Parodia sul Cilento? Fanno bene i cilentani ad incazzarsi?


di Marco Contursi

Ho seguito dalla pace dell’Umbria le polemiche sul video della parodia di alcuni comici, che, invero non conoscevo, sul Cilento. E dico la mia, allargando il discorso.
Premetto che mi aveva già fatto riflettere la riflessione su facebook, di pochi giorni prima, di Peter Hoogstaden, che cilentano non è, ma organizza trekking in Cilento, portando migliaia di persone in questa terra, e quindi, la conosce bene: “Un altro paio di giorni nel Cilento interno mi ha fatto di nuovo riflettere sul perché questa zona non decolla. Come mi dicono in tanti, sono poche le zone che hanno un tale concentrato di bellezza, naturale e culturale. Una cosa della quale sono convinto anche io. Ma la bellezza della zona è una ‘bellezza diffusa’, con tante chicche, piccole e grandi, ma senza ‘grandi attrattori”.
Consentitemi, la mia è l’opinione di chi, napoletano di nascita e residente da sempre nell’agro nocerino, vive il Cilento da quasi 50 anni (ad 1 anno primo bagno a Pioppi). Senza contare che su 4 storie d’amore importanti, due erano cilentane, di Ascea per la precisione.
Ma, soprattutto, sono uno che nel 2013, scrisse un pezzo sul Cilento che all’epoca fece scalpore, seguito da un altro più recente  con oltre 40mila letture e decine di commenti.
Quindi tutto mi si può dire, tranne che io sia acritico verso questa terra, ma….
Ma, nel caso specifico, io credo, che i cilentani, e tutti quelli a cui non è piaciuto il video, abbiano ragione. Sicuramente più ragione di chi cerca di difendere il video con motivazioni pretestuose.
Perché? Perché, pur non essendo il male estremo, non c’è bisogno alcuno dell’ennesima rappresentazione cafonal/popolare del Cilento. Basta quella che si vede ad agosto tutti gli anni. Perché non si può sentire definirlo “un aiuto al Cilento”, perché quel video porta beneficio solo a loro che l’hanno fatto, ma dubito che a qualcuno venga voglia di andare in Cilento dopo aver visto il comico vomitare. Ma davvero qualcuno pensa che possa inserirsi in un contesto promozionale del territorio????
Perché uscirsene con “il video ha fatto 1 milione di visualizzazioni”, vuol dire che ancora una volta si sacrifica il buon gusto all’altare dell’algoritmo delle visualizzazioni, ed ancora una volta si pensa che uno vale uno. Se parliamo di promozione, per il Cilento, meglio 10 visualizzazioni di persone in linea con i veri valori di questa terra, che 1 milione di persone che vengono, come ad agosto, a vandalizzarla, portando sì soldi ma anche tanta confusione e problemi vari.
Pecunia non olet? Certo, ma avete visto cosa è successo a Roccaraso dopo che una pseudo influencer napoletana ha pubblicato un video: migliaia di persone si sono riversate, creando più problemi che benefici.
Il Cilento merita una comunicazione di qualità, che porti un turismo di qualità: persone che girino i piccoli borghi, dell’interno, che assaggino le produzioni locali, che lascino pulito, che non creino inquinamento acustico. Non persone che si mettano in 10 in due stanze, che creino accampamenti beduini sulle spiagge, che lascino un prato come Bantargebang in Indonesia, che ascoltino, a palla, canzoni, che parlano di carcere e soldi facili.
Ma poi, siamo sicuri che i Cilentani vogliano una eventuale promozione, e, soprattutto, siano attrezzati per gestirla???
Il Cilento, da anni, è diviso tra la voglia di creare una economia che duri tutto l’anno e la realtà di un mese circa, di battaglia, in cui si cerca di monetizzare il più possibile, offrendo poco in cambio di un prezzo alto (3mila a settimana casa di 1 stanza da letto e bagno per 2 adulti e 1 bimbo!!!).

case care

E da questa dicotomia non si schioda. Non va avanti. Sempre uguale, semmai con qualche peggioramento, come i prezzi sempre più alti ogni anno. E questa cosa mi dispiace davvero, ma ormai è una considerazione costante che faccio anno dopo anno.
Con le dovute eccezioni, come sempre.

Di chi le colpe? Di TANTI:
• Dei Cilentani. Siano semplici cittadini o chi coi turisti ci lavora. Divisi tra la voglia di sfruttare la popolarità e l’idiosincrasia congenita verso chiunque venga da fuori, visto come uno che rompe le scatole. Affitti stellari, nessuna selezione a chi si affitta (purchè paghi), cibo spesso approssimativo, prezzi alti, pochi servizi, pochissima voglia di fare gruppo con altri imprenditori del territorio. E l’atteggiamento di chi non vede l’ora che te ne vai.

recensione negativa

Ed infatti, come finisce agosto, inizia a chiudere tutto. Inizi a sentire “mo è tornata la pace”. Ma siamo sicuri che pace e sviluppo non possano coesistere? Uno sviluppo che porti una utenza civile e preparata, che permetta ai giovani del Cilento di restare e non partire via, alla ricerca di un lavoro, lontano da dove sono nati e dagli affetti più cari.
• Di tutti quelli che speculano sulla parola “Cilento”. Da Eboli in poi (ma ci fu chi anche a Battipaglia scrisse “porta del cilento”), la trovi dovunque, tutto diventa Cilento perché “Cilento sta bene a tutto”. Eboli non è Cilento, Paestum non è Cilento. Basta sta caricatura della mozzarella di bufala “cilentana”.

recensione negativa

L’animale del Cilento è la capra. Il formaggio del cilento, è il cacioricotta. L’unica mozzarella cilentana è quella nella mortella ed è fatta con la pasta del caciocavallo. A Paestum si mangiavano carciofi e anguille del Sele, come testimonia un menù dei primi anni del 2000 di cui ho letto recentemente. Non c’erano cavatelli o fusilli, addirittura la mozzarella di bufala veniva presentata come “tipo aversana”.
• Dei Progetti e eventi finanziati con la parola Cilento. Da quando sono arrivati i fondi europei, è un susseguirsi di eventi finanziati, purchè contengano la parola Cilento e Dieta Mediterranea. Cose serissime, banalizzate da cene e cenette, convegni e chiacchierate, con spesso quattro gatti e due cani, affamati, che aspettano la fine delle trite e ritrite ciarle, per accedere al, trito e ritrito, buffet, pagato dalla Comunità Europea.

recensione negativa

Dove sarebbe questa valorizzazione? Sempre le stesse facce, sempre gli stessi nomi e, a dirla tutta, sempre gli stessi prodotti. Mai una volta che veda salumi, ad esempio,…..ma vogliamo iniziare ad essere seri. Invece di sprecare soldi, in mille eventi locali, fatti solo per intercettare fondi, si pensasse a eventi grandi, fuori dal Cilento, per farlo conoscere davvero a chi ancora lo confonde con il Salento, o, non l’ha mai sentito nominare, scegliendo con criteri etici chi mandare a rappresentarlo. Anche il Parco per anni ha concesso il logo a qualsivoglia azienda stesse nel territorio, prescindendo da qualsiasi valutazione su ciò che facesse e come lo facesse. Col risultato che un turista comprava un prodotto col logo della primula di Palinuro e poi leggendo gli ingredienti si trovava di fronte ad un prodotto industriale e con ingredienti scadenti (ricordo una crema spalmabile chiamata Kinder Bueno col logo del parco e ovviamente non fatta dalla Kinder).
• I Cantori del Cilento. Salvando la buona pace di Luciano Pignataro, autore dell’unico libro serio fatto sulle ricette cilentane, e di pochissimi altri, per il resto, nella comunicazione del Cilento e sul Cilento, vedo solo tanta mediocrità. Un racconto che non va oltre la banalità, della nonna che impasta, il vecchio che zappa, passando per l’esaltazione dell’ennesimo piatto cucinato con olio rancido, mentre si magnifica, ma solo a parole, la dieta mediterranea.

recensione negativa

Guide inutili e prezzolate che recensiscono finanche le tabaccherie, gente che fa panegirici dove tutto è buono e tutto è ottimo, video a profusione sempre degli stessi scorci, blogger che in cambio di pecunia fanno video-recensioni ma che sono solo marchette pubblicitarie, senza dimenticare le leccate di deretano, al potente di turno con tanto di tag su facebook, sperando di tornarsene a casa, col cofano pieno. Infine, consigli per gli acquisti a “coppole e sasicc”, in cui si segnalano come economici, posti da 50/60 euro, senza vino. Ma la vogliamo finire??? Il Cilento merita che ne parlino seri professionisti, gente che ha studiato e vissuto quello che racconta, non chi mangia a scrocco e chiama cioccolata lo sterco. Ma soprattutto serve gente obiettiva che critica quando c’è da criticare, che non esalti il nulla, magari in cambio di utilità, che vanno dalla visibilità, alla bottiglia di vino o alla cena offerta. Servono professionisti seri, pagati per fare un lavoro serio di censimento vero e di promozione. Di tutto il territorio, con un occhio particolare per le zone interne, spesso obliate. Ma gli imprenditori cilentani vogliono davvero questa serietà??? Ho i miei dubbi.
• Gli imprenditori cilentani. Fare impresa è difficile. Lo sappiamo tutti. Ma mai che un imprenditore voglia mettersi in discussione o fare le cose bene. Mai uno che cerchi come migliorarsi, invece che circondarsi di cantori servili di peana e trionfali. L’unico mantra è “Fare soldi. Tanti e subito” e cercare chi ne parli bene sui social per promuoversi, pure se hanno una offerta penosa. Troppi Prenditori, pochi Imprenditori.

recensione negativa

L’imprenditore è uno che fa crescere il territorio, non che lo sfrutta. Che dà lavoro ai giovani, non che cerca schiavi. Che compra da produttori e artigiani locali, non che li strozza col prezzo più basso. Che acquista olio, salumi, formaggi, vini del Cilento e li propone, raccontandoli. Domando: in quante strutture ricettive cilentane (hotel, resort ecc..) a colazione ci sono salumi e formaggi locali? Pochi gli imprenditori che portano avanti una imprenditoria sana, che rispetti dipendenti e clienti, che preveda stipendi ed orari etici e una offerta valida per i clienti in cambio di un prezzo equo. Si parla di visioni e prospettive nuove, ma poi si fanno giochetti coi prezzi, e si mettono cifre spropositate, certi della superficialità dei clienti: può costare un piatto di seppie indopacifiche fritte 24 euro? O 28 euro una Nerano, in cilento poi??? O ancora, una falanghina da 4 euro, 25 euro? O chiedere 6 mila euro per un soggiorno, solo affitto, di una settimana di 4 persone?
Sia chiaro: Chi attua comportamenti scorretti, fa un danno a tutto il territorio, perché chi ne è vittima, parlerà male della sua esperienza, spesso generalizzando (“il cilento è caro, i cilentani sono disonesti”) ma si tratta di mele marce da isolare, non da ammirare perché fanno soldi, sputtanando l’intero Cilento.
• Le Istituzioni. Qui, stendo un velo pietoso. La Cilentana SS18, spesso teatro di tragedie, con restringimenti, interruzioni e tratti completamente bui. La sanità ridotta agli sgoccioli. La doverosa vigilanza su chi fa i porci comodi suoi, assente, talvolta, connivente. Gli organici di chi dovrebbe far rispettare la legge, spesso ridotti all’osso. Serve capire che la promozione di un territorio passa per la affermazione totale della legge su chi, a vario titolo, la infrange. Sulla efficienza delle infrastrutture e su una sanità pronta a gestire i grandi flussi. Non per eventi spot, con buffet e chiacchierate inutili delle solite 4 facce.

recensione negativa

Alla luce di tutto questo, e tornando al leitmotiv iniziale, siamo proprio sicuri che quello di cui abbia bisogno il Cilento sia una video-parodia che inizia con un tizio corpulento in preda ad un attacco di emesi, e che poi si fa il bidet in una fontanella pubblica???? E c’è pure chi sostiene che è una cosa che porta un utilità al territorio????? O che questo video “abbia ravvivato l’offerta turistica cilentana usando la provocazione”???
Sto video?????? E chi so, i nuovi Olivieri Toscani????
Vedete, io non contesto loro che l’hanno fatto, contesto chi se la prende con chi non l’ha gradito, attribuendo al video un valore che non ha. Allora, capisco che il caldo renda confusi, ma, vi prego, «Est modus in rebus, sunt certi denique fines, quos ultra citraque nequit consistere rectum»!!
E concludo, W il Cilento, quello che lotta ogni giorno per andare avanti con semplicità ed onestà. E ai Cilentani dico, non sdegnatevi (giustamente) solo per il video dei comici, ma anche per tutte le storture della vostra terra, sia delle istituzioni, sia dei privati, perché chiunque faccia dire ad un turista che ha subito un disagio o una scorrettezza “Mi hanno fregato, mai più in Cilento”, crea un danno, prima di immagine e poi economico, a tutto il territorio.

p.s. Anche nel film “Benvenuti al Sud“ si faceva ironia su alcune “cilentanità”, ma era un sorriso garbato, unito a tanto altro. Tanto altro…
p.p,s. le recensioni negative sono prese a caso da locali cilentani che so che ne attirano diverse e le ho prese perché indicative di modalità abituali di fare offerta e non di una serata storta, che può capitare a tutti.

6 Commenti

  1. Il punto, Marco, è che la tua critica contiene molte osservazioni corrette, ma resta prigioniera di una concezione sostanzialmente moralistica e piccolo-borghese dei problemi che descrive. Io non voglio difendere il turismo di massa, gli imprenditori predatori, i prezzi assurdi, i blogger prezzolati o il degrado ambientale. Voglio chiederti: perché questi fenomeni si riproducono? La risposta non è che i cilentani devono diventare più seri, gli imprenditori più etici e i turisti più educati. La risposta è il modo di produzione capitalistico e, dentro di esso, la posizione periferica di un territorio come il Cilento. Il capitale non chiede al proprietario di essere virtuoso: gli impone di valorizzare il capitale, di competere, di accumulare e di scaricare i costi sulla forza-lavoro e sulla natura. Se una casa rende più affittata ad agosto che destinata alla residenza, il proprietario ha un incentivo a destinarla all’affitto turistico. Se un ristoratore può aumentare il margine comprimendo il salario, aumentando i prezzi o facendo entrambe le cose, la concorrenza, cioè la lotta dei capitali fra loro per l’accumulazione, crea precisamente questo incentivo. Se un lavoratore stagionale accetta condizioni pessime, contratti opachi, lavoro nero o parte del salario fuori busta, non è perché gli manca la dignità o perché è stupido, ma perché possiede soltanto la propria forza-lavoro e, individualmente, dispone di un potere contrattuale debole. Ma il problema non è soltanto individuale. È il problema di una classe lavoratrice frammentata, scarsamente organizzata e quindi incapace di trasformare una condizione comune in forza collettiva. Il lavoratore è separato dai mezzi di produzione e deve vendere la propria forza-lavoro per riprodursi. Questa è la condizione materiale dalla quale bisogna partire. Se il piccolo produttore agricolo vende sottocosto, non è necessariamente incapace, bensì perché è inserito in rapporti di mercato e filiere nelle quali altri soggetti dispongono di un potere contrattuale superiore. La stessa logica assume semplicemente una forma diversa. Il tuo “buon imprenditore”, quindi, non risolve la contraddizione. Al contrario, la riproduce in forma moralmente più gradevole. Cerchi di curare l’effetto conservando la causa. E questo, politicamente, finisce per essere un assist proprio a ciò che dici di voler criticare. E qui bisogna introdurre la questione di classe. Il Cilento non è un “soggetto collettivo unitario”. È una formazione sociale nella quale la piccola borghesia proprietaria e commerciale ha un peso rilevante, mentre il proletariato è numericamente e organizzativamente frammentato, il semi-proletariato alterna lavoro salariato, piccoli appezzamenti, famiglia, pensioni e lavori stagionali, e gli strati più marginalizzati sono spesso spinti verso l’economia informale o l’emigrazione. Questa struttura rende difficile la costruzione di una politica autonoma della classe lavoratrice. Ed è qui che il moralismo territoriale diventa politicamente pericoloso perché sposta il conflitto dal capitale al comportamento. Il problema diventa non più il rapporto sociale, ma il modo in cui i singoli individui si comportano dentro quel rapporto. È una vecchia illusione piccolo-borghese secondo la quale se tutti rispettassero le regole, lavorassero bene, fossero onesti e facessero “rete”, il problema sarebbe risolto. Ma il capitalismo non è un incidente provocato da persone che non hanno letto il manuale delle buone maniere. Se il capitale deve valorizzarsi e il lavoratore deve vendere la propria forza-lavoro per vivere, la contraddizione è strutturale. Il cameriere non deve essere indirizzato contro il turista cafone quando il suo problema fondamentale è il rapporto salariale; il giovane non deve essere spinto semplicemente a indignarsi contro chi “non valorizza il territorio”, quando dovrebbe interrogare la rendita immobiliare, la precarietà e la struttura occupazionale; il piccolo produttore non deve limitarsi a cercare il ristoratore più corretto, ma organizzarsi collettivamente contro rapporti di forza che lo subordinano. In altre parole, il conflitto di classe viene sostituito dal conflitto fra persone perbene e persone maleducate. È esattamente il genere di ideologia che la piccola borghesia tende a produrre: tutti siamo “cilentani”, tutti dobbiamo collaborare, tutti dobbiamo fare meglio. È una specie di nazionalismo in scala comunale, o se vogliamo una ideologia territoriale di classe, perché trasforma interessi sociali differenti in un fantomatico interesse comune del “territorio”. Nella realtà non esistono semplicemente “i cilentani”: esiste chi possiede la casa e chi deve pagargli l’affitto, chi possiede il ristorante e chi vi lavora dodici ore, chi possiede la terra e chi vende la propria forza-lavoro, chi vive di rendita e chi vive di salario. La parola “territorio” non cancella questi rapporti. Li copre. Lo stesso vale per l’agri-business. Non basta contrapporre il prodotto autentico all’industriale o il produttore serio al commerciante speculatore. L’agricoltura cilentana è inserita in un sistema capitalistico più ampio di distribuzione, trasformazione e commercializzazione.La risposta non è chiedergli di essere più orgoglioso della propria identità agricola, ma organizzare collettivamente produzione, trasformazione e distribuzione. Altrimenti la “valorizzazione del prodotto locale” rischia di diventare soltanto un nuovo modo di estrarre valore dalla parola “Cilento”. E qui arriviamo al turismo. In una regione periferica, il turismo appare come una scorciatoia per trasformare rapidamente in denaro ciò che già esiste. Tanti i prodotti del lavoro quanto quelli della natura: paesaggio, costa, abitazioni, cultura, prodotti agricoli e gastronomia. Ma questa scorciatoia ha una precisa struttura di classe. La rendita tende a concentrarsi presso chi possiede immobili, terreni, strutture ricettive e attività commerciali, mentre il lavoro turistico rimane stagionale, precario e facilmente sostituibile. Il territorio viene così trasformato in macchina di valorizzazione del capitale. E più l’area diventa desiderabile, più aumenta il valore della terra e delle abitazioni, producendo una contraddizione feroce: il turismo che dovrebbe creare lavoro rende più difficile vivere nel territorio per chi quel lavoro lo svolge. Questo non è semplicemente un problema di “turismo di qualità”. È un problema di rendita, proprietà e rapporti di classe. E quando dici che bisogna attirare turisti migliori, devi stare attento a non trasformare la critica del turismo capitalistico in una selezione di classe dei turisti. Il turista ricco non è automaticamente ecologico e quello povero non è automaticamente devastante. Il criterio deve essere materiale: quanta acqua consuma, quanta energia, quanto suolo, quanti rifiuti, quali emissioni produce e quanto valore viene effettivamente trattenuto dai lavoratori e dalla comunità. La natura, fortunatamente, non legge il conto del ristorante. Un territorio non può essere valorizzato infinitamente senza distruggere le condizioni della propria riproduzione. Promuovere il Cilento per attirare sempre più consumatori mentre mancano infrastrutture, trasporti, sanità, gestione dei rifiuti e capacità di controllo significa subordinare la riproduzione ecologica e sociale alla valorizzazione capitalistica. L’irregolarità economica e lavorativa raggiunge livelli elevatissimi, e questo non dimostra semplicemente che “manca serietà”. Piuttosto, dimostra che determinate forme di accumulazione si riproducono proprio attraverso l’irregolarità. Sono una regola, non l’eccezione. E la tua proposta di “destagionalizzare” deve essere sottoposta alla stessa critica. Distribuire i flussi durante l’anno può essere positivo, ma se significa semplicemente estendere il ciclo di consumo da uno a dodici mesi, abbiamo trasformato un picco di sfruttamento in uno sfruttamento permanente. Non basta cambiare il calendario della valorizzazione. Bisogna cambiare chi controlla la valorizzazione e per quale fine. Per questo non penso che la soluzione sia un capitalismo turistico più educato, un capitalismo dal volto umano o un capitalismo green. Sono tutte formule che rischiano di trasformare rapporti sociali in aggettivi: tradizione, sostenibilità, innovazione, qualità. Ma la questione non è quale aggettivo appiccichiamo al capitale. La questione è chi possiede, chi decide, chi lavora, chi appropria il valore e chi sostiene i costi sociali ed ecologici. La questione è il controllo sociale della produzione. Servono organizzazioni dei lavoratori del turismo, forme cooperative dei piccoli produttori capaci di sottrarli al dominio delle filiere, controllo pubblico della rendita immobiliare, pianificazione dei flussi secondo limiti ecologici, investimenti pubblici strutturali e, soprattutto, costruzione di un’organizzazione politica autonoma della classe lavoratrice. Perché il punto decisivo è proprio questo: il proletariato cilentano non può liberarsi attraverso la somma delle buone pratiche individuali. È frammentato, dipendente dalla piccola proprietà, legato alla famiglia, sottoposto alla stagionalità e continuamente esposto all’emigrazione. Proprio per questo deve organizzarsi come classe. La piccola borghesia, invece, tende continuamente a proporre la propria soluzione particolare come soluzione universale: “facciamo funzionare meglio le imprese”, “valorizziamo il territorio”, “selezioniamo i turisti”, “facciamo rete”, “siamo seri”. Nessuna di queste formule supera il capitalismo. E senza organizzazione autonoma del proletariato, il malcontento viene continuamente riassorbito dal localismo, dal municipalismo, dalla nostalgia rurale, dalla religione, dall’identitarismo territoriale e dalla piccola proprietà. Il lavoratore finisce così per identificare il proprio interesse con quello del piccolo proprietario, il dipendente con quello del ristoratore, il bracciante con quello del proprietario agricolo e il residente con quello del proprietario immobiliare. Col il solito “mi sento a casa” o “è la mia famiglia”. È esattamente qui che la politica di classe viene neutralizzata. Il capitale ringrazia perché mentre tutti discutono di decoro, educazione, identità e “valorizzazione”, i rapporti di produzione restano intatti. Se vuoi realmente difendere i lavoratori, devi arrivare alla loro organizzazione di classe. Se vuoi difendere i piccoli produttori, devi affrontare i rapporti capitalistici di filiera. Se vuoi fermare la rendita, devi mettere in discussione l’uso capitalistico del suolo e dell’abitazione. Se vuoi salvare l’ambiente, devi sottrarre il metabolismo territoriale alla subordinazione al profitto. Se vuoi impedire che i giovani emigrino, devi creare condizioni materiali di riproduzione sociale, non invitarli ad amare di più il paese natale. E se vuoi realmente trasformare il Cilento, devi smettere di concepirlo come una comunità morale che deve “fare squadra” e iniziare a concepirlo per ciò che è, una formazione sociale attraversata dalla lotta di classe, inserita nella divisione capitalistica del lavoro e subordinata a rapporti economici più vasti. Il problema, dunque, non è trovare il turista migliore, l’imprenditore migliore o il comunicatore migliore. Il problema è costruire la forza sociale e politica capace di sottrarre progressivamente la riproduzione del territorio alla logica della valorizzazione capitalistica. Altrimenti avremo un Cilento con recensioni impeccabili e convegni finalmente senza il solito buffet di plastica, ma con la stessa vecchia relazione: pochi possiedono, molti lavorano, altri consumano, il territorio paga il conto e il capitale incassa.

    1. Amico mio avrei scritto questo pezzo anche solo per leggere il tuo commento di filosofo marxista che spazia dal Capitalismo alla lotta di classe, dalla statuaria greca, all’ origine di Coubert, con la stessa intelligente leggiadrìa. Troppo avanti per tutti, me compreso. Ma, a volte, meglio essere dietro e non avanti.
      E comunque alla καλοκαγαθία, io preferisco sempre la Καλλίπυγία…

  2. Condivido pienamente il contenuto.
    Purtroppo la
    mentalità non consentirà alcuno sviluppo. Individualisti i cittadini, gli imprenditori e persino i singoli comuni.
    Forse tra un paio di generazioni, con l’esperienze dei reimpatriati si potranno aprire nuovi orizzonti.
    Per adesso accontentarsi ….

  3. Un caso che i gestori dei locali da me frequentati hanno unanimemente confermato che ad agosto il livello della clientela si notevolmente abbassato al punto che chi fa qualità ha avuto enorme difficoltà a comunicare e soprattutto a far recepire il valore del loro impegno in tal senso?FRANCESCO

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