Sannio Coda di volpe 2015 – Elena Catalano

2/7/2017 1 MILA
La Coda di volpe di Catalano
La Coda di volpe di Catalano

di Pasquale Carlo

Il vino è bello perché racconta il territorio. Il vino è bello perché racconta la storia. In un’afosa mattinata di giugno, finisco con il ritrovarmi in  un angolo incantato della terra sannita, da dove si domina una città che da alcune settimane è letteralmente immersa in un sogno calcistico per aver approdato nell’ambito range della “serie A”. Quel range che storicamente ha sempre segnato queste zone; un ruolo di primo piano perso anche per un annichilimento provocato dal regnare della dimenticanza e dalla mancanza di volontà di volgere lo sguardo al passato. Una condizione tipica delle fasi di benessere, utile soprattutto alla mancanza di visioni che è innata in chi regge le sorti politiche. Ecco l’impressione che assale a chi giunge, per la prima volta, su queste colline che ospitano una interessante serie di testimonianze storiche ed architettoniche. Tra le più belle ecco spuntare questa casa rurale che sorge in contrada Montepino, ultimata nel 1825 (fa fede la chiave di volta del portale dell’ingresso principale).

Oggi è di proprietà della famiglia di Elena Catalano, che da alcuni anni anche per l’impulso delle giovani leve (i figli Alessandro e Giovanni Russo) ha dato il via ad un interessante progetto. Un progetto che si fa forte delle uve che fino al 2013 venivano conferite presso la storica azienda dei Mastroberardino e prima ancora acquistate dalla famiglia Caputo. Uve falanghina, coda di volpe e aglianico prodotte dai filari che, a macchie alternate con altra vegetazione, finiscono per abbracciare le mura della bella masseria. La regia in cantina è affidata all’enologo Alessio Macchia, con i lavori futuri che dovrebbero portare a dotare l’antica struttura degli spazi necessari alla vinificazione in loco.

La campagna di contrada Montepino
La campagna di contrada Montepino

Ci lasciamo tentare dalla degustazione. In passerella passano le etichette Falanghina del Sannio e Coda di Volpe 2015, vestite ancora con la vecchia grafica che richiamava ‘I vini del Cardinale’: il cardinale corrispondeva al nome di Gioacchino Vincenzo Pecci, che tra queste mura venne curato dalla malaria e che nel 1878 salì sul trono di Pietro, assumendo il nome di Leone XIII e restando nella storia per un lungo papato e, soprattutto, per l’enciclica ‘Rerum Novarum’, con la quale per la prima volta la Chiesa cattolica prese posizione in ordine alle questioni sociali e del lavoro operaio. L’attenzione è tutta presa per l’etichetta Sannio Coda di volpe 2015.

Bottiglie e proprietaria
Bottiglie e proprietaria

Nel calice un bel colore con tonalità di giallo marcate, frutto di una raccolta avvenuta nei primi giorni di ottobre. Il colore potrebbe far pensare ad una beva stancante, invece il vino è scattante fin dal suo primo ingresso in bocca, sorretto da una spalla acida che non abbandona mai la beva. Dinamico, bello sapido, di buona materia. Tutto questo fino alla chiusura, capace di richiamare continuamente al bicchiere. Un bianco che gode delle belle escursioni termiche legate anche all’attraversamento del fiume Sabato nella valle su cui si affaccia questa balconata naturale, con le condizioni rese ottimali per la viticoltura di qualità anche per la ventilazione che quasi ci ha fatto dimenticare l’afa opprimente della valle. Spendibile sui piatti estivi, le fritture, gli antipasti e le saporite insalate di legumi e cereali.

 

Contrada Monte Pino – Benevento – tel. 0824.44318 – www.elenacatalano.it – info@elenacatalano.it – ettari vitati 10 – vitigni: aglianico, falanghina, coda di volpe – Bottiglie prodotte: 20.000 – Enologo: Alessio Macchia

Un commento

    Francesco Mondelli

    (2 luglio 2017 - 07:54)

    Dinamico:termine poco usato che rende bene ciò che cerchiamo in un vino .Equilibrio certamente ,la giusta dose di acido e sapido,ma sopratutto la vitalità che rende piacevole la beva e sopratutto che invita di nuovo al bicchiere.PS.Senza mai dimenticarsi dei “favolosi”nonché oggi giustamente famosi tre(Fiano,falanghina e greco)mi sembra corretto dare la giusta attenzione a questi vitigni”minori”oggi di nicchia ma che se ben studiati e lavorati potranno in futuro accompagnarsi con pari dignità ai fratelli maggiori.PS 2 Amo parlare sopratutto di bianchi perché sono convinto che la vera anima campana ed irpina in particolare è e rimane bianchista nonostante si facciano rossi importanti e da concorso.FM.

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