Non si lavora solo per i soldi ma anche per orgoglio personale
di Marco Contursi
Il mio articolo su due locali in cui avevo mangiato male ma erano pieni, ha toccato diverse persone che mi hanno contattato per raccontarmi le loro esperienze. Alcune veramente vergognose.
Una in particolare mi ha colpito, quando la persona che si è presentato come un ristoratore in pensione, ha concluso così: “il guaio che oggi si lavora solo per i soldi, ai miei tempi lo facevi anche per orgoglio, se il cliente andava via lamentandosi, mi sentivo morire, se era colpa nostra, mi mettevo “scuorno” ”.
Questa frase mi ha fatto ritornare alla mente, quando in ospedale, in attesa della terapia medica e dopo che un infermiere gli aveva risposto male, un anziano pasticciere, mi disse “perché fanno così? Loro sono Dottori ma nel mio mestiere anche io so Mast’, anche io merito rispetto”. E giù a raccontarmi una vita a fare dolci, ad insegnare a generazioni di ragazzi, e gli brillavano gli occhi quando mi disse che finanche il Presidente della Repubblica aveva mangiato le sue torte.
Ecco il punto è questo.
Prima si lavorava, non solo per soldi, ma anche con la ferma convinzione che il lavoro fosse parte fondante della persona. L’orgoglio di dire “sono Giornalista”, “sono Mast’ d’ascia”, “sono Avvocato”, “Sono Mast Fravecatore”, “Sono Chef”.
Badate bene. “Sono”, non “Faccio”.
Si usava il verbo Essere e non il verbo Fare, per sottolineare come il lavoro fosse parte integrante della propria personalità, e la identificava, al punto che diventava tutt’uno con quello che eri.
Nella ristorazione era così e ne ho conosciuti tanti che avevano sposato questo lavoro. Molti infatti avevano casa e ristorante che erano un tutt’uno.
Gente che provava vergogna, se si sbagliava un piatto, se si dimenticava una comanda, o se si commetteva qualsiasi errore che rovinava l’esperienza del cliente alla propria tavola.
Persone fiere del proprio lavoro, che ci tenevano a farlo al meglio, a volte, anche rimettendoci qualcosa. Persone per cui il cliente diventava un amico, e il locale un luogo in cui ritrovare calore ed accoglienza, prima ancora che una buona cucina.
Qualche esempio? Il ristoratore di una frazione di Massalubrense che mi disse che restava aperto anche nello spacco tra pranzo e cena perché se veniva qualche turista non aveva dove andare in bagno visto che il bar della piazzetta aveva chiuso per ristrutturazione, o la ristoratrice di un minuscolo borgo della Ciociaria che, pur anziana, non chiudeva per non lasciare senza mensa i carabinieri della locale stazione “addò magneno sti ragazzi se chiudo io”.
Oggi, invece, la ristorazione è vista solo come un modo come un altro di fare soldi, di fare business: massimizzare i profitti, riducendo all’osso le spese. E se devo calpestare qualcuno, pazienza, fa parte del gioco.
Come recentemente detto anche da papa Leona XIV “il lavoro, il mercato, il profitto e la tecnologia sono nati come strumenti al servizio dell’uomo. Poi, lentamente, qualcosa si è rovesciato. Abbiamo cominciato ad adattare l’uomo al profitto estremo, il lavoro alla redditività, la vita alla tecnologia.
Quindi:
Perché buttare la carne, pure se è vecchia? Magari la “aggiusto” un po’ con qualche spezia e la do al cliente, e se gli viene mal di pancia, cavoli suoi.
Perché chiamare un altro cameriere, pure se ho il locale pieno? Il cliente aspetta e pazienza.
Perché fermarmi dal prendere altri clienti se ho già tutto pieno? Posso mettere ancora qualche tavolo e che fa se sono vista bagni, o attaccati al forno e schiattano dal caldo.
Perché fare una crostata col burro, se posso usare il palmisto? Tanto dico che è artigianale e nessuno dei clienti va a vedere gli ingredienti.
Perché non fare qualche giochino col menù ed aumentare i prezzi? Tanto siamo ad agosto, chi vuoi se ne accorga.
Perché non tenere il doppio menù, così se viene lo straniero lo spenno? Tanto quelli tengono i soldi.
Perché non dire “vi posso offrire un limoncello” e poi glielo metto in conto? Mica fanno storie per pochi euro, e se la fanno, dico che mi sono sbagliato e glieli restituisco.
Il modo di ragionare di tanti è questo. Ma la ristorazione non è un business come un altro, perché, spesso, attiene alla sfera emozionale del cliente. Non si va a cena fuori per nutrirsi, ma per festeggiare un compleanno, una promozione, un amore che sboccia, un figlio che nasce.
Se tu ristoratore me lo rovini con un servizio sciatto, con piatti riscaldati, con vino caldo, con un conto fuori logica, mi stai facendo un danno che va oltre il semplice pasto. Mi lasci un ricordo brutto di un momento che per me era importante.
Eppoi, il ristoratore dovrebbe ricordare che chi gli porta i suoi soldi, va rispettato, perché ti ha scelto, e trattare male chi ti ha preferito ad altri è da persone senza dignità.
Già, la dignità, una parola sconosciuta a molti.
Perché :
Se ti inventi ogni mandrakata per sottrarre più soldi possibili al cliente, sei senza dignità.
Se risparmi all’osso su personale e materia prima, sei senza dignità.
Se approfitti della mia buona fede o sprovvedutezza, e mi vendi un prodotto industriale per artigianale, sei senza dignità.
Se prendi un ragazzino minorenne come cameriere perché a fine sera gli metti 20 euro in mano e te ne freghi del servizio, sei senza dignità.
Se fai 500 coperti e non hai chi rinfresca il bagno e io lo trovo peggio di una fogna di Calcutta, sei senza dignità.
Se per vendere qualche pizza ti metti a fare il pagliaccio, sei senza dignità.
Se per vendere il tuo prodotto racconti palle su palle, sei sena dignità.
Se prendi decine di segnalazioni negative che lamentano la stessa problematica e tu non la risolvi, perché te ne freghi dei clienti, sei senza dignità.
Ovviamente, il discorso vale anche per i clienti: Se vai via senza pagare il conto, sei senza dignità. Se tratti il personale di sala come servi, sei senza dignità. Se critichi il piatto, in modo ingiusto, magari perché speri nello sconto, sei senza dignità. Se vi sedete in 6 a tavola e ordinate due pizze e state 4 ore, siete senza dignità. Se a mezzanotte siete gli unici in sala e vi attardate a parlare, siete senza dignità.
Già dignità, è alla base di tutto. La dignità si vede da quello che sei e che fai, da ciò a cui rinunci per restare fedele ai tuoi valori, non dagli abiti firmati e dal conto in banca.
Dignità. Dignità nel lavoro, che poi è dignità della persona.
Ma siamo davvero sicuri che, tutti sappiano cosa sia????

bravo Marco,
speriamo che anche se una piccola parte ma come clienti si rifletta sulle tue parole
gm