Lo stile anni ’90 nel vino

15/9/2010 2.3 MILA

La pornostar Vittoria Risi

C’è solo una cosa più deprimente di un vino stile anni ’90 di una grande azienda: il vino stile anni ’90 di una piccola azienda


Definizione ’90.
Colore cupo concentrato, effluvi di frutta cioccolata e vaniglia al naso, ingresso e finale dolce, morbidezza, poca longevità nel tempo, merlot ovunque e comunque, 50 euro a bottiglia, alcol dai 14 in su, assoluta mancanza di riferimento territoriale. L’idea che si debba bere fuori dai pasti. Il vino come esibizione

15 commenti

    Raffaele Del Franco

    Eppure, io mi sono avvicinato al questo mondo grazie proprio ai vini che avevano queste caratteristiche. I miei miti enologici sono stati, e per certi versi sono ancora (perchè quando vado in una enoteca mi ritrovo sempre a guardare i prezzi e le annate di questi obsoleti attrezzi da tavola, quindi credo di esserne ancora attratto). Vini che hanno proprio tutto quello che è descritto qui. Compreso i 50 euro. Ho amato i vini esibizione perchè, forse, volevo essere anche io parte di questa esibizione. E’ stato come diventare fan dei Doors solo perchè si vuole, incosciamente, partecipare al mito. Bastava averne assaggiato solo un culo di bicchiere che correvo a dirlo a tutti i miei amici. Beata gioventù!

    15 settembre 2010 - 09:52

    fabrizio scarpato

    Il vino hollywoodiano. Tuttavia, come per l’editoria, bisogna ammettere che quella rivoluzione con connotati imperialisti (ossimoro), ha avuto un impatto molto importante, anche in termini positivi, sia per il mercato (ebbene sì) che per la conoscenza del mondo del vino.
    A vent’anni di distanza mi chiedo cosa è rimasto: credo ancora molto di quei connotati fondamentali, ma soprattutto mi interessa capire se ci sono nuove ondate “barbare” che, con altre vesti e altre insegne, si sono affacciate all’orizzonte.
    Certo è che la piccola azienda in stile anni 90, come dire, sembra il giapponese nella giungla dopo l’atomica. Fa quasi tenerezza.

    15 settembre 2010 - 09:58

    Paolo De Cristofaro

    Luciano, non dimenticare di aggiungere nella definizione: “tannini da legno smaltati e scartavetranti ma soprattutto bottiglia troncoconica da 6,8 Kg manipolabile solo dopo un anno full immersion di body building…”
    :-))

    15 settembre 2010 - 10:33

    Carmelo Corona

    Vero è che questi vini hollywoodiani (come li chiama Alex Baricco nel suo saggio I barbari) hanno ampliato (in modo impressionante e su scala planetaria ) la “rosa” di coloro che bevono vino, facendo si che popoli che ne avevano solo sentito parlare si avvicinassero al vino, ma ne hanno anche cambiato la sua identità, prettamente mediterranea di acompagnatore dei pasti, riducendolo a bevanda da conversazione e da fuori pasto. L’inarrestabile imperialismo americano, ha fatto danni pure qui…

    15 settembre 2010 - 10:39

    alessandro bocchetti

    ma siete sicuri che questa tipologia di vini ha veramente “ampliato la rosa di coloro che bevono il vino”? Io credo che invece l’abbiano assottigliata, ha privato il vino dell’approccio quotidiano e naturale, che storicamente aveva in Europa. Provatevi a spendere 20/30 Euro al giorno per 365 giorni… fanno circa 9000 Euro l’anno! Così si capisce bene perchè sulle tavole sono comparse le cocacola ;-)
    Il vino è diventato qualcosa da appassionato, un poco barboso e noioso, allontanandone definitivamente da consumo i giovani e evitando così di creare nuovi consumatori… E il mondo della produzione, della comunicazione, degli appassionati, TUTTI dietro, perché intanto si beveva meno, meglio e con maggiori utili… sembrava l’uovo di Colombo, la pietra filosofale… Invece era una grande trappola ;-)
    Questo non toglie che in quei vini ci possa ancora essere qualcosa di buono: passare dalla mitizzazione dei vini internazionali e dolci, a loro demonizzazione, sono due facce della medesima medaglia… Nel vino (a mio modestissimo avviso) bisogna riscoprire un certo laicismo: non esiste un vino buono in se perché fatto con una “metodologia” buona a cui contrapporne una cattiva… esiste il vino buono nel bicchiere e nella metabolizzazione, a prescindere da come è fatto… Se non faremo questo passaggio e abbandoneremo un’idea di stile nel vino (ma anche in altri campi) passeremo solo da moda a moda senza diventare mai consapevoli…
    ciao A

    15 settembre 2010 - 11:17

      Luciano pignataro

      Quoto, quoto, quoto
      E penso al san Callisto 2004:-)
      @Paolo
      Vero, dimenticato il sollevamento pesi

      15 settembre 2010 - 11:19

        Lello Tornatore

        Dimenticato anche la dentiera nuova. Sono o non sono “vini da masticare” ?

        15 settembre 2010 - 21:19

      Monica Piscitelli

      Quoto anche io. Direi solo che, per un momento, passare da una fase in cui il vino era approccio quotidiano e naturale a quello elitario, ha aiutato la riflessione. Anche se in meno (persone), ci si interroga di più, si ragione di più. Fin troppo, invero. Tuttavia va bene cosi’ se poi tutti questi gran scopritori dell’uovo di colombo, sapranno con modestia e naturalezza condividere i loro ragionamenti con gli altri e tornare ad allargare la cerchia, con, in più, un bagaglio di conoscenza che si è cmq rivelato utile nel perfezionare i prodotti e ad avviare percorsi virtuosi, a partire dalla vigna.

      16 settembre 2010 - 12:52

    Fabrizio

    Codesta tipologia di vinoni esiste ancora, continueranno a sopravvivere e servirà sempre per fare scalpore, roprio come l’immagine della pornostar, esisteranno sempre quelle con chili di silicone.
    Siamo noi appassionati che evolviamo ed ora preferiamo una taglia 40/42 in tailleur (a me sono sempre piaciute così) che non passa mai di moda. Ogni tanto è anche divertente provare uno di questi vini per capire il perchè e trovare tra questi quello ben fatto.

    15 settembre 2010 - 11:34

    fabrizio scarpato

    Non sono sicuro, no. Però non sono d’accordo che dopo il vino anni 90 il mondo enoico sia diventato solo per appassionati barbosi e noiosi. La caratteristica di quel vino era che poteva esser capito da tutti, a tutte le latitudini, fattibile anche da tutti, a tutte le latitudini, acquistabile facilmente da tutti, a tutte le latitudini: è evidente la contrapposizione con un mondo un po’ chiuso, aristocratico e sacrale (a proposito di laicismo) che caratterizzava l’enologia precedente. Il vino a tavola tutti i giorni poco aveva a che fare col vino, a parte pochi fortunati: non generalizzerei su questo aspetto, non metterei la mano sul fuoco per i fiaschi delle mescite degli anni sessanta/settanta e non saprei fare dei conti in termini quantitativi. Penso però alle donne che si sono avvicinate al vino, a tutte le persone non competenti, per lavoro o lignaggio, che hanno potuto superare una sorta di timore reverenziale verso le bottiglie e verso le enoteche. Sui giovani è vero, è mancato qualcosa: purtroppo molti son passati oltre, ma altrettanti sono stati conquistati.
    Proprio sulle spinte originate a quel tempo, pur considerando gli aspetti negativi, si regge oggi un mercato (ci dev pur essere) che ripensa e ripropone: non capisco se è riflusso o scarto in avanti. Certo che i presupposti finali espressi da Alessandro dovrebbero essere una sorta di stella polare per chi produce e per chi consuma.

    15 settembre 2010 - 11:59

      alessandro bocchetti

      io non sono affatto sicuro che il vino che si consumava in casa nel passato fosse più cattivo di quello che si consuma (poco) oggi in casa… Voglio dire il brik da supermercato, pensi sia migliore delle damigiane di sfuso che si compravano una volta in abruzzo o nel chianti? Mah…
      Sul fatto che il vino dolcione e internazionale piacesse a tutti, non lo so a me non è quasi mai piaciuto, neanche nei ’90 e quei pochi che mi piacevano allora, in molti casi mi piacciono ancora oggi ;-) Ma una cosa è (secondo me) certa: il vino negli anni 90 ha perso la sua vocazione dionisiaca e di consumo, per consegnarsi ad un ruolo apollineo, di interpretazione e esclusività… Ecco penso che questo abbia fatto malissimo al vino, che sia stato un grande abbaglio, dovuto alla giovinezza e all’ingenuità. Abbandonando quel fiasco in tavola, si è abbandonata di fatto un’idea del vino come normalità e quotidianità, gli effetti sono sotto il naso di tutti ;-)
      Ciao A

      15 settembre 2010 - 12:22

        fabrizio scarpato

        Dici che io son figlio dei novanta per il fatto che non ho un’idea di normalità e quotidianità del vino? In effetti non bevo vino quotidianamente, e neppure ci tengo.
        Comunque è una bella riflessione: parafrasando un concetto che è proprio del mio lavoro di biologo analista, mi chiedo: cosa è la normalità? Come ci si arriva? Ci sono altri abbagli?

        15 settembre 2010 - 12:47

          alessandro bocchetti

          il concetto di normalità in questo caso è desunto a-contrario da quello di eccezionalità ;-)
          ciao A

          15 settembre 2010 - 13:09

    gaspare

    Atri miti degli anni ’90:

    -il Rosso Impenetrabile;
    -la Degustazione;
    -il Vitigno;
    -il Taglio Bordolese;
    -gli Archetti;
    -il Bicchierone;
    -l’Opulenza;
    -l’Amarone.

    :D

    15 settembre 2010 - 16:57

    Luigi Grimaldi

    Il brunello taroccato
    l’aglianico merlottizato

    15 settembre 2010 - 20:44

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