Napa Valley a Napoli con Opus One da Gorizia 1916
La prima cantina che visitai quando mi trasferii in California fu Opus One. Non a caso. Non si può non confrontarsi on un brand che, forse più di ogni altro, racconta l’ambizione americana.
D’altra parte, un progetto del genere non poteva che nascere da due uomini ambiziosi, se non addirittura un po’ folli: Robert Mondavi e il barone Philippe de Rothschild di Château Mouton Rothschild. Nel 1979 decisero di mettere insieme due mondi che allora apparivano molto più lontani di oggi: la nota cultura bordolese e una Napa Valley che aveva già trovato nel Cabernet Sauvignon una delle proprie espressioni più convincenti.
I loro profili sovrapposti sono ancora lì, in blu, sull’etichetta di Opus One: probabilmente una delle più riconoscibili ed eleganti del vino californiano.
Di quella mia prima visita, però, non ricordo soltanto la degustazione. Ricordo una linea di etichette disegnate dai bambini così come un esercizio di team building: il personale veniva diviso in squadre, ciascuna chiamata a produrre il proprio vino, per arrivare infine a decretare il migliore. Dettagli, forse. Ma sono proprio i dettagli a raccontare che una grande azienda non si distingue soltanto per ciò che mette in bottiglia: si riconosce dall’approccio complessivo, dalla cultura che riesce a costruire intorno al vino e alle persone.
Nel frattempo la storia societaria è cambiata. Nel 2004 Constellation Brands acquisì Robert Mondavi Corporation e con essa il 50% di Opus One; l’altra metà è rimasta alla Baron Philippe de Rothschild S.A.
Quella storia è tornata a Napoli, a Gorizia 1916 – nelle settimane delle pre-regate che accompagnano la città verso l’America’s Cup – con una verticale di Opus One 2022, 2018, 2015 e 2012, preceduta da Overture 2022, raccontata da Alessandro Federzoni di Première Italia, importatore della maison, e Charlie Matthews, Export Manager di Opus One, arrivato direttamente dalla California per l’occasione.
Overture merita una parentesi. Nato nel 1993 come secondo vino della tenuta, per molti anni ha assemblato vini di più vendemmie; dal 2021, dopo le difficoltà dell’annata 2020 e il fatto che questo mix di annate non sempre veniva capito, è diventato invece millesimato. Il 2022 è composto per il 94% da Cabernet Sauvignon e, come Opus One, affina 18 mesi in rovere francese nuovo.
La distinzione passa anche dalla selezione delle parcelle: se Opus One trova nei prestigiosi vigneti di To Kalon, a Oakville – uno dei cru simbolo di Napa Valley per il Cabernet Sauvignon – una componente fondamentale, per Overture acquistano maggiore peso i blocchi più orientali della tenuta, verso il Napa River, dove ai suoli alluvionali più ghiaiosi si sostituiscono progressivamente argille e limi.
Anche la distanza tra le due etichette si legge nel posizionamento: sul sito ufficiale della cantina negli Stati Uniti, Overture 2022 è proposto a 210 dollari e Opus One 2022 a 490 dollari per la bottiglia da 750 ml (prezzi ufficiali Opus One Winery, settembre 2026).
Ed è proprio Overture 2022 la grande sorpresa della serata: goloso ma bevibile, frutto preciso e scorrevolezza, perfetto equilibrio. Opus One 2022, accanto a Overture, si mostra invece nell’austerità della giovinezza, con un tannino ammandorlato sul finale.
La mia preferita è la 2018, per eleganza. Il frutto del caldo di Napa è evidente, ma l’annata regolare ha consentito un lavoro di precisione su tutti i fronti. Mi aspetto molto anche dalla sua capacità di concedersi oggi promettendo, allo stesso tempo, un potenziale evolutivo lineare grazie alla linearità dell’annata che ha concesso una maturazione piena e una bella complessità garantita dalle escursioni che danno respiro a queste terre.
La 2015 è molto tipica, con frutto surmaturo e grande calore – non a caso qui arriviamo al 15% di alcol rispetto ai 14-14,5% degli altri vini. La 2012 si sposta invece sui terziari, con un pot-pourri e una prugna dominanti, tanto da suggerire più una permanenza su questo registro, sostenuta dalla densità, che future metamorfosi a mio avviso. Entrambe, 2015 e 2012, conservano una marcata dolcezza di frutto.
E poi c’è Gorizia1916, che è solita combinare le eccellenze. Mettere insieme la tradizione napoletana più verace, con i suoi sapori accomodanti, e alcuni dei più prestigiosi brand internazionali non è necessariamente un esercizio di contrasto. Perché l’eccellenza è il lusso del tempo: quello che distingue le etichette di valore in tutto il mondo e le ricette più curate. Che sia tempo di lavorazione, di attesa o di ricerca della materia prima, torniamo sempre lì.
A Gorizia1916 significa, tra le altre, una straordinaria Genovese o un apprezzatissimo ragù cotto sedici ore. Abbinamenti centratissimi di cui seguono dettagli: il Ripieno Gorizia, che l’affumicatura della provola e le melanzane incontra la torrefazione di Overture 2022, la Genovese con Opus One 2022, gli gnocchi ripieni al ragù della nonna con Opus One 2018 e l’entrecôte con le annate 2015 e 2012. Un percorso che ha messo il tempo nel bicchiere e nel piatto, tra vini destinati all’evoluzione e ricette che proprio nella lunga preparazione trovano parte della loro identità.





