Sagrantino di Montefalco 25 anni 2003 docg di Caprai, appunti e riflessioni

25/2/2008 1.1 MILA

Un millesimo difficile, il 2003, ci ha dato questa tipica bottiglia umbra di importante fattura, anche se un po’ troppo concentrata. All’occhio il colore si presenta forte, scuro e denso, scarsamente brillante; i toni blu notte e i rari bagliori rossi, come di rubini in trasparenza, ci dichiarano che siamo in presenza di un bicchiere ancora molto immaturo e bisognoso di tempo. E’ difatti con l’occhio che si giudica lo stato evolutivo di un vino. Naso giovanissimo e già tripartito: questo Sagrantino di Caprai attacca con confettura di more e un po’ di erbe di sottobosco; prosegue sui lieviti; chiude infine con elegante liquirizia balsamica, sentori di carne, legnosità empireumatica, sottili e studiati soffi di volatile. In bocca ha ingresso snello seguìto da un’acidità misurata; ha tannino amarostico e chinato (in inconsolabile contrasto con lo sdolcinato fruttato del naso) e si risolve lungo, con retrolfatto speziato. Per me, ora, è ancora vino da abbinamento (provato su vitello alla brace, si è dimostrato all’altezza) e non è pronto da degustarsi assoluto. Alla prova dei fatti, berlo oggi è stato un infanticidio: aspettiamolo dieci anni, ma non di più.Il Sagrantino nel 2003, ancor di più di altri vitigni, ha sofferto a causa del cattivo assortimento dei suoi tannini e ciò, credo, deve aver coinvolto anche le uve di Caprai. Scagli la prima pietra chi è senza peccato, anche il “nostro” Taurasi, nell’annata 2003, ai vari wine-tasting non mi risulta abbia brillato in eleganza, tranne che in alcuni cru!La vendemmia 2003 in effetti ha prodotto, un po’ ovunque, vini molto strutturati e poco eleganti poiché è stata profondamente segnata da un’estate torrida che ha sballato alcune caratteristiche sensoriali (olfattive e gustative) delle uve. La regola è stata che un po’ tutti hanno vendemmiato prima del solito per tentare di salvare il salvabile. Forse ho generalizzato, è vero, infatti per l’esattezza va detto che c’è stato anche chi ha deciso di vendemmiare “dopo”, poiché in Enologia (come in Estetica) tutto è relativo…Cosa succede in bottiglia, allora, se le uve provengono da estati eccessivamente calde? Si innalza l’alcol (cioè si allunga la persistenza del sapore, buono o cattivo che sia); si abbassa la freschezza (il sorso quindi stanca presto); i profumi si cuociono, s’addensano, s’impacchianano; può quindi frantumarsi la corrispondenza naso-palato (il vino ci appare, in tal senso, incoerente); infine le sensazioni amare, come di erbacee astringenze, prodotte da alcune tipologie di tannini, aumentano. Quest’ultimo punto mi interessa: non a caso l’enologo Vincenzo Mercurio, recentemente, ha tenuto più di una digressione sul ruolo dei diversi sapori e profumi dei tannini (molto diversi tra buccia, vinaccioli e legno). I tannini -tema attualissimo e di “tendenza” tra gli enoappassionati- difatti, con i loro affascinanti e misteriosi cambiamenti nel tempo, marchiano l’impronta sensoriale di molti grandi vitigni, come l’Aglianico (leggi Taurasi), il Nebbiolo (leggi Barolo) e il Sagrantino.

Gaspare Pellecchia