Elogio dell’Aglianico di Jancis Robinson: le impressioni a Radici del Sud e quelli preferiti

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Jancis Robinson a Radici del Sud

Come sapete, Jancis Robinson ha presieduto il gruppo di degustazione di Radici del Sud. Su segnalazione di Franco Ziliani, con il quale condividiamo questa entusiasmante esperienza, vi proponiamo la traduzione delle impressioni della critica inglese.

di Jancis Robinson

Ci sono alcune varietà di uve che, come Cary Grant e Catherine Deneuve, trasudano classe… L’Aglianico, una specialità della Campania e della Basilicata nell’entroterra di Napoli,  è una di queste. Da questa si ottengono vini rossi con un sapore che è più minerale che animale o vegetale, tuttavia a questi vini non manca la frutta e hanno una grande struttura che promette una vita lunga e generalmente piuttosto gloriosa.

I grandi tannini e l’acidità dell’Aglianico, e la sua evidente capacità di invecchiare, hanno ispirato qualcuno a chiamarlo “il Barolo del Sud”. Un vero e proprio elogio sebbene l’Aglianico abbia generalmente un colore cremisi molto più profondo dell’uva Nebbiolo da cui si ottiene il Barolo.

L’Aglianico è l’uva che firma il Taurasi in Campania e l’Aglianico del Vulture, appena sopra il confine sulle colline della Basilicata. Sebbene germoglia presto matura molto tardi e le sue uve sono così naturalmente ricche di acidità che tradizionalmente si suppone che spesso questa varietà non maturi a sufficienza più a nord. A maggiori altitudini a Taurasi spesso è stata raccolta bene a Novembre.

Nel mondo del vino – dove il cambiamento climatico è fin troppo evidente – si fa di tutto per varietà che maturano tardi. Così forse, dal momento che nel mondo sempre più persone che bevono vino sono esposte al suo fascino, l’Aglianico sarà piantato più estesamente. Persino in questa parte del Sud Italia le temperature possono essere sistematicamente più basse di quanto possono immaginare delle persone estranee a questo mondo che guardano una mappa. Sara Carbone e suo fratello stanno facendo rivivere i due vigneti dei loro genitori, a 500 metri sul livello del mare nella zona dell’Aglianico del Vulture. Recentemente mi ha assicurato che spesso devono indossare maglioni di lana di sera persino ad Agosto (il vino ottenuto dalla loro vigna più vecchia, piantata nel 1975, ha lo straordinario nome di Stupor Mundi).

A lungo si è creduto che l’Aglianico fosse stato portato nel Sud Italia dai primi colonizzatori, i Greci, e il termine Aglianico fu interpretato come un’alterazione della parola Ellenico. Si è anche pensato che questa potrebbe essere la varietà da cui si ottiene il classico vino Falerno (la geografia ha aiutato questa teoria). Comunque, l’analisi del DNA non ha trovato una stretta correlazione tra l’Aglianico e le varietà greche conosciute.

Il più famoso produttore di Aglianico a Taurasi è stato Mastroberardino, azienda attualmente gestita dalla decima generazione della famiglia. Il loro Taurasi, cresciuto su suoli particolarmente vulcanici, è proposto in una versione normale e nel Radici che è fatto per un invecchiamento particolarmente lungo.

Quando lo ho assaggiato lo scorso Settembre, il Taurasi Radici Riserva 1999 di Mastroberardino (a soli circa 20 dollari) era assolutamente magnifico ed evidentemente al suo massimo splendore: liscio, sottile, raffinato e con forti elementi minerali, cosa che forse non stupisce poiché i migliori suoli di Taurasi e Aglianico del Vulture tendono a essere vulcanici in quanto creatisi a seguito di antiche eruzioni del Monte Vulture.

Ai produttori di Taurasi si consente di aggiungere fino al 15% di uve diverse dall’Aglianico e in tutta la Campania c’è la tradizione di mescolare l’Aglianico con altre uve locali come il più fresco e aromatico Piedirosso o il Primitivo di Puglia per fare vini che maturano prima e con note più evidenti di frutta.

Il disciplinare dell’Aglianico del Vulture prevede 100 per cento uva Aglianico sebbene sia stato identificato un numero di cloni locali. Qui il produttore leader è stato D’Angelo, un’azienda più giovane di Mastroberardino che è stata capace di accaparrarsi una parte considerevole dell’uva da molti produttori locali.

Ma, come in qualsiasi altro posto in Europa, sempre più produttori stanno facendo e imbottigliando i propri vini. Il mese scorso nel Sud Italia sono rimasto colpito da un produttore di Aglianico del Vulture che era abbastanza nuovo per me. Vigne Mastrodomenico di Barile ha otto ettari di Aglianico a 350 metri su pendii fatti di quelle antiche eruzioni del Vulture. Il loro Mos 2008, un tentativo di una specie di Aglianico da bersi giovane, non è stato un successo maggiore degli altri del genere, dal mio punto di vista; mentre il loro vino principale, il Likos, in quest’annata piovosa, è anche un po’ più morbido e chiaro degli Aglianico di maggior successo. Comunque il loro Aglianico del Vulture 2007 Likos ha espresso il carattere tipico di questa varietà di “una mano di ferro in un guanto di velluto” (di solito questa espressione si riferisce a qualcuno/qualcosa che in apparenza sembra gentile ma nella sostanza è austero e forte, ndt). E’ importato nel Regno Unito da Cantina Caputo e può essere trovato negli Stati Uniti a poco più di 20 dollari a bottiglia.

Come nel caso di molti produttori dell’estremo Sud, la squadra padre-figlia della cantina Mastrodomenico al momento sta usando barrique francesi ma c’è una tendenza generale più ampia verso botti più grandi per la maturazione e sentori di quercia leggermente meno evidenti. Durante l’assaggio alla cieca di un’ampia gamma di vini Aglianico a Radici del Sud il mese scorso, sono stato colpito dal fatto che c’erano molti vini che si qualificavano come rossi moderni fatti in modo rispettabile, un gradino precisamente sopra a quelli fatti in maniera grossolana, ma non erano abbastanza quelli che traevano il meglio dalle loro caratteristiche vulcaniche.

Le caratteristiche dell’Aglianico sono troppo evidenti per conservare un segreto rigorosamente locale. La varietà è stata a lungo diffusa in Molise dove Di Majo Norante fa un vino che è un esempio molto adeguato di questa varietà ed è stato piantato, seppur in maniera più circoscritta, anche in Calabria. E’ stato piantato abbastanza ampiamente anche nel nord della Puglia dove alcuni vini come il Villa Schinosa 2006 mostra un grande potenziale (anche se il vino in sé è alla usa massima espressione).Altri esempi degni di nota dell’Aglianico della Puglia sono il Cappellaccio di Rivera a Castel del Monte e il Sirena di Carvinea fatto dall’onnipresente enologo Riccardo Cotarella ma al momento la maggior parte degli Aglianico pugliesi va nei blend.

Lentamente questa varietà sta diventando conosciuta anche fuori dall’Italia con piantagioni che punteggiano lo stato della California, in particolare quello di Alexander Valley di Seghesio e Kenneth Volk a Paso Robles. Si sta anche tentando di piantarlo nelle regioni vinicole interne siccitose in Australia. Westend Estate of Griffith, a New South Wales, ha vinto il trofeo del Miglior Vino Rosso al concorso delle varietà australiane alternative lo scorso anno con il Calabria Aglianico 2008. L’ultimo censimento dei vigneti italiani, che risale al 2000, ha registrato 10.000 ettari di questa varietà. Sarebbe un gran peccato se il prossimo censimento ne registrasse meno.

AGLIANICO CONSIGLIATI

Mastroberardino, Radici 2005, 2004 e Radici Riserva 1999 Taurasi
Mastrodomenico, Likos 2007 Aglianico del Vulture
Donnachiara, Montefalcione 2007 Taurasi
Carbone, Terra dei Fuochi 2009 Aglianico del Vulture
Contrade di Taurasi 2007 Taurasi
Galardi, Terra di Lavoro 2008 Roccamonfina
Macarico, Selezione 2006 Aglianico del Vulture
Francesco Radino, Nostos 2006 Aglianico del Vulture
Terra di Vento, Petrale 2007 Colli di Salerno
Terre Colte, Convivio 2007 Taurasi
Bisceglia, Gudarrà 2007 Aglianico del Vulture

Traduzione di Novella Talamo

4 commenti

  • Lello Tornatore

    (26 luglio 2011 - 12:55)

    ” I grandi tannini e l’acidità dell’Aglianico, e la sua evidente capacità di invecchiare, hanno ispirato qualcuno a chiamarlo “il Barolo del Sud” “…ma proprio per questo, potremmo concedere al barolo l’appellativo di “Taurasi del nord”…;-))

  • Franco Ziliani

    (26 luglio 2011 - 20:37)

    Lello, con tutto il rispetto e la considerazione per il Taurasi e l’Aglianico, non c’é trippa per gatti: il Barolo, quello vero, viaggia verso altre dimensioni. Interstellari… :)

    • Lello Tornatore

      (26 luglio 2011 - 22:10)

      Indubbiamente la vitivinicoltura piemontese ha scritto molte delle pagine di storia di quella italiana. La Campania ha incominciato solo da qualche decennio a vergare quelle pagine, ma questo non significa che rimarrà per sempre indietro a rincorrere i mostri sacri…in fondo è solo una questione di riuscire a prendere bene le misure a questo cavallo ancora indomito che è l’aglianico (con buona pace della sig.ra Robinson distinguerei pure tra il fenotipo del Vulture meno aggressivo e quello di Taurasi più ostico)…la tecnologia c’è, una nuova generazione di giovani enologi preme per fare “sfaceli”, quello che manca all’appello è la promozione di questo grande vitigno!!! Ma, non per ripetere sempre le stesse cose, fino a quando non ci renderemo conto che bisogna farlo conoscere fuori dalla nostra regione e fuori anche dal nostro paese, resterà sempre ” il nebbiolo del sud” e quindi il Taurasi ” il barolo del sud”… Radici wines (nuova versione) può rappresentare un’opportunità ;-))

  • Armando Trecaffé

    (28 luglio 2011 - 18:20)

    Il solito Ziliani….ma che originalità….sorprendente davvero…è sempre un piacere leggerlo…

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