Man’inn Osteria a Falzè di Trevignano: il fermento delle idee nella cucina di Francesco
di Valentina Ruzza
Ci sono vocazioni che si riconoscono soltanto dopo anni di tentativi, deviazioni e ripensamenti. Altre, invece, arrivano prima ancora che si possano chiamare con il loro nome. Si manifestano nell’infanzia, attraverso gesti apparentemente semplici, ma già capaci di indicare una direzione. La storia di Francesco, classe 1997, comincia così: non tra i banchi di una scuola alberghiera, ma a cinque anni, quando preparava le prime pizzette per i compagni di classe.
Cucinare era il suo modo di comunicare, di creare qualcosa con le proprie mani e condividerlo con gli altri. Anche durante i pomeriggi trascorsi al grest, mentre i coetanei si dividevano tra giochi e attività, lui finiva puntualmente nei laboratori di cucina, attratto da quel mondo fatto di impasti, profumi e trasformazioni. Non era ancora un progetto professionale, ma un istinto. Una presenza costante, destinata a riaffiorare anche quando, a tredici anni, Francesco scelse di iscriversi al liceo, seguendo una strada apparentemente lontana dai fornelli.
Il richiamo della cucina, tuttavia, non tardò a farsi sentire. Un pomeriggio, con la sicurezza improvvisa e assoluta delle intuizioni adolescenziali, annunciò ai genitori: «Voglio fare il cuoco». Il padre, che lavorava nel mondo del caffè, intuì che dietro quella dichiarazione non c’era soltanto l’entusiasmo del momento.
Attraverso le proprie conoscenze gli aprì le porte di un ristorante a Castelfranco Veneto. Fu lì che, a sedici anni, sotto la guida dello chef Claudio, Francesco incontrò per la prima volta la realtà autentica della professione. La cucina smise di essere soltanto un luogo creativo e diventò calore, velocità, disciplina, gerarchie, concentrazione. Significava imparare osservando, rispettare tempi serrati, muoversi senza intralciare gli altri e comprendere che ogni servizio richiede precisione, resistenza e spirito di squadra. «Non sapevo fare nulla, ma mi divertivo da morire», racconta. È forse in questa frase che si trova la prima vera consapevolezza del suo percorso. La vocazione non cancella la fatica: le attribuisce un significato. Dopo il diploma, Francesco decide di trasformare quell’istinto in una professione e si iscrive ad ALMA, la Scuola Internazionale di Cucina Italiana. Si diploma tra i migliori allievi del proprio corso, al termine di un’esperienza destinata a segnare profondamente la sua crescita. Vivere fuori casa a diciotto anni significa confrontarsi con l’autonomia, conoscere persone provenienti da realtà differenti e immergersi completamente in un ambiente nel quale rigore, metodo e precisione diventano parte integrante della formazione. Ad ALMA Francesco comprende che il talento, senza disciplina, difficilmente può diventare mestiere. Impara a dominare la tecnica, a organizzare il lavoro e a considerare ogni dettaglio come parte di un risultato più grande. Da quel momento comincia un viaggio professionale che lo porta a lavorare in alcuni dei migliori ristoranti d’Italia, attraversando tre luoghi profondamente diversi: Ragusa, Venezia e San Cassiano. La prima grande esperienza è alla Locanda Don Serafino di Ragusa Ibla, all’epoca insignita di due stelle Michelin. Sei mesi di stage che rappresentano molto più di un passaggio formativo. In Sicilia Francesco incontra una cucina intensa, profondamente legata alla materia prima, alla memoria e al territorio. Scopre il valore dei contrasti, la forza delle verdure, delle spezie, della frutta secca e di quelle preparazioni in cui dolcezza, acidità e sapidità convivono senza mai annullarsi. L’isola diventa per lui un legame viscerale, una presenza destinata a riaffiorare negli anni successivi e a entrare, sotto forma di ricordo e suggestione, nella cucina di Man’inn. Dopo il Sud arriva Venezia, con l’esperienza al Met Restaurant, una stella Michelin. Il passaggio alla laguna amplia ulteriormente il suo linguaggio. Qui la cucina diventa più internazionale, elegante e misurata. Francesco si confronta con un contesto nel quale l’identità italiana dialoga quotidianamente con una clientela cosmopolita, imponendo precisione, sensibilità e capacità di adattamento. Il percorso prosegue poi a San Cassiano, al St. Hubertus, sotto la guida di Norbert Niederkofler. È una delle tappe più intense e decisive della sua formazione. All’interno di una cucina insignita delle tre stelle Michelin, Francesco comprende che l’eccellenza non nasce da un singolo gesto spettacolare, ma dalla capacità di mantenere ogni giorno lo stesso livello di attenzione. San Cassiano gli insegna il rigore delle grandi brigate, la gestione della pressione e dei numeri, il rispetto assoluto per la materia prima e la necessità di costruire un metodo replicabile. Sono esperienze fondamentali per “sgrezzarsi”, come ama dire lui stesso, e trasformare l’entusiasmo iniziale in una consapevolezza professionale più solida. Dopo la pandemia, a ventiquattro anni, gli viene affidata la cucina dell’osteria Al Canevon, uno dei locali più frequentati di Treviso. È la sua prima vera prova di responsabilità. Non si tratta più soltanto di eseguire, ma di guidare. Bisogna prendere decisioni, coordinare una brigata, costruire una proposta gastronomica, organizzare tempi e approvvigionamenti, controllare i costi e assumersi la responsabilità di ogni piatto che esce dalla cucina. È un’esperienza importante, che gli permette di comprendere quanto il lavoro dello chef non coincida esclusivamente con la creatività. Significa anche gestione, lucidità, ascolto e capacità di tenere insieme persone, esigenze e aspettative. Eppure Francesco sente che il proprio bagaglio non è ancora completo. La curiosità, la stessa che lo aveva spinto da bambino verso i laboratori di cucina, lo conduce questa volta fuori dall’Italia. Decide di trasferirsi in Finlandia, a Helsinki. L’inizio non segue il copione romantico di una carriera lineare. Francesco si adatta inizialmente a lavorare come pizzaiolo. Non considera questa fase un passo indietro, ma un nuovo punto di partenza, necessario per comprendere una cultura, un ritmo e un modo differente di vivere la ristorazione. Successivamente entra nella brigata del ristorante Natura, dove entra in contatto con una filosofia gastronomica profondamente legata alla stagionalità, alla sostenibilità e alla capacità di preservare gli ingredienti oltre il loro tempo naturale.
In Finlandia la conservazione non è soltanto una tecnica, ma una cultura costruita nei secoli. Gli inverni lunghi e la disponibilità limitata di determinati prodotti hanno generato un sapere fondato su fermentazioni, salamoie, marinature ed essiccazioni. Francesco impara così l’arte delle conservazioni, delle fermentazioni e delle kombucha, appassionandosi immediatamente a processi capaci di trasformare il tempo in un vero ingrediente gastronomico.
Fermentare non significa semplicemente prolungare la durata di un alimento. Significa modificarne la struttura, sviluppare acidità, intensificarne le componenti aromatiche e generare nuovi equilibri. Significa anche ridurre gli sprechi e utilizzare la materia prima in maniera più consapevole, rispettandone ogni fase di evoluzione. Durante l’esperienza al Natura, il ristorante conquista la Stella Verde Michelin per il proprio impegno sul fronte della sostenibilità. Un riconoscimento che rafforza in Francesco la convinzione che la cucina contemporanea non possa limitarsi alla ricerca tecnica o estetica, ma debba interrogarsi anche sul proprio impatto ambientale e sul rapporto con le risorse. Dopo due anni trascorsi all’estero, il richiamo dell’Italia diventa però sempre più forte. Francesco rientra a Venezia e approda all’Hotel Experimental, inserendosi nuovamente in una realtà internazionale. Il ritorno, tuttavia, non spegne il desiderio di autonomia. Francesco è sempre stato uno spirito creativo, poco incline a seguire troppo a lungo binari già tracciati. Ogni cucina attraversata gli ha lasciato una tecnica, un metodo, un ingrediente o un’intuizione, ma cresce in lui la necessità di costruire finalmente qualcosa che gli appartenga fino in fondo. La scintilla definitiva arriva nell’ottobre del 2024, quando torna brevemente a Helsinki per aiutare un amico nell’apertura di un locale.
Partecipare alla nascita di un nuovo progetto, vivere l’energia dei primi giorni e contribuire alla costruzione di un’identità gastronomica rende evidente ciò che Francesco ormai non può più ignorare: è arrivato il momento di camminare con le proprie gambe. Il 26 aprile vede per la prima volta gli spazi che diventeranno Man’inn Osteria. «Ho capito che era lei». La sensazione è immediata. Il locale si trova all’interno delle mura storiche di Villa Manin, a Falzè di Trevignano, proprio negli ambienti che un tempo ospitavano la cucina nobile della dimora.
I camini, le antiche stufe e le tracce architettoniche del passato non sono una semplice scenografia, ma parte integrante del progetto. È dentro un luogo storicamente destinato alla cucina che Francesco sceglie di far confluire il proprio viaggio: l’infanzia trevigiana, la formazione ad ALMA, la Sicilia, Venezia, le Dolomiti, Helsinki, le grandi brigate e il desiderio di costruire una ristorazione più personale, giovane e libera. Man’inn Osteria apre ufficialmente il 28 agosto 2025. Il progetto nasce dalla volontà di riportare nella terra trevigiana tutte le esperienze raccolte negli anni, coniugando la formazione italiana, le radici venete, le suggestioni mediterranee e la sensibilità nordica verso fermentazioni, conservazioni e sostenibilità. Passione, creatività, fermento. Sono le tre parole scelte per raccontare l’identità del locale. La passione è quella che accompagna Francesco fin dalle pizzette preparate a cinque anni.
La creatività è il risultato delle cucine, dei luoghi e delle persone incontrate lungo il percorso. Il fermento è insieme tecnica, filosofia e movimento: la capacità di attendere, trasformare e lasciare che il tempo partecipi alla costruzione del gusto. Man’inn ama definirsi un’osteria innovativa e giovanile. Non un ristorante rigido o distante, ma un luogo nel quale una cucina tecnicamente consapevole incontra un’accoglienza spontanea. Tra i tavoli ci sono sorrisi, musica degli anni Duemila e un servizio che punta a mettere l’ospite a proprio agio, senza rinunciare alla cura. Anche la selezione enoica segue questa visione: circa il settanta per cento della carta è composto da vini naturali, scelti per affinità con una cucina che privilegia artigianalità, fermentazioni e interpretazioni non standardizzate. Il lavoro sui fermentati attraversa la proposta gastronomica e arriva fino alla produzione interna della kombucha, servita e venduta nel locale. Non un elemento decorativo o una concessione alla moda, ma l’espressione concreta di quanto Francesco ha appreso durante gli anni trascorsi in Finlandia. La carta di Man’inn racconta una cucina capace di muoversi tra il Veneto e il mondo senza perdere coerenza. Il carpaccio di anguria con salsa di soia, feta greca, fichi e olive taggiasche apre il percorso attraverso un gioco di percezioni. L’anguria viene sottratta alla dimensione esclusivamente dolce e trattata come una materia gastronomica vera e propria. La sua succosità incontra la sapidità della soia e delle olive, mentre la feta porta una componente lattica e salina. Il fico ne accompagna la parte più matura, costruendo un antipasto vegetale sospeso tra Mediterraneo e suggestioni umami. La ceviche di pomodoro con pomodori confit, cetrioli fermentati e fiori eduli mette il vegetale al centro del piatto attraverso consistenze e lavorazioni differenti. Il pomodoro fresco conserva energia e acidità, quello confit aggiunge dolcezza e concentrazione, mentre il cetriolo fermentato introduce croccantezza e una tensione acida più profonda. I fiori eduli completano la preparazione con leggerezza aromatica. Più rassicurante nella denominazione, ma non meno delicato nell’esecuzione, è il vitello tonnato. Un classico che richiede precisione nella cottura della carne e una salsa capace di accompagnarla senza coprirne il gusto. La sua presenza ribadisce il legame di Man’inn con il concetto di osteria: la tradizione rimane, ma viene restituita attraverso misura e cura. Nel sashimi di salmone con gazpacho di pesche, yogurt e olio all’abete emerge il dialogo tra Mediterraneo e Nord Europa. La componente grassa del pesce viene alleggerita dalla freschezza della pesca e dall’acidità dello yogurt, mentre l’olio all’abete introduce una nota balsamica e resinosa che richiama i paesaggi scandinavi. La tartare di manzo con peperoncino fermentato, Latteria stagionato novanta mesi e nocciole è costruita su una progressione di intensità. La carne rimane protagonista, ma il peperoncino fermentato aggiunge una piccantezza più complessa e meno immediata. Il formaggio porta sapidità, profondità e umami, mentre le nocciole completano il piatto con tostatura e consistenza. Tra i primi, gli gnocchi verdi alle erbe alla Norma con ricotta affumicata e ribes raccontano il legame emotivo di Francesco con la Sicilia. Non si tratta di una riproduzione filologica della ricetta tradizionale, ma di una rilettura personale. Le erbe entrano nell’impasto, la ricotta affumicata dona profondità, mentre il ribes introduce un’acidità netta, capace di alleggerire la rotondità complessiva. Le fettuccine alla Nerano con mazzancolle e fonduta di provola affumicata uniscono la dolcezza delle zucchine a quella dei crostacei. La provola introduce carattere e persistenza, costruendo un ponte tra mare e terra e offrendo una lettura più intensa della memoria campana. Nei ravioli ripieni di stracotto di vitello, serviti con zaalouk e cappuccio fermentato, convivono invece tre linguaggi gastronomici. Lo stracotto appartiene alla cucina italiana più confortante; lo zaalouk, crema marocchina a base di melanzane e spezie, sposta il racconto verso il Nord Africa; il cavolo cappuccio fermentato porta acidità e pulizia. Non una contaminazione costruita per stupire, ma un incontro tra tradizioni capaci di riconoscersi nel gusto. I tortelloni al nero di seppia e ricotta, accompagnati da calamari, zafferano e crumble di prezzemolo, si muovono su registri marini. Il nero caratterizza l’impasto con sapidità e profondità, la ricotta ne ammorbidisce il profilo, mentre calamari e zafferano costruiscono una trama elegante. Il crumble di prezzemolo aggiunge croccantezza e una nota erbacea che interrompe la morbidezza del piatto. La millefoglie di carote con salsa alla camomilla e pak choi conferma il ruolo centrale attribuito al mondo vegetale. La carota non viene utilizzata come accompagnamento, ma diventa protagonista. La sua dolcezza naturale incontra il profilo floreale della camomilla, mentre il pak choi introduce freschezza e una delicata componente amarognola. Il salmone alla piastra con patate all’aneto, cetrioli sott’aceto e salsa amatriciana è una delle proposte più audaci della carta. Patate, aneto e cetrioli richiamano la cultura nordica, mentre la salsa amatriciana porta nel piatto un’impronta italiana, sapida e affumicata. Il salmone diventa così il punto d’incontro tra due geografie gastronomiche apparentemente lontane. Nel coniglio farcito alla siciliana con uvetta, salsa al gin e caponata di verdure riaffiora ancora una volta il ricordo dell’isola. La carne delicata viene accompagnata da note mediterranee, l’uvetta introduce dolcezza e la caponata lavora sull’equilibrio tra acidità e profondità. La salsa al gin aggiunge una componente botanica contemporanea, senza cancellare l’identità del piatto. La tagliata di manzo con patate al forno rappresenta invece la proposta più essenziale e immediatamente riconoscibile. Una scelta che dimostra come la cucina di Man’inn non senta il bisogno di complicare ogni preparazione. Quando la materia prima è ben trattata e la cottura precisa, anche la semplicità può diventare una dichiarazione gastronomica. La ricerca continua nei dessert. Il semifreddo alle noci con cardamomo e mango fermentato unisce la parte grassa e tostata della frutta secca al profilo aromatico della spezia. Il mango fermentato introduce una dolcezza meno lineare, accompagnata da acidità e sfumature più mature. La mousse ai frutti di bosco con carrube e albicocche sciroppate si muove invece tra freschezza e profondità. La carruba porta note scure, tostate e naturalmente dolci, mentre l’albicocca conserva una dimensione più morbida e avvolgente. Non manca il tiramisù, dessert profondamente legato all’identità trevigiana e veneta. La sua presenza ribadisce un principio importante: innovare non significa rinnegare la memoria, ma restituirla con attenzione, precisione e personalità. È proprio questo equilibrio a definire Man’inn Osteria. Da una parte ci sono l’alta formazione, il rigore delle grandi brigate e una ricerca costruita attraverso anni di esperienze. Dall’altra rimane il desiderio di creare un luogo accessibile, giovane e vivo, nel quale il cliente possa sentirsi accolto prima ancora che impressionato.
Il vero lusso di Man’inn non risiede nella formalità, ma nella libertà di attraversare territori, ricordi e culture all’interno dello stesso menu. È la possibilità di passare dalla Sicilia alla Finlandia, da un piatto di pasta fresca a un fermentato, da una kombucha autoprodotta a un vino naturale, senza che il racconto perda la propria identità. Tutto nasce dal percorso di Francesco: dalle pizzette preparate da bambino, dalle prime ore trascorse in una cucina di Castelfranco Veneto, dalla formazione ad ALMA, dalle brigate stellate, dalla Sicilia, da Venezia, dalle Dolomiti e dai due anni vissuti a Helsinki. Oggi quelle esperienze convivono nelle antiche cucine di Villa Manin e danno forma a un progetto che non rappresenta il punto d’arrivo, ma l’inizio della sfida più personale. Quella in cui non basta più dimostrare di essere all’altezza delle cucine degli altri. Bisogna trovare il coraggio di costruire la propria.
Man’inn Osteria
Piazza Guglielmo Marconi 14, 31040 Falzè di Trevignano (TV)|
Telefono:
352 0323453 | E-mail:
[email protected] |
Sito internet:maninn-osteria.it
Chef: Francesco, classe 1997
Tipologia: Osteria contemporanea e innovativa
Data di apertura: 28 agosto 2025
Instagram: @maninn_osteria
Cucina: Creativa e contemporanea, con influenze mediterranee e nordiche e particolare attenzione alle fermentazioni, alle conservazioni e alla sostenibilità
Carta dei vini: Circa il 70% di referenze naturali
Produzione propria: Kombucha
Orari di apertura: Lunedì: chiuso
Martedì: chiuso – Mercoledì: 12:00–14:30 / 18:30–22:30 – Giovedì: 12:00–14:30 / 18:30–22:30 – Venerdì: 12:00–14:30 / 18:30–23:00 – Sabato: 18:00–23:00 – Domenica: chiuso
Alla storia di Man’inn appartiene però anche un epilogo anticipato e doloroso. Il locale chiuderà il 14 agosto 2026, a meno di un anno dall’apertura. Una decisione maturata non per mancanza di qualità o di convinzione, ma di fronte a condizioni economiche e logistiche che, nel tempo, hanno reso il progetto non più sostenibile.
«Dal mese di aprile l’attività ha incontrato forti difficoltà», spiega Francesco Donaggio. «Abbiamo tentato diverse strategie per invertire la tendenza, ma la nostra clientela principale proveniva da Treviso e, data la distanza, ha incontrato oggettive difficoltà a raggiungerci con continuità».
La collocazione del ristorante, affascinante sotto il profilo storico e architettonico, si è quindi rivelata più complessa dal punto di vista commerciale. Una location capace di conferire carattere e identità al progetto, ma non sufficientemente vicina al bacino principale di pubblico che aveva imparato a conoscere e apprezzare la cucina di Francesco.
I risultati qualitativi, tuttavia, non sono mancati. Segnali importanti, che hanno confermato la validità della proposta gastronomica, la preparazione della brigata e la coerenza di una cucina fondata su creatività, fermentazioni e sostenibilità.
Il riconoscimento del pubblico e della critica non è però bastato a compensare l’incidenza dei costi di gestione e la difficoltà di garantire una frequentazione costante.
«A fronte dei costi, non è stato più sostenibile proseguire», racconta lo chef. «Ho preferito chiudere piuttosto che ridurre il personale o compromettere la qualità del progetto nel quale credevo».
Una scelta netta, che restituisce il senso di responsabilità con cui Francesco ha affrontato anche il momento più difficile. Ridimensionare la squadra o impoverire l’esperienza gastronomica avrebbe significato tradire i principi sui quali Man’inn era stato costruito. La decisione di fermarsi nasce quindi dalla volontà di preservare l’integrità del progetto, evitando che la necessità economica ne modificasse profondamente l’identità.
«Qui abbiamo pagato a caro prezzo sia la location sia il momento storico», aggiunge. «Ma il mio progetto proseguirà più avanti».
La chiusura di Man’inn non coincide dunque con l’abbandono di un’idea. È la conclusione di una prima fase, segnata da risultati gastronomici importanti ma anche dalla consapevolezza che la qualità, da sola, non sempre riesce a neutralizzare le difficoltà strutturali della ristorazione contemporanea.
Rimane il valore di un’esperienza che ha permesso a Francesco Donaggio di trasformare il proprio percorso in una cucina personale, di guidare una squadra e di misurarsi con tutte le responsabilità legate alla gestione di un locale. Rimangono le recensioni, l’attenzione ricevuta, il rapporto costruito con gli ospiti e una proposta che ha saputo portare nel Trevigiano un linguaggio gastronomico originale.
Soprattutto, rimane la volontà di continuare.
Perché il fermento, prima ancora di essere una tecnica, è trasformazione. È la capacità di attraversare il tempo, modificarsi e generare qualcosa di nuovo. Ed è forse proprio questa l’eredità più autentica di Man’inn: non la conclusione di un sogno, ma la sua prima, coraggiosa forma.
La storia di Francesco Donaggio, iniziata con alcune pizzette preparate a cinque anni, non si interrompe il 14 agosto. Cambia luogo, attende il momento giusto e si prepara a ricominciare










