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18/12/2020 866
Cinque Terre Bucce 2017, Sassarini
Cinque Terre Bucce 2017, Sassarini

di Fabrizio Scarpato

Da qualche anno a questa parte il reiterato assioma «innovazione nella tradizione» – ma vale anche il contrario – sembra aver preso la mano a molti vignaioli delle Cinque Terre. Dopo nobili esempi che hanno fatto da apripista e spartiacque nella produzione ligure di levante, sono veramente tanti, forse troppi, i produttori che non rinunciano ad almeno un riferimento che abbia fatto macerazione sulle bucce. Naturalismi che riecheggiano i fatidici vini del contadino, quelli di una volta, quelli che valicavano il crinale arrivando in città come presente per notabili e con la necessaria sottolineatura di vino nostrale, non necessariamente a regola d’arte. Non ne faccio una questione di piacevolezza – come per tutte le cose anche qui ci sarà una scala di valori – ma di non richiesta necessità: nel senso che non sono affatto sicuro che sia quella la strada per raccontare quei luoghi. Prendiamo questo Bucce, per esempio: colore ambrato, corredo minerale con leggeri refoli di fumo e quella già vissuta sensazione di salotto col camino acceso in un giorno di pioggia, fiori secchi alle pareti, pout pourrì sul tavolo e bucce d’arancia esposte al calore. Sensazioni accoglienti, più da haber bretone o spiagge del New England che liguri, o più semplicemente espressamente natalizie, anche se Lucio Dalla considerava potesse esser tre volte Natale solo in fantomatici anni a venire.
E poi c’è il sorso certamente tagliente, dove il mare è un mare d’inverno sempre burrascoso, il sasso levigato dalle onde, le alghe sfrante a riva, le corde bagnate, le chiglie tirate a secco, roba che nemmeno Ross e Demelza Poldark ricorderebbero così immanenti nemmeno nella loro Cornovaglia. Tanto poi ci pensa la nota di albicocche disidratate e persino uno sbuffo di caffè a riportare tutto all’interno della suddetta casa, durante le festività. Sono buone sensazioni, ma francamente io delle Cinque Terre ricordo i sentieri e le ginestre, il rosmarino e i tratturi, il vento e il mare lontano, in una giornata di sole. Profumi più dinamici e variegati, rispetto a una pretesa connotazione ruvida, introversa e poco espansiva che certo è carattere proprio delle genti di qui, ma non necessariamente del vino che li dovrebbe rappresentare: perchè un po’ come il frusto ritornello dell’eroismo dei vignaioli, il vino delle Cinque Terre non merita il rischio di esser racchiuso in un cliché vagamente modaiolo e passatista. Comunque, fra qualche giorno è Natale, non va bene, non va male, buonanotte, torno presto (forse) e così sia.

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