Vinicola del Sannio: la storia di resilienza di Raffaele Pengue
di Pasquale Carlo
Ci sono parole che il mondo del vino ha usato fino a renderle quasi innocue. Territorio, sostenibilità, identità. Anche resilienza rischia spesso di appartenere a questa categoria.
La vendemmia 2026, però, restituisce al termine una sostanza precisa. Per molte aziende significa affrontare contemporaneamente un mercato più difficile, costi ancora elevati, consumi in trasformazione, giacenze importanti e una situazione internazionale che rende meno prevedibili alcuni sbocchi commerciali decisivi.
A Castelvenere questa parola ha assunto anche un significato familiare, intimo.
Da circa nove mesi Raffaele Pengue è lontano dalla sua vita abituale e dalla gestione quotidiana della Vinicola del Sannio a causa di un grave malore che lo ha costretto a letto, impedendogli di continuare quella routine fatta di cantina, vigneti, clienti, conferitori e decisioni aziendali che ha accompagnato buona parte della sua vita.
La vendemmia, intanto, arriva. Come ogni anno.
Il 2026 e un mercato che chiede prudenza. Quella che sta iniziando è una campagna difficile da leggere. Lo dimostra anche la scelta di Assoenologi, Ismea e Unione Italiana Vini di non proporre la tradizionale previsione quantitativa nazionale prima dell’avvio della raccolta, preferendo attendere dati più consolidati.
Ma le incognite della vendemmia 2026 non si fermano alle quantità. Il settore arriva alla raccolta con giacenze ancora elevate, una domanda interna debole e un export che mostra segnali di rallentamento. Nei primi mesi dell’anno le vendite all’estero hanno registrato una contrazione sia nei volumi sia nel valore, mentre il mercato statunitense, per lungo tempo uno dei principali motori del vino italiano, attraversa una fase molto meno lineare. Pesano la questione dei dazi, il cambio, la capacità di spesa dei consumatori e una trasformazione dei consumi che ormai non può essere considerata congiunturale.
Il risultato è una tensione che arriva direttamente fino al vigneto. Chi produce deve decidere quanto raccogliere, quando farlo, quale prezzo riconoscere alle uve, quali volumi trasformare e quali scorte potrà realmente sostenere nei mesi successivi. Per una struttura che raccoglie uve provenienti da centinaia di aziende agricole, queste valutazioni assumono una dimensione ancora più delicata.
La storia della Vinicola del Sannio è legata alla famiglia Pengue e a Castelvenere. L’azienda nasce formalmente nel 1960 per iniziativa di Pasquale Pengue, all’interno di una tradizione familiare già legata alla viticoltura e al commercio del vino. Da allora è cresciuta fino ad assumere dimensioni molto più ampie, costruendo nel tempo una rete di rapporti con numerosi produttori agricoli del territorio. Oggi la struttura aziendale si appoggia a oltre 400 imprese agricole partner e a una superficie vitata complessiva che si aggira intorno ai 1.000 ettari.
Sono numeri che aiutano a capire il ruolo della cantina nel Sannio, nell’intera Campania. La Vinicola del Sannio ha rappresentato per decenni uno sbocco commerciale per aziende agricole spesso caratterizzate da superfici ridotte e da una forte frammentazione fondiaria. Una realtà produttiva di queste dimensioni incide quindi su un sistema agricolo che va ben oltre i confini della cantina.
Pasquale Pengue ha costruito questa impostazione. Raffaele la ha adattata alle continue esigenze del mercato. Negli ultimi anni ha cercato di tenere insieme la dimensione produttiva dell’azienda e un lavoro più specifico sul patrimonio viticolo locale. Uno degli esempi più interessanti riguarda lo Sciascinoso. Il progetto che ha portato alla nascita del Maliziuto è partito molti anni fa dal recupero di una varietà che rischiava di perdere ulteriore spazio nel vigneto sannita. Raffaele convinse alcuni conferitori, se vogliamo amici, nella conservazione e nel reimpianto dello Sciascinoso, individuando vigne e produttori tra Castelvenere, Guardia Sanframondi e San Lorenzo Maggiore.
È un passaggio utile per leggere il suo lavoro. La Vinicola del Sannio non ha mai avuto le dimensioni della piccola azienda di vignaiolo e non ha mai avuto motivo di presentarsi come tale. La sfida era piuttosto dimostrare che anche una struttura più grande poteva lavorare sulle varietà locali, sulla selezione delle uve e su una maggiore riconoscibilità dei vini.
Poi è arrivato il destino. Quella di Raffaele non è una semplice assenza dal lavoro. Per lui il confine tra attività professionale e vita personale è stato sempre molto sottile. A dire il vero non è mai esistito.
Quello che prima passava quotidianamente attraverso di lui ha dovuto trovare altri equilibri. Decisioni commerciali, gestione dei conferitori, programmazione della produzione, rapporti con i clienti, problemi ordinari e imprevisti sono rimasti. Ad occuparsene in prima linea è la sorella Gina, sostenuta dall’esperienza di papà Pasquale e da una squadra rodata.
Ed è qui che il concetto di resilienza diventa meno teorico, non limitandosi alla capacità di superare difficoltà ma a quella di voler continuare ad essere uno dei riferimenti per l’economia dell’intero territorio.
Con l’inizio della raccolta il piazzale della cantina tornerà ad animarsi con l’arrivo dei frutti del lavoro dei viticoltori. Raffaele non sarà lì, ma continuerà ad esserci nel lavoro costruito in questi anni, nelle scelte fatte, nei rapporti consolidati, nella direzione data all’azienda.
Forse, oggi, resilienza significa soprattutto questo: portare avanti il progetto di chi al momento non sarà lì, ma di cui si avverte forte la presenza.



