Ristorante Due Camini di Borgo Egnazia
Ristorante Due Camini di Borgo Egnazia
Strada Comunale Egnazia, 72015 Savelletri BR
Tel. 0802255351
di Ilaria Donateo
“Alla Casa dei Semi di Borgo Egnazia, Domingo Schingaro e l’agronomo Angelo Giordano lavorano per recuperare le varietà dimenticate della biodiversità e riportarle nei campi e in cucina.”
A Borgo Egnazia, dove la Puglia è diventata un’esperienza capace di parlare al mondo, c’è una storia che comincia lontano dalle tavole apparecchiate, dalle architetture di pietra bianca e da quell’idea di bellezza che ha reso questo luogo riconoscibile a livello internazionale. Comincia nella terra, tra gli orti, nelle mani di chi ha continuato a custodire varietà che il mercato ha progressivamente dimenticato.
È una storia fatta di pomodori, legumi, peperoni e ortaggi che rischiavano di scomparire. Di semi conservati per abitudine, tramandati in famiglia, riconosciuti magari non dal loro nome botanico, ma da quello di una persona. Come il “peperone di Giuan”, che deve la sua identità proprio al vicino che, generazione dopo generazione, ne ha custodito il seme.
Da qui parte la Casa dei Semi di Borgo Egnazia: dal desiderio di recuperare una parte della biodiversità agricola pugliese e restituirle un posto nel presente. Non un archivio da visitare, ma un progetto vivo, in cui la ricerca scientifica incontra il lavoro nei campi e la cucina diventa il luogo in cui questa memoria può tornare a farsi esperienza.
A guidare questo percorso è lo chef Domingo Schingaro, che dopo le esperienze nelle cucine di mezzo mondo ha cominciato a guardare la propria terra con una curiosità nuova. Quello che sembrava familiare, un pomodoro, un peperone, un legume, si è rivelato soltanto una piccola parte di un patrimonio molto più vasto.
La domanda, a quel punto, non era più soltanto che cosa coltivare o portare in tavola, ma che cosa fosse andato perduto. E, soprattutto, che cosa fosse ancora possibile recuperare.
La scintilla arriva da “Biodiverso”, un progetto di ricerca dell’Università degli Studi di Bari dedicato alla biodiversità delle specie orticole pugliesi, coordinato dal professor Pietro Santamaria. Anni di studio hanno dato vita a volumi che raccolgono e documentano questo patrimonio. Domingo Schingaro incontra il professore e gli chiede di aiutarlo a trasformare quelle pagine in qualcosa di concreto: andare a cercare le sementi, capire dove siano finite e chi le custodisca ancora.
Comincia così un lavoro quasi da investigatori. Si cercano parenti, amici, contadini, piccoli orti e giardini di famiglia. Si ascoltano persone che conservano un seme perché lo ha lasciato loro un padre, un nonno o un vicino, senza necessariamente conoscerne il nome botanico.
A volte, infatti, il nome di una varietà non arriva dai cataloghi, ma dalla vita quotidiana.
È il caso del “peperone di Giuan”, identificato attraverso un’indicazione semplice: «È il seme del vicino Giuan». Dietro quel nome c’è una pianta che qualcuno ha continuato a coltivare e preservare, magari senza sapere di custodire qualcosa di prezioso. È uno dei dettagli più belli di questa ricerca, perché ricorda che la biodiversità agricola non è fatta soltanto di classificazioni scientifiche: è fatta anche di persone, consuetudini e storie tramandate da una generazione all’altra.
Da quella prima ricerca nasce un lavoro di mappatura e un database per ricostruire la biodiversità orticola pugliese. Domingo coinvolge quindi Angelo Giordano, agronomo ed esperto di sementi rare, varietà fuori dal mercato e a rischio di erosione genetica. A lui spetta il compito di riconoscere quei semi, farli germogliare, coltivarli e moltiplicarli.
Perché trovare un seme è soltanto l’inizio.
La Casa dei Semi non è un archivio chiuso, né un luogo dove conservare ciò che appartiene al passato. È uno spazio vivo, aperto alla ricerca e alla sperimentazione. Accanto alle sementi recuperate in Puglia ci sono anche semi raccolti da Angelo Giordano in altre parti del mondo, portati qui per studiarne il comportamento in un ambiente diverso e capire se riescano ad adattarsi, quali caratteristiche mantengano e quali possano modificarsi.
Conservare la biodiversità, dunque, non significa chiudersi nei confini di un territorio, ma conoscerla, studiarla e metterla in relazione con un mondo che cambia.
Angelo ricostruisce la storia di ogni seme, cerca di capire da dove arriva e chi lo ha custodito. Poi lo mette alla prova: lo fa germinare, osserva la pianta, la confronta con le descrizioni disponibili e ne studia il comportamento in campo. Una varietà può corrispondere a quella che si pensava, essersi modificata nel tempo oppure rivelare caratteristiche nuove. Una pianta, infatti, è il risultato di un rapporto continuo tra genetica, ambiente, terreno, acqua, temperature e generazioni di agricoltori che l’hanno selezionata e coltivata.
In questo lavoro il tempo è fondamentale. Un seme non può essere semplicemente conservato e dimenticato: deve tornare nella terra, germogliare, crescere e produrre altri semi. Deve poter continuare il proprio percorso. Per certi versi, è un paradosso: per continuare a vivere, deve essere rimesso alla prova, correre anche il rischio di non farcela.
Alcune varietà arrivano a Borgo Egnazia in quantità talmente piccole che, prima di pensare alla cucina, occorre lavorare per moltiplicarle.
È successo con il “cece rosso liscio della Murgia”, una varietà praticamente fuori dal circuito commerciale. All’inizio sono arrivati appena 21 semi: 17 sono riusciti a germogliare. Da quei primi esemplari è cominciato un lavoro di riproduzione che richiede altre semine, altre stagioni e pazienza. L’obiettivo non è avere subito un prodotto da mettere nel piatto, ma creare le condizioni perché quella varietà torni ad avere una vita agricola.
Lo stesso principio vale per la “Carota di Sant’Ippazio”, profondamente legata alla storia agricola del Salento. Anche in questo caso il recupero non vuole sottrarre un prodotto al territorio, ma creare una relazione con chi continua a coltivarlo.
Borgo Egnazia non vuole sostituirsi ai produttori locali né diventare l’unico destinatario di quella produzione. Se c’è disponibilità, acquista; se il prodotto è poco, cerca di valorizzarlo, farlo conoscere e stimolare un aumento della produzione. Perché recuperare una varietà significa anche fare in modo che continui a esistere nel luogo da cui proviene e che possa rappresentare un’opportunità per chi la coltiva.
È questa la differenza tra conservare un seme e restituirgli una vita. Una varietà agricola vive davvero quando torna nella terra, quando qualcuno la coltiva e quando un agricoltore può continuare a riprodurla. Per questo serve una rete di produttori, ricercatori e cuochi: una sola realtà non può custodire tutto.
E qui torna chef Domingo.
Il suo punto di partenza è stato la cucina, la curiosità di capire cosa ci fosse oltre le varietà che arrivavano normalmente sul mercato. Dopo tanti anni passati a cercare il prodotto perfetto, c’era qualcosa di ancora più interessante da scoprire: prodotti diversi, imprevedibili, capaci di cambiare anche da una settimana all’altra.
È una prospettiva che ha modificato anche il lavoro della cucina di Borgo Egnazia. Non più soltanto ricette costruite intorno a ingredienti conosciuti e disponibili con continuità, ma piatti che devono adattarsi a ciò che la terra offre in quel momento. Un ortaggio può avere una consistenza diversa, più o meno acqua, più o meno acidità, un profumo che cambia. Anche questo significa recuperare biodiversità: accettare che la natura non produca ingredienti sempre uguali.
Tra le varietà che hanno sorpreso maggiormente la cucina c’è il “Peppina di Altamura”, un pomodoro che, secondo chef Domingo, dimostra quanto la natura possa essere già completa. Un prodotto dal sapore così netto da non avere necessariamente bisogno di grandi costruzioni tecniche.
Ed è proprio uno degli aspetti più interessanti del progetto: cercare varietà dimenticate e dalle caratteristiche insolite può portare, a volte, a una cucina più semplice. Una cucina che non ha bisogno di nascondere il prodotto, ma trova il modo di lasciarlo parlare.
Ma la Casa dei Semi non vuole essere soltanto un progetto di Borgo Egnazia. L’ambizione è fare in modo che questo patrimonio torni a circolare, che possa essere condiviso e diventare un’opportunità per chi vuole coltivare, acquistare e utilizzare queste varietà.
La sfida è riportarle nella vita quotidiana: nei campi, nei mercati, nelle cucine delle famiglie. Dare ai giovani che hanno ereditato un pezzo di terra una possibilità diversa, facendo capire che dietro una varietà agricola c’è un valore economico, ma anche culturale e ambientale.
Perché la biodiversità non si difende soltanto conservando i semi. Si difende creando le condizioni perché qualcuno abbia ancora voglia di seminarli.
E il cuoco, in questo percorso, diventa un anello fondamentale. Angelo Giordano può recuperare un seme, farlo germogliare e riportarlo alla terra. Poi serve qualcuno che sappia trasformarlo in un racconto, portarlo a tavola e far capire a chi lo assaggia che quel pomodoro, quel cece, quel peperone non sono semplicemente ingredienti diversi. Sono pezzi di una storia.
Quando quella storia viene riconosciuta e condivisa, la memoria agricola smette di essere soltanto memoria. Torna a essere presente.
La Casa dei Semi di Borgo Egnazia nasce proprio da questo desiderio: non conservare una Puglia immobile, ma aiutare una Puglia dimenticata a tornare viva. Una Puglia capace di guardare al futuro senza perdere le proprie radici.
E alla fine, tutto questo lavoro torna nel luogo da cui la ricerca è partita: la cucina.
Le varietà recuperate, quelle che hanno superato il lungo percorso di selezione e moltiplicazione, entrano nei ristoranti di Borgo Egnazia e diventano parte dell’esperienza gastronomica degli ospiti. Non sono più soltanto semi custoditi o piante osservate negli orti: diventano piatti, sapori, racconti.
Arrivano anche a Due Camini, il ristorante di cui Domingo Schingaro è chef executive, dove da alcuni anni la proposta si sviluppa intorno a una cucina completamente vegetale, capace di parlare a un pubblico ampio: dagli ospiti italiani a quelli internazionali, fino agli stessi pugliesi che scelgono Borgo Egnazia per ritrovare, attraverso la tavola, una parte della propria terra.
È qui che il progetto trova forse il suo senso più compiuto. La biodiversità non rimane una parola, una ricerca o una collezione di sementi. Diventa esperienza.
Un ospite assaggia un ortaggio che non aveva mai visto, ne scopre il nome, ascolta la storia del seme e ne riconosce il sapore. Porta con sé qualcosa che va oltre il piatto.
Perché la Casa dei Semi non nasce per conservare una Puglia del passato, ma per darle la possibilità di continuare a essere presente.
E così il percorso si chiude, almeno per un momento, proprio dove tutto può ricominciare: dalla terra alla cucina, dalla cucina alla tavola e dalla tavola, ancora una volta, alla terra.
Scheda del 21 ottobre 2025Domingo Schingaro e il gioco delle carte a Borgo Egnazia
di Gianfranco Laforgia
La nuova filosofia del Due Camini a Borgo Egnazia: un ristorante stellato che cambia rotta e mette il vegetale al centro del piatto.Un cambio di rotta consapevole
C’è una rivoluzione silenziosa in corso tra le mura in pietra del Due Camini, il ristorante stellato di Borgo Egnazia, a Savelletri di Fasano.
Una rivoluzione che ha il volto e la mente di Domingo Schingaro, chef che ha deciso di cambiare direzione, di abbandonare completamente carne e pesce per dedicarsi al mondo vegetale.
Una scelta radicale, ma lucida.
Non si tratta di seguire una tendenza, bensì di dare una nuova identità alla propria cucina e, con essa, al territorio pugliese che la ispira.
Oggi il Due Camini è un luogo in cui la terra detta il ritmo e il piatto diventa il riflesso di una filosofia: il vegetale come materia totale, viva, mutevole, piena di senso.
La storia di un cuoco e di un luogo
Domingo Schingaro, classe 1980, nasce a Bari e cresce con il sogno di viaggiare attraverso la cucina.
Dopo l’Istituto Alberghiero, le sue esperienze lo portano in Italia e all’estero: Londra, Alessandria, e infine il ritorno in Puglia.
Nel 2016 entra nella famiglia di Borgo Egnazia, dove in pochi anni costruisce una squadra e un’identità gastronomica riconosciuta anche dalla Guida Michelin, che premia il Due Camini con una stella.
Negli anni Schingaro si afferma come uno degli interpreti più autentici del gusto pugliese contemporaneo.
Ma il vero cambiamento arriva nel 2025, quando decide di riscrivere la propria cucina da zero.
«Sentivo la necessità di una rivoluzione interiore – racconta – di un ritorno alla terra, alla purezza della materia».
Il progetto “Casa delle Sementi”
Al cuore di questo nuovo corso c’è un progetto agricolo e culturale: la Casa delle Sementi.
È una rete di contadini, agronomi e ricercatori impegnati nel recupero dei semi antichi pugliesi, nella coltivazione sostenibile e nella tutela della biodiversità.
Un archivio vivente che alimenta la cucina del Due Camini, restituendo sapori dimenticati e varietà locali quasi scomparse.
Qui la sostenibilità non è slogan, ma atto concreto: l’orto, il raccolto, la fermentazione, la trasformazione naturale diventano parte integrante del processo creativo.
Il “gioco delle carte”: un nuovo modo di leggere il piatto
Il menu ideato da Schingaro si articola come un “gioco delle carte”: ogni carta è dedicata a un singolo vegetale — la zucca, la lattuga, la verza, il pomodoro, la cicoria, il barattiere — e viene raccontata attraverso tre portate che ne esplorano consistenze, forme e temperature diverse.
Il percorso degustato racconta questa visione con coerenza assoluta:
• Ricotta di mandorla con cachi e misticanza pugliese, un inizio fresco e leggero che parla di fermentazione e territorio.
• Gallette, gnocchi e ravioli di zucca, che trasformano un ortaggio umile in un tema musicale.
• Lattuga in osmosi grigliata al BBQ con limone salato, simbolo della sintesi tra tecnica e semplicità.
• Cavolo verza in tre variazioni: ai tre pepi, con pere e noci, e in pita con cavolo rosso.
• Fino al flan di sedano rapa, caffè e crema acida, chiusura che abbandona la dolcezza tradizionale per un equilibrio nuovo.

Cavolo verza ai tre pepi Cavolo verza con la sua riduzione, pere e noci Pita con cavolo rosso in agrodolce ed erba cipollina
Ogni piatto diventa una carta girata sul tavolo: una rivelazione sul potenziale nascosto del vegetale.
L’ideologia del vegetale
La nuova cucina di Schingaro è una dichiarazione d’intenti: togliere per aggiungere significato.
Niente proteine animali, niente ridondanze: solo ingredienti che parlano la lingua della stagione e della terra.
È un percorso che unisce etica, estetica e gusto, dove l’alta cucina non coincide più con l’eccesso, ma con la misura e il rispetto.
«Il vegetale è vivo, cambia ogni giorno – spiega lo chef – e noi dobbiamo cambiare con lui. È il nostro maestro di equilibrio».
Nel piatto si percepisce questa tensione: non c’è spettacolo, ma introspezione; non c’è nostalgia, ma una nuova forma di abbondanza.
Il lusso, qui, non è più nell’ingrediente raro, ma nella purezza del pensiero che lo sostiene.
Un messaggio che parla al futuro
Con questa scelta coraggiosa, Domingo Schingaro ha tracciato una direzione chiara: fare del vegetale il nuovo simbolo della gastronomia pugliese contemporanea.
Una cucina che rispetta la terra, valorizza la biodiversità e costruisce emozione senza ricorrere all’abitudine del “molto”.

Uva schiacciata con grappa e combugcha in gelatina e caviale di uva e brioche al Mustacciolo senza zucchero
Il Due Camini non è più solo un ristorante stellato, ma un manifesto culturale: un luogo dove si riscopre che la semplicità può essere profondità, e che anche una foglia di lattuga — se rispettata, compresa e raccontata — può valere quanto un piatto di mare.
Domingo Schingaro, con il suo “gioco delle carte”, non ha solo cambiato il menu. Ha cambiato il modo in cui guardiamo al cibo.
Scheda del 18 maggio 2017
Borgo Egnazia, ristorante I due camini e la cucina di Domingo Schingaro
Borgo Egnazia, Savelletri
Strada Comunale Egnazia
Tel. 080 225 5351
Aperto a cena
Degustazioni a 90 e 130 euro
www.borgoegnazia.it
Prima o poi doveva succedere: strutture bellissime e pensate per un turismo di alta fascia come Borgo Egnazia non potevano non maturare l’idea di avere anche una grande ristorazione in grado di essere competitiva. Ed ecco dunque che in questo resort di lusso dove ci sono ben cinque ristoranti è nata una delle squadre più formidabili d’Italia destinata a far parlare di se.
In cucina c’è Domingo Schingaro con la consulenza di Andrea Ribaldone di cui è stato sous chef a lungo ai Due Buoi di Alessandria. In sala i gemelli del goal: Donato Marzolla, ex Palazzo Sasso di Ravello ai tempi di Pino Lavarra, esperienze consolidate all’estero e Giuseppe Cupertino, responsabile regionale Fis, uno dei nuovi protagonisti del vino al Sud, grande organizzatore e appassionato. Li ritroviamo tutti in occasione dell’assemblea annuale di Euro-Toques, l’associaizone internazionale diretta da due anni da Enrico Delfingher. Una kermesse curata alla perfezione da Italia a Tavola.
Nel piatto una cucina concreta, di grande tecnica, aggiornata sulla tendenza vegetale, di territorio. Una cucina, lo diciamo subito, a vocazione terragna più che marinara. E’ la Puglia delle buoni carni e dell’orto che parla più che quella del mare. Toni amari, fumé più che frescheza e acidità. Ma il ritmo non è mai monocorde, non ci si annoia, siamo lontani dalla voglia di stupire a tutti i costi come dall’astrattismo di certi stili in cui il cliente normale, ma anche il gourmet, fa fatica a riconoscersi.
Carino l’aperitivo anche se non abbiamo capito l’accostamento tra gambero e lingua.
Gli antipasti presentano immediatamente lo stile della cucina senza mediazioni: gli gnummareddi, interiora di agnello tipiche del Sud, giocano sui tono bruciati e amari. E’ il caso in cui la tecnica migliora la tradizione adottandola in pieno, senza pudore.
Efficaci, sulla stessa cifra stilistica le altre pesentazioni di mare e vegetariana.
Sui primi poco da dire: a bottega da Ribaltone il risotto diventa un calcio di rigore a porta vuota mentre la cultura della pasta secca emerge bene nella cottura come nell’idea di abbinare fave e calamari. Due piatti ghiotti in cui si gioca di consistenza e di profondità mantenendo il palato sempre impegnato.
La vocazione terragna emerge bene dalla batteria di secondi. Tutti centrati, con la capacità di spingere sui toni amari e fumé, ben sostenuti da una acidità che però non diventa mai protagonista avendo una funzione di comprimaria, quella di sostenere il boccone in bocca.
Finale di dolci strepitosi, non zuccherini, in cui si esalta la materia prima.
CONCLUSIONI
Borgo Egnazia in questo momento rappresenta una delle novità più interessanti nel panorama gastronomico pugliese che negli ultimi anni si sta finalmente popolando di grandi protagonisti. Venire qui è sicuramente una esperienza di lusso, ma non inaccessibile. La carta dei vini è centrata molto sulla Puglia, di grande spessore, il servizio perfetto. La cucina offre i sapori della regionalità con tecnica ragionata e non protagonista. Domenico è un cuoco di sostanza, di servizio, nei suoi piatti non si legge ansia si prestazione ma la volontà di colpire il palato del cliente. A tavola dunque la cucina è solida, di sapore.
Foto di Francesca Fanny Marino
































