ripartire, una trattoria per mangiare, una luna per tacere. Riomaggiore come metafora del mio mestiere, che poi non è così diverso dalla mia vita.

A sinistra della stazione, alla base di una rampa di scale c’è scritto ”Les pieds dans l’eau”, e in effetti data la conformazione del litorale, stare sopra il mare di una decina di metri, praticamente è come stare in mutande a bagnomaria. Il locale era di fatto una terrazza appollaiata sulla roccia, la stessa che a suo tempo si parò di fronte agli operai delle ferrovie prima che cominciassero a picconarla, per realizzare una strada ausiliaria durante i lavori di costruzione, guarda caso, di una galleria. Solo più tardi gli abitanti la completarono, collegando finalmente Riomaggiore a Manarola: una strada non proprio come le altre, tuttavia una via più facile per quelli del posto, che accorciavano di un bel po’, perché non sarebbe stato più necessario salire sul Corniolo, la collina che separa i due paesi, magari camallandosi pesi sulla testa e sulle spalle. Credo nessuno di quegli operai, e forse nemmeno i paesani, alla fine dei lavori, circa un secolo fa, potesse prevedere che quel budello scavato nella roccia sarebbe diventata la Via dell’Amore. Ammetto che trovarmi lì solo, in una mattina piena di sole, alle porte di una strada che parla d’amore, mi aveva messo in un certo imbarazzo: come andare a cena da solo a San Valentino, ammesso che quel giorno abbia senso andare a cena, comunque e da qualche parte. E ammetto che non ne ha, in nessun modo, tanto per chiarire. Anche Chabal strattonava dalla sua angusta pallina: era solo per fare un esempio, gli dissi, anche se non c’entrava una mazza. Cazzo, piuttosto avrei dovuto preoccuparmi per quell’inopinata melensaggine, e proprio in quel luogo, che un tempo mi avrebbe fatto venire un inarrestabile attacco di orticaria.

La Via dell'Amore
La Via dell’Amore

Mi sono seduto a un tavolo tra la roccia e l’orizzonte. Ordino un caffè e una sambuca con ghiaccio a una signora dal bel viso morbido e senza trucco, i capelli biondi e fini disordinatamente raccolti in una molletta sulla nuca. Indossava una maglietta che lasciava maliziosamente scoperta una spalla e un paio di pantaloni di cotone a zampa d’elefante, corti alla caviglia. Ai piedi un paio di Converse da basket di tela, bianche. Non so perché ma guardarla mi dava una sensazione di tranquillità, tanto da pensarla vestita così mentre ci fai colazione la domenica mattina, appena alzati, in una giornata di sole. Se solo, per inciso, sapessi alzarmi tardi la domenica mattina, e soprattutto avessi mai avuto qualcuno con cui fare colazione. Lessi distrattamente il menu e mi colpì una pagina tutta al francese con insalata normanna, moules, pernod, tarte tatin, quiche lorraine, salade nicoise, ostriche, muscadet e cose simili. C’era qualcosa che allentava la tensione, un sentimento strano al quale mi stavo abbandonando. Qualcuno male informato avrebbe potuto chiamarla nostalgia, ma quella inquietudine improvvisa, il pensare al mio tavolo allo Chat qui Peche di fronte al Vieux Bassin, altro non era che la consapevolezza di un vuoto, di uno strisciante senso di inutilità. Pensai a Babette, quasi disperatamente. Poi i lampi di memoria del naufragio all’Ile de Seine, lo stesso sentimento di sgomento dopo l’impresa, il lampeggiare caldo e abbacinante della luce del faro, bianca. Mi ritrovai a fissare con gli occhi il fenomeno di emulsione del transanetolo della sambuca a contatto col ghiaccio, una flessuosa stria bianca opalescente che piano piano occupava il bicchiere, quando, come ipnotizzato, indifeso, in un repentino e progressivo abisso di adrenalina, avvertii un magone che saliva forte e impetuoso a togliermi il respiro, a pigiarmi forte sul petto, col cuore che s’era messo a battere cupo e sordo, e che rimbombava, dentro le orecchie, riempiendomi gli occhi di lacrime, che però non riuscivano a uscire, lo chiedevano, lo pretendevano, ma proprio non riuscivano a uscire. E’ difficile piangere.

Les pieds dans l'eau
Les pieds dans l’eau

All’improvviso mi sono sentito solo, inutilmente e tremendamente solo, mentre il mondo mi girava intorno, lentamente, e muto. Ero immerso in un acquario, ero invisibile. In un rigurgito di lucidità vagamente consolatorio, ricordai a me stesso come l’invisibilità fosse una condizione spesso agognata: fanculo, mi risposi, mica quando la vita te la sbatte in faccia fregandosene altamente, anzi con disprezzo, senza concedere attenuanti. Devo aver ingollato la sambuca tutto d’un fiato, gli occhi persi nel vuoto, il sudore freddo che mi scendeva dal collo, probabilmente anche con un principio di pallore, perché la signora si avvicinò con discrezione e gentilezza a domandarmi: «Tutto bene signore?». Sì tutto bene, ho solo appena appreso che non si può affermare con certezza chi sia mio padre, ma nel complesso tutto bene grazie. E così in effetti risposi ”tutto bene, grazie”, non senza esser riuscito ad avvertire un inconfondibile accento francese nelle parole della signora.

Come risvegliato da un incubo, o riemerso da un tombino traditore, chiesi se per caso fosse francese, e lo feci già sapendo che la domanda era retorica, visto il nome del locale, il menu dedicato e l’accento. Infatti parlai in francese, che fino a prova contraria è la mia lingua, come se fossi tornato alle origini, come se avessi resettato il cervello, e avvertii un bel senso di rilassamento e presenza a me stesso, non sottovalutando quell’atmosfera di familiarità che ancora una volta quella donna riusciva a creare intorno a sé. Anche senza volere. Proprio come faceva Babette.
Ebbi come una sensazione di dolore alle braccia, per quanto forte mi stavo aggrappando a quel sentimento così impalpabile, quanto tremendamente necessario.

 

2 commenti

    Fabio

    (13 marzo 2018 - 22:22)

    Un racconto fantastica che non vorresti mai che finisse

    fabrizio scarpato

    (14 marzo 2018 - 12:45)

    Grazie. Ancora sei puntate, sembra, pare, dicono… c’è tempo ;-)

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