Podere della Civettaja, il Pinot Nero in Casentino. La storia di Vincenzo Tommasi e Henri Jayer
di Tonia Credendino
Ci sono scelte che diventano un destino. Vincenzo Tommasi ha scelto il Pinot Nero e il Casentino, un territorio lontano dai luoghi storici del vitigno ma capace di offrirgli un’identità autonoma. Da questa intuizione, sostenuta con anni di lavoro in vigna e in cantina, nasce Podere della Civettaja. A Sansepolcro, la verticale di sei annate dal 2023 al 2018 ha riportato il percorso di Tommasi al centro del racconto, nell’Auditorium Santa Chiara e nell’ambito di B.E.V.I. – Borgo Eccellenze Vinicole Italiane. A condurre la degustazione sono stati Cristiano Cini, presidente di AIS Toscana, e Luca Gardini, campione del mondo dei sommelier e voce internazionale autorevole della critica e della comunicazione del vino; con loro, Tommasi ha dato voce al lavoro che sta dietro ogni bottiglia.
Il Pinot Nero non si lascia definire da un solo tratto. Il rubino può essere luminoso, trasparente, persino delicato, eppure il vino può avere profondità, struttura e una notevole capacità di persistenza. Al naso il frutto rosso, i fiori e le spezie si intrecciano, mentre l’evoluzione conduce verso note balsamiche, terrose e di sottobosco.
In bocca contano la tensione acida, la qualità del tannino e la progressione del sorso; la potenza non coincide necessariamente con il peso o con la concentrazione, perché può esprimersi come energia trattenuta e materia che si distende senza perdere freschezza.
Durante la degustazione, una formula ha restituito con efficacia questa natura. Il Pinot Nero si veste da rosso, ma per acidità, sapidità e dinamica del sorso può ricordare un bianco. Nei calici della Civettaja, la finezza del colore convive con ampiezza e profondità, e la verticale ha mostrato proprio questo senza ridurre sei vendemmie a una successione di schede: un vitigno che cambia con l’annata e con il tempo, mantenendo un’identità leggibile.
A Pratovecchio, nel Casentino, Tommasi ha individuato un sito intorno ai 500 metri di altitudine, su terreni argilloso-calcarei. L’altitudine e le notti fresche dell’Appennino contribuiscono a preservare acidità e profilo aromatico, ma non rendono semplice la coltivazione di una varietà esigente, che richiede attenzione alla maturazione, rese contenute e precisione in ogni passaggio. Il lavoro di Tommasi si fonda su alta densità d’impianto e raccolta manuale; in cantina, fermentazioni spontanee e affinamenti tra barrique usate e cemento accompagnano il vino, lasciando che il frutto conservi la propria voce.
La storia della Civettaja prende forma da un’intuizione coltivata con tenacia. Tommasi individua il podere nel 2002, pianta le prime vigne nel 2006 e produce la prima annata nel 2008. Scommette sul Pinot Nero in un territorio che non era ancora associato a questo vitigno e si assume il rischio di verificarne sul campo l’adattamento. Non si limita a introdurre una varietà difficile, ma costruisce, vendemmia dopo vendemmia, una relazione tra il Pinot Nero e il Casentino. La statura del progetto sta nella continuità con cui ha sostenuto quell’intuizione, fino a rendere riconoscibile un vino nato fuori dai luoghi d’elezione del vitigno.
In questo percorso entra Henri Jayer, riferimento centrale nella formazione di Tommasi. I due si incontrano nel 2003 grazie a Federico Staderini, e Tommasi ha raccontato l’influenza di Jayer sul proprio modo di guardare alla vigna e alla qualità dell’uva, ricordandone una lezione essenziale: «Tutto inizia e finisce in vigna». La Borgogna è una scuola e un orizzonte, non un modello da replicare; la sfida di Tommasi è tradurre quella conoscenza in un paesaggio diverso, con le condizioni e le stagioni dell’Appennino toscano, mantenendo la firma del vino legata al Casentino.
Quando Tommasi prende la parola, il racconto torna alla vigna. La sua presenza è discreta, ma il suo sguardo è quello di chi ha imparato a seguire da vicino la vite, la maturazione e le decisioni che ogni stagione impone. La competenza si avverte nel modo in cui accompagna chi ascolta dalla pianta al calice, con precisione e misura; in questo tratto emerge anche la sua umiltà, che non ridimensiona l’ambizione del progetto, ma la rende credibile.
Dalla più giovane alla più vecchia, le sei annate hanno restituito il movimento del Pinot Nero, le sue trasformazioni e il filo che le tiene insieme. Il 2018, annata generosa, ha offerto un’immagine particolarmente nitida della verticale: il naso, inizialmente raccolto, ha lasciato spazio a una bocca ampia, dinamica e profonda, attraversata da liquirizia e chicco di caffè, con una persistenza straordinaria. La materia si è distesa senza appesantire il sorso e il vino ha avuto bisogno di tempo per rivelare la propria energia.
Nel confronto tra Cristiano Cini e Luca Gardini, con Tommasi presente a raccontare la propria esperienza, è emersa una lettura comune del carattere territoriale della Civettaja. Il Pinot Nero appartiene al Casentino perché ne interpreta il carattere senza rinunciare alla natura del vitigno: non una Borgogna toscana né un semplice esercizio di stile, ma un’interpretazione autonoma, in cui sei annate diverse restituiscono una voce riconoscibile e il lavoro di un uomo che ha dato forma alla propria intuizione senza smettere di misurarsi con la vigna.
Tommasi si definisce «un artigiano che ha deciso di fare il vignaiolo», una formula sobria per raccontare una scelta radicale e una vita dedicata a darle compimento. La verticale di Sansepolcro ne ha mostrato il risultato nel calice, annata dopo annata: il Pinot Nero della Civettaja ha trovato nel Casentino la propria casa e, nel lavoro di Vincenzo Tommasi, una voce capace di raccontarlo.
Podere della Civettaja
Località Civettaja, Pratovecchio Stia (AR), Casentino, Toscana







