Don Anselmo 1985 Aglianico del Vulture doc con note sul 1990

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PATERNOSTER
Uva: aglianico
Fascia di prezzo: fuori commercio
Fermentazione e maturazione: acciaio e legno


Vito Paternoster: le vigne sotto la nuova cantina di famiglia a Barile
La prima degustazione dell’era Facebook: oltre ai vecchi amici si ritrovano anche i vecchi vini!
Generazione molto fortunata, questa di noi cinquantenni (anche Vito Paternoster li ha appena compiuti): non siamo troppo anziani per non capire l’importanza di Facebook, ma abbiamo vissuto abbastanza per provare emozioni piovute da un passato a volte remoto, di cui noi stessi magari avevamo rimosso i contorni, che questo strumento ci restituisce d’incanto con la richiesta di amicizia o navigando in un gruppo e rivediamo finalmente tutte le stazioni della nostra vita nel corso della quale siamo passati dalla correzione calligrafica con penna e calamaio alle Elementari che facevano anche i nostri nonni (di quella ortografica invece c’è sempre più bisogno, soprattutto nel web dove peraltro si cita senza leggere per coprire i vuoti culturali) all’IPhone dei nostri nipotini e chissà a cos’altro ancora. Per non parlare del mio lavoro di giornalista, iniziato quando ancora non c’era il fax, che ora non abbiamo manco più in redazione perché antiquariato d’ufficio come una Olivetti Lettera 22. Vivere trasformazioni epocali è bello, ma certo la fortuna più grande è non aver mai visto una guerra in casa nostra.

Francesco Rizzuti dell’Antica Osteria Marconi
Anyway, Francesco Rizzuti, chef e patròn dell’Antica Osteria Marconi (leggete qui la scheda che in settimana aggiorneremo) dopo aver letto la recensione del 1994 mi scrive su Fb: quando vuoi, ti metto qualche vecchia annata a respirare. Detto fatto, in fondo da casa mia è giusto un’ora di auto, il tempo necessario cioé per percorrere via Marina a ora di punta senza cortei di disoccupati o traffico bloccato dalle buche aperte improvvisamente dopo una pioggia che la giunta Iervolino non provvede a coprire. L’atmosfera è quella adatta perché secondo un collaudato cliscé il cielo si annuvola appena lasciamo la Piana del Sele dopo Campagna e iniziamo ad arrampicarci sullo spettacolare raccordo lungo 50 chilomentri che dalla Salerno-Reggio porta a Potenza. Passiamo rapidamente da 8, 9 gradi e cielo azzurro a sotto zero, la neve dalle montagne e dalle colline si affaccia sino al bordo della carreggiata. Bene, penso, ecco il contesto adatto per una antica annata di Aglianico. Antica? La prima del Don Anselmo per l’esattezza, dal nome del nonno fondatore dell’azienda negli anni ’20. Ho chiesto in questa occasione a Michela Guadagno, amica e sommelier dell’Ais Napoli di cui cura la didattica, degustratice di Vini Buoni d’Italia del Touring, di accompagnarmi perché per me è sempre importante avere un preciso riscontro tecnico in queste circostanze un po’ speciali, i nostri programmi sono così cambiati improvvisi: dalla baia di Nerano alle montagne lucane. "Il Don Anselmo – mi racconta Vito con il quale ci scambiamo gli auguri al telefono – nasce proprio nel 1985 e da allora lo abbiamo fatto solo in annate speciali particolarmente fortunate. Quella vendemmia è stata eccezionale e riuscimmo selezionare le uve per un vino di tipo nuovo che avevamo da tempo in mente con papà". Un rosso che ha fatto la storia perché è stato il primo segnale concreto della voglia dell’Aglianico del Vulture di uscire dagli angusti confini regionali e bene ha fatto Andrea Scanzi a dedicargli un intero capitolo del suo libro l’Elogio dell’Invecchiamento, presentato tra l’altro proprio a Barile lo scorso agosto.
E’ molto importante per il Sud costruire questa memoria, assolutamente inesistente sino a qualche anno fa perché è solo con le vecchie annata che un territorio può ambire a diventare di tradizione vitivinicola mutuando la vite da coltura a cultura. Va bene, stavolta vi risparmio la mia solita pippa su questo tema, anche perché sono già molto appagato dalla potente manifestazione di assoluta superiorità di questa uva, di questo vino, di questo territorio, e della famiglia Paternoster a cui sono molto legato.
Francesco e Peppe Misuriello ci fanno trovare i vini nel decanter, parlo della 1990 e della 1985. Ci laviamo i denti con lo spumante charmat da uve Falanghina di Vito, la novità della scorsa estate, poi sulle prime portate si beve il Fiano 1994 di Mastroberardino. Al dunque si inizia a ragionare d’Aglianico come piace a me: provandolo da solo, subito dopo con il cibo, poi di nuovo da solo. Magari spezzandolo di nuovo con il Fiano, giocando sugli abbinamenti per vedere sino a che punto il bianco regge sul cosciotto di agnello tenero tenero preparato in modo semplice ed efficace come mi diceva sempre di berlo Antonio Troisi. E poi ancora tornare, dopo mangiato, senza altri stimoli che quelli papillosi, sull’Aglianico. Per molto tempo: arriviamo ad orario quasi settentrionale, manca poco al’una, e ci alziamo quando il buio imbiancato avvolge la città e la temperatura è scesa a meno 2. Così si onorano e si devono bere le grandi bottiglie, non più di due o tre alla volta, ragionando, provando, rielaborando, confrontando: se un vino ha aspettato quasi un quarto di secolo per uscire dalla bottiglia deve essere rispettato e non trattato come una puttana in un bordello, messo in fila tra tanti in infantili orge palatali di cui resta alla fine della serata solo il numero da esibire. Il fine ultimo dei grandi vini è infatti quello di essere bevuti in un percorso logico, rapportati al cibo. Attesi a lungo in modo sobrio anche e soprattutto quando sono fuori dalla bottiglia. E’ questo il momento in cui il lavoro del degustatore si ricongiunge con quello del consumatore attento e motivato.
Entrambi i rossi erano in condizioni logiche perfette: il rosso rubino intenso con note granate comuni, leggermente più prunciate nel 1985 che sin dal primo impatto ha mostrato di avere una marcia in più, magari favorito dal fatto di essere in una magnum, altra nota importante che i produttori devono sempre avere nella testa perché quando passano i decenni averle diventa decisivo e prestigioso. Ma che le cose erano andate bene lo rivelano immediatamente i lunghi tappi, ancora asciutti per almeno un quarto, in perfetto stato di conservazione. La cosa che mi ha colpito è stata la totale assenza di note ossidate, c’erano ancora conserva di frutta, note balsamiche, un leggerissimo tocco di caffé tostato, tabacco, dolci speziature di un legno ancora lontano dalla filosofia degli anni ’90 di là da venire, pensate che nel caso del 1985 siamo ancora in era pre-metanolo. E se il colore, appena un po’ meno concentrato, è in linea con la diversa età dei due vini, il naso 1990 è più contenuto, per certi versi anche un po’ monocorde, corretto e diligente, mentre quello del 1985 oltre all’intensità e alla persistenza di gran lunga superiori è più vivace, gira con il passare del tempo, esprime note di freschezza davvero inaspettate. In bocca si avverte la differenza con i vecchi Taurasi, a questo punto non possiamo che aggiungere Mastroberardino perché tale è dal 1993 in giù: l’aglianico irpino appare sempre più nervoso, scalcitante, scarnificato e spolpato con il nerbo acido protagonista del dialogo con i tannini e l’alcol, si vede che la freschezza ha una voglia incontinente di proseguire la corsa del tempo come quei motori che continuano ad accendersi al primo colpo quando la carrozzeria inizia a cedere all’usura del tempo. Una trama meno tranquillizzante ma affascinante per i suoi continui colpi di scena. L’Aglianico del Vulture invece, sin dalle prime battute, si presenta più rotondo, leggermente più carico di materia e mantiene questo rapporto anche con il passare del tempo: il 1990 è un vino diremmo compiuto, difficilmente il passare di altri anni, che comunque avrebbe retto sicuramente, avrebbe regalato altre sensazioni al bicchiere, la freschezza è quasi in equilibrio con le altre componenti e giocava il suo ruolo in maniera discreta e contenuta. Nel 1985 invece si avverte maggiormente la concentazione materica, sempra addirittura un vino di più moderna concezione, cosa che non è perché è la spinta poderosa dell’annata favorevole a fare la sua parte in tempi in cui l’enologia meridionale non aveva tutti gli strumenti tecnici e teorici per intervenire come adesso. In questo caso la freschezza del vino è ancora viva e recalcitrante, invita maggiormente alla beva e non è affatto un caso che alla fine è il vino che si è consumato di più. Il finale è sempre stato lungo, appagante, una saluto appena appena amarognolo dopo la sosta nel palato, interamente presidiato con autorevolezza e, soprattutto, piacevolezza. Entrambi i rossi si sono bene abbinati al tutto esprimendo una assoluta bevibilità, lasciandoci alla fine con la sensazione di un benessere fisico acquisito e non con la spossatezza di chi è andato oltre. Complice l’accompagnamento con il cibo e soprattutto la temperatura polare per noi abitanti della costa, ma anche di una materia prima sostanzialmente rispettata da parte del produttore. In sostanza, la bevuta è corretta quando ti alzi meglio di come ti sei seduto.
Una bevuta di grande fascino insomma, la conferma della forza assoluta dell’Aglianico che, per dirla con Ziliani quando parla di Barolo e Brunello, ha tutte le carte in regola per essere annoverato tra i grandi vini, a patto che gli lascino fare l’Aglianico. Già, perché io personalmente non ho nulla contro chi taglia con merlot o, peggio con cabernet, chi fa salassi per cercare una concentrazione in cantina che il nostro sole e i moderni sistemi di allevamento della vite regalano tranquillamente in campagna come dimostrano ormai i gradi zuccherini raggiunti ovunque nelle ultime dieci vendemmie, di gran lunga superiori a quelli richiesti dal disciplinare. Dico solo però che prassi troppo invasive hanno in se lo sbaglio di eliminare quello che è il grande pregio di questa uva, la sua diversità. E che alla lunga significa disarmare le sue potenzialità commerciali perché le emozioni e il piacere regalato da questo 1985 sono ineguagliabili proprio per i motivi opposti a quelli che spingono verso certe pratiche francamenti disarmanti.