I sapori della mia infanzia a San Giovanni a Teduccio

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Le caramelle ciù ciù

di Marina Alaimo

Desideravo da tempo, troppo tempo, rivedere la mia vecchia scuola elementare, e siccome mi rincorreva nei sogni da diversi mesi, mi sono decisa ad andare a cercarla.  E’ un istituito di suore, il Caterina Volpicelli, la difficoltà però stava nel recarmi nel mio quartiere di origine, San Giovanni a Teduccio,  un quartiere difficile di Napoli che rifiuto ormai di percorrere, forse perché mi vergogno di esserci nata. Oggi è molto diverso, più brutto che mai, ha perso totalmente la sua identità che ho ricercato nei miei ricordi, affiorati vorticosamente uno dopo l’altro in maniera quasi soffocante, a tratti piacevoli, a tratti crudeli. Varcata la soglia del grande portone che introduce alla vecchia scuola, tenuta ancora molto bene, l’odore della cucina delle suore ha acceso con vigore i ricordi, sanno di buono, di pulito, di grida gioiose negli ampi spazi dedicati alla ricreazione, di amaro per le severe punizioni che impartivano, orecchie d’asino e faccia al muro sono state un’umiliazione che ho vissuto e mai più dimenticato.

Pasta e patate, un dettaglio


Ho risentito il profumo della pasta e patate, della pasta e lenticchie, del sugo da mettere sui maccheroni, sempre scotti,  preparato con amore dalla suora che si dedicava alla cucina, grassa e buonissima, la suora,  aveva sempre una carezza ed un sorriso  per tutti e se veniva giù qualche silenzioso lacrimone, perché la voglia di rientrare a casa era ormai insostenibile, tirava fuori da una delle tante tasche qualche caramella consolatoria, alla menta o all’orzo. Uscendo dalla scuola mi sono decisa a rifare il percorso che andava da casa all’istituto, ed i ricordi sono stati indotti soprattutto dalle soste che facevo lungo la strada per comprare qualcosa da mangiucchiare.  Ecco o’ vasc’ e Carmilina (il basso di Carmela): era scuro, povero e sporco, ma sulla porta di entrata che dava direttamente sulla strada, su un piccolo banco di legno erano esposte caramelle e dolciumi di tutti i tipi, insieme a pochi e coloratissimi giocattoli. Lei era una vecchietta dai folti capelli bianchi, sempre sola, con occhiali spessi e tanta voglia di chiacchierare per ammazzare la solitudine. Carmilina buon giorno, io voglio 200 lire di ciù ciù, le caramelle gommose colorate ricoperte di zucchero che si appiccicavano sempre ai denti, ma buonissime, poi qualche bastoncino di liquirizia, due cremini, ed un bastoncino di zucchero colorato. E così masticavo per un bel po’ quelle delizie,  causa frquente di fastidiose carie per i bambini del quartiere. Nell’angolo più avanti, all’uscita della scuola, non mancava mai l’apetta di Ermenegildo, una sorta di friggitoria ambulante che raramente si riesce ancora a vedere in giro per i quartieri di Napoli, quelli popolari ovviamente, negli altri costituiscono ormai un elemento di disturbo. Invece era un’espressione divertentissima del cibo da strada napoletano, sempre seguito da un grido di richiamo che noi bambini rincorrevamo per consolarci dalle lunghe ore seduti ai banchi di scuola.

 

Frittatina di pasta


Zeppole, panzarotti, scagnozzi, frittatine di maccheroni, pall’ ‘e ris’, pizza fritta ripiena di ricotta e cicoli,  comprati con poche lire e divorati nonostante fossero bollenti, di nascosto di mia madre che me lo vietava categoricamente perché diceva che quella frittura fosse poco affidabile.

Pizza fritta - foto Monica Piscitelli

Procedendo oltre, rivedo ‘o vasc’ e Juanninella, personaggio singolarissimo, viveva nella miseria più nera, anche lui viveva solo, era gay, ma in questo quartiere si diceva femminiello, era un pezzo di omone forzuto,  si truccava gli occhi con ombretto celeste o verde, come andava di moda negli anni ’70. Juanninnella spingeva un grosso carretto che si era costruito da solo, dotato di un fischio a vapore che faceva suonare di continuo per avvisare la gente del quartiere che era arrivato con il suo carico variopinto di “spassatiemp”. Chi non è napoletano non può sapere di cosa si tratti, è un insieme di frutta secca, ceci tostati, noccioline, semi di zucca, lupini gialli, castagne del prete, che la gente del popolo amava sgranellare e sgranocchiare a fine pasto, soprattutto la domenica, per allungare oltremisura la sosta a tavola fatta di chiacchiere accese, canzoni napoletane e numerosi bicchieri di vino, rigorosamente sfuso e acquistato nella bottega “vini e olii”, ben animata e diventata un punto di incontro per le persone del luogo.

pizza margherita

 

Al suono del fischio di vapore seguivano numerose calate di panieri legate a lunghe corde che le donne srotolavano velocemente dai loro balconi ordinando a gran voce la quantità e la varietà di spassatiemp’ da mettere a tavola. Circa un chilometro più avanti raggiungo il vicolo della Marina, si perché questo quartiere costeggia il mare e le spiagge vulcaniche sono nere e sempre sporche. Era abitato perlopiù dai contrabbandieri di sigarette, personaggi importanti e rispettati nel quartiere, ma purtroppo anche dalla mia insegnante di pianoforte, Miriam. Mi recavo da lei due volte alla settimana, nel primo pomeriggio, avevo circa otto anni, ero ben vestita venendo da una famiglia agiata, sotto il braccio i miei libri di musica ed in mano il sacchetto con i dolciumi comprati da Carmilina. Ovviamente con quell’aspetto pulito e signorile non ero affatto accettata dai figli dei contrabbandieri, che avevano imparato i miei orari di lezione ed ormai mi aspettavano puntuali al varco. Per prima cosa mi rubavano le caramelle, poi giù una serie di parolacce irripetibile e gestacci estremamente volgari,  minacciando di suonarmele di santa ragione. Per quanto abitassi quel quartiere e fossi alquanto capace di difendermi da sola, anche scendendo alle mani al momento giusto, in quel tratto di strada estremo erano in troppi e non mi rimaneva che farlo a gambe levate sperando che non mi raggiungessero.  Non l’ho mai raccontato ai miei genitori perché, se c’era una cosa che avevo imparato tra quei vicoli, era certamente  di dovermela sbrigare in prima persona, ma dopo due anni di quello strazio,  decisi comunque di abbandonare le lezioni di pianoforte. Poi me ne sono pentita amaramente per tutta la vita. Ho un altro ricordo fortissimo legato ai contrabbandieri del mio quartiere, gli inseguimenti via mare dei loro grossi motoscafi blu da parte delle motovedette della Guardia di Finanza.

frittata di maccheroni

Erano piuttosto frequenti ed estremamente spettacolari, sempre diretti dall’alto da un elicottero. Io ed i miei fratelli li osservavamo molto divertiti dal balcone panoramico della nostra casa al settimo piano, avevo anche scelto una colonna sonora che puntualmente mettevo su nel mio mangiadischi arancione, Zum Zum Zum, un vecchio quarantacinque giri di mia madre. Ovviamente facevamo il tifo per i contrabbandieri che percorrevano avanti ed indietro per ore il golfo di Napoli, buttando una ad una a mare le casse di sigarette per cercare di andare più veloce, ma  ,come sempre, una volta finito il carburante, venivano affiancati dalla Finanza e tratti in arresto.  Ecco la pizzeria dei Salvo, quella è ancora  qui, ma è più curata ed accogliente, ci andavo con qualche amica la domenica una volta uscite dalla messa, compravamo una pizza margherita, piegata in quattro ed avvolta nel classico foglio di carta paglia, accompagnata da una bottiglietta di gazzosa gustata fino all’ultima goccia rumorosamente tirata su con la cannuccia.

panzarotto

E poi il bar Pilla, dove i miei genitori mi vietavano severamente di entrare, ma per me il divieto suonava spesso come un irresistibile invito. Lì ci si trovava gente di tutti i tipi, ricordo che siamo in un quartiere caldo, la lingua parlata era rigorosamente il dialetto ed a me piaceva da morire osservare quelle persone così pittoresche e colorite che, pur vivendo le stesse strade e piazze, appartenevano ad un mondo totalmente diverso dal mio.  Non mancavano ovviamente i contrabbandieri che la domenica, secondo canoni molto personali, si vestivano con cura: camicia sbottonata per sfoggiare le loro grosse catene d’oro appese al collo, corredate dall’effige del Volto Santo o del crocifisso, le maniche degli abiti erano tenute su per mostrare i tatuaggi ed erano  pronti ad offrire numerosi caffè all’entrata di tizio o caio, un po’ per mostrarsi generosi, un po’ per ostentare un certo benessere. Io compravo  un gelato alla fragola e limone con il quale puntualmente mi battezzavo il vestito della domenica.

24 commenti

  • alberto capasso

    (5 febbraio 2012 - 10:20)

    incantevole….

  • Paolo

    (5 febbraio 2012 - 10:23)

    La I.M.E.S. acciaieria di San Giovanni a Teduccio della famiglia Gentile, mi padre era il direttore, e ci venivo spesso, la Cirio, con quella cultura operaia importante, magari tanta gente di difficile gestione, ma competenze da vendere…bel quartiere con forte cultura operaia, come era quella zona orientale di Napoli che ora non c’è più, ed anche il contrabbando prima di essere sostituito dalla droga aveva un senso importante.!!

  • Marina Betto

    (5 febbraio 2012 - 11:30)

    Un incantevole racconto, quasi un film d’altri tempi, le immagini che proponi sono dense di bei sentimenti e di veritá che fanno gustare il cibo di cui parli anche il lettore, fai venire voglia di pizza rossa e lollipop , quello che mangiavo io quando uscivo di scuola; il cibo si lega indissolubilmente al sentimento che proviamo mangiandolo, dal tuo racconto ora so il sapore di una infanzia pulita, serena , dove anche le cose squallide appaiono affascinanti come un’avventura!

  • Angelo Di Costanzo

    (5 febbraio 2012 - 11:35)

    Marina io credo invece che certi ricordi siano davvero importanti e non v’è vergogna che tenga nel celebrare la memoria – così pregnante – della propria infanzia. Di certi luoghi.

    Io l’ho fatto da tempo, in verità continuo a scriverne ancora di quegli anni spesi nel mio quartiere, il Rione Toiano, una delle innumerevoli 167 della perfieria napoletana, conservando gelosamente quella memoria, che a pensarci bene ci ha forgiati, almeno per me, per vivere in una società che, per quanto “pittata” meglio di allora, mi sento di definire molto più povera di quegli anni.

    Oggi quella ostentazione che sembrava ridicola, o avere del ridicolo, ahimè è divenuta assordante quotidianità.
    Bello scritto, complimenti!

  • renato

    (5 febbraio 2012 - 11:59)

    Si può pure passare per romantici, ma sono convinto che bisogna sempre conservare il culto e la cultura del proprio passato, dovunque abbia trovato espressione.

  • Tommaso Esposito

    (5 febbraio 2012 - 13:08)

    Perchè vergognarsi Marina? Certo il degrado che c’è in alcune aree mette disagio soprattutto perchè si è consapevoli che difficilmente qualcosa potrà cambiare tanto che è strutturato. C’È però in tutto sempre qualcosa di bello e di buono. E tu lo ha hai vissuto colto e or ora raccontato.

  • enrico malgi

    (5 febbraio 2012 - 15:31)

    Quanti ricordi: il ponte dei Francesi e quello dei Granili, Pazzigno, fore ‘e Taverne, o Sperone, o spiculo ‘e muro (la miglirore pizza di Napoli est), la scuola elementare Scialoia con due eidifici separati, il maschile e il femminile!. All’uscita della scuola compravo o zuccariello (residuo dei dolci riciclato) oppure le sorbe o il franfillicco, areta ‘a cappella, Via Marina, lido mappatella, cento camerelle, a Croce ‘o lagno, Pietrarsa, Corso San Giovanni, Largo Tartarone, Di Natale, ‘o supercinema, o pirucchiello (cinema Partenope), la ferrovia, Piscitiello (i migliori cocomeri e meloni), o giurnalista (il giornalaio vicino alla chiesa con una sola gamba e la stampella), o baccalaiuolo, l’acquafrescaio di fronte alla chiesa, angolo via Marina. I primi turbamenti ed il primo amore (si chiamava Maria C…), la gelateria al Corso di fronte a Di Natale, di cui ho dimenticato il nome, ma che faceva un gelato artigianale buonissimo. Ci andavo anche perché mi piaceva da morire la cassiera! Gli amici d’infanzia, la storia della vita, che cambia con la partenza per altri lidi.
    Hai proprio ragione Marina: è tutto troppo cambiato in fretta. Sono tornato l’anno scorso e non ci voglio tornare più. Dov’è Napoli di una volta, con la sua umanità, generosità, educazione, signorilità? Si è persa!
    Appena puoi chiamami al 340 5907493, oppure scrivimi una e-mail a enrico.malgi@alice.it. (ricordati di Gallarate).
    Ciao.

  • Fabrizio Scarpato

    (5 febbraio 2012 - 18:21)

    Come dici, il buono e il cattivo finiscono con l’avere pari importanza, pari peso. Umiliazioni e caramelle, sopraffazioni e pizza fritta, tutto alla fine si tiene ( anche se a quella suora che castigava umiliando ogni penitenza sarà stata vana e insufficiente). Si dice che le difficoltà facciano crescere, ma le subdole forme di violenza e ruberia lasciano solo ferite: aver avuto la possibilità di fare musica e aver dovuto lasciare mi sembra una brutta cosa, da raccontare con disincanto, ma brutta. Sono andato e rivedere un motto dell’attore Roberto Herlìtzka che avevo letto stamane sul giornale: il passato è presente, il presente è assente, il futuro è passato. Il bello della vita.

  • Marina

    (7 febbraio 2012 - 09:03)

    Continuamente adattiamo il vissuto al vivente progettando il vivremo, tutto c’io che è stato è parte di noi. E’ poi vero che l’espressione “mi vergogno di esserci nata” sia eccessiva e sbagliata, ma non sempre si riesce a domare i propri sentimenti, pur essendo consapevoli di quanto siano sbagliati. Mi fa piacere che questo piccolo vissuto della mia infanzia sia piaciuto a qualcuno, in me è sempre più forte la voglia di raccontarmi ormai.

  • enrico malgi

    (7 febbraio 2012 - 11:13)

    Cara Marina,
    non mi hai ancora risposto, nè chiamato. Come mai?
    Aspetto un tuo cenno.
    Abbracci.

  • Marina

    (7 febbraio 2012 - 12:01)

    Hai ragione Enrico, ma sono stata in viaggio ed ho letto solo oggi i commenti.Si il quartiere è quello che tu descrivi, io sono andata via che avevo appena 12 anni, i miei ritenevano che ormai fosse tempo di cambiare aria. Grazie anche a Paolo per aver commentato Mio padre mi racconta spesso delle tante attività presenti a San Giovanni e che man mano hanno chiuso togliendo lavoro ai tanti abitanti del posto e cancellandone brutalmente l’identità. Quando ero bambina tutto ciò già non c’era, erano gli anni ’70, negli stabilimenti dell’ex azienda manufatturiera di pasta e conserve Del Gaizo, ormai solo ruderi, noi bambini andavamo a giocare e a veder nascere un piccolo miracolo, ovvero mio padre che in uno di quei locali dismessi si costruiva da solo la sua barca a vela, una volta finita per il quartiere fu un evento memorabile. Si, c’era competenza da vendere, quando incontro gli amici di mio padre e penso che vengono dal nulla, ma sono diventate persone competenti nel proprio settore e sempre portatori sani di un certo stile e serietà, ormai scomparsi, provo grande ammirazione. Uno chock tremendo fu invece per mia madre, che veniva da un bel quartiere di Roma e per amore accettò di venire ad abitare nella periferia di Napoli, era bellissima, e ricordo che per strada si giravano tutti a guardarla. Ma vinto il primo impatto difficile, ebbe l’intelligenza di avvicinarsi a quella realtà ed anche lei si lasciò affascinare dalla napoletanità dei napoletani che abitavano i quartieri popolari. proprio lei mi ha raccontato che Juanninella era una persona sofferente e tristissima, segnato dalla vita e dalla miseria e che da ragazzo, prima dell’arrivo della lavatrice, andava per case a lavare i panni a mano, dotato com’era di braccia forzute. Aveva molto rispetto di loro e le nostre baby sitter erano donne del popolo, che abitavano nei bassi, ci insegnavano il dialetto e ci ciccolavano amorevolmete ed adoravano mia madre.

  • Paolo Mazzola

    (7 febbraio 2012 - 13:29)

    Anche della IMES ho un bel ricordo, di tutti i tecnici, i giovani ingegneri, gli impiegati e gli operaio, è un quadro di una Napoli città industriale che non c’è più e penso mai ci sarà. Sarà impopolare ma cedo come Monti che il nostro futuro è da reinventare ed è inutile guardare al passato ed ai torti che abbiamo subito.

  • enrico malgi

    (7 febbraio 2012 - 14:39)

    Marina, grazie ancora della tua testimonianza. Io ho fatto l’elastico per un certo periodo:lasciando e ritrovando il vecchio quartiere, fino a quando ho deciso di troncare definitivamente e venirmene qui nel Cilento. E devo dire che non ho avuto e non ho nessun rimpianto. Acqua passata ormai.
    Io ti chiedevo anche di farmi sapere come organizzare l’evento per Gallarate, visto che mancano pochi giorni. Se puoi chiamami al numero che ti ho lasciato o scrivimi una e-mail, d’accordo?
    Grazie e abbracci.

    • il Sanfedista

      (8 febbraio 2012 - 12:06)

      Ne’ Marina, a vulimmo fernì e chiammà ‘u napulitano “dialetto”?. E’ na lengua!

      Comunque complimenti per il gustosissimo, nostalgico ricordo

      • Marina

        (8 febbraio 2012 - 15:24)

        E chest’ pur’ è over’! Ma chi è stu Sanfedista?

  • il Sanfedista

    (9 febbraio 2012 - 12:04)

    ‘o Sanfedista songh’Io!

  • il Sanfedista

    (9 febbraio 2012 - 12:06)

    Ne’ Marina,
    in lingua napoletana si scrive “overo” perchè il napoletano scritto è diverso da quello parlato

    • Il giacobino

      (9 febbraio 2012 - 12:11)

      ‘o vero
      per la precisione:-)

  • il Sanfedista

    (9 febbraio 2012 - 12:17)

    Nè giacobì,
    tu può capì sulamente ‘o frangese. (Consulta un dizionario della lingua napoletana prima di scrivere str……)

  • il giacobino

    (9 febbraio 2012 - 21:39)

    Sì ciuccio tu e tutte ‘e sanfediste
    http://wikitesti.com/index.php/Nun_%C3%A8_'o_vero_niente

  • Enzo

    (27 febbraio 2012 - 01:06)

    Ciao Marina, che anno sei nata io del 62 abitavo anche io a San Giovanni comp a Marina e quarda caso a Gallarate ho dei parenti

    Ciao

  • lu

    (7 aprile 2012 - 12:50)

    gent sig.ra marina non è bello quello che lei ha scritto nelle prime righe.se si vergogna di ritornare nel suo quartiere di origine,ma perche’ ci è venuta?io sono di s.giovanni a teduccio e sono fiera ed orgogliosa del mio quartiere perchè dopo tanti di sofferenze e sacrifici nonche’ lotta con chi prendeva le redini in mano con la violenza,piano piano il mio quartiere sta ritornando a vivere,e non mi va che i sacrifici fatti vadano gettati alle ortiche per i suoi commenti e tra l’altro noto che lei nemmeno vive piu’ a s.giovanni quindi non sa nulla di tutto cio’ che si fa,puo’ essere anche una minoranza ma lottiamo insieme per far rivivere il nostro amato quartiere.un favore se le fa tanto schifo non venga piu’ ma non infanghi i sacrifici altrui grazie

  • Claudio

    (9 maggio 2012 - 06:08)

    Marina
    Ti sono grato per avermi fatto vivere alcumi momenti di di emozione pura, per quello che narri nel tuo racconto…si animano personaggi che in parte ho vissuto anch’io nel lontano passato..! sagome..e personaggi di altri tempi che oggi forse non avrebbero senso sul piano emozionale…Ho sempre vissuto in questo borgo orientale e nel bene e nel male l’ho sempre amato..anche se con qualche riserva..E’ accattivante il tuo racconto per chi ama la storia di Napoli come me, fino a farne uno scopo di vita..Ho realizzato già da tempo un lavoro su DVD sulla storia di Napoli e San Giovanni a Teduccio e dulcis in fundo sula Napoli Greco -Romana. Questi passi che ti faccio leggere li ho tratti dal DVD Napoli e Dintorni in cui si narra la storia del nostro qaurtiere natio.
    Tengo a ribadire che questi lavori , il primo a realizzato a quattro mani ed il secondo ne sono io ll’autore, sono strumenti didattici che ho distribuito in forma gratuiti presso gran parte delle scuole del circondario , Municipalità e Biblioteca compresa. Senza alcuno scopo di lucro solo per la semplice divulgazione.
    Chiunque ne voglia ricevere una copia sono ben lieto di offrirgliela in forma gratuita , sempre e solo a scopo divulgativo ed uso domestico.

    “Tratto dalla Stroia Parlata ” Napoli e Dintorni ”
    Noi ragazzi del Rione Flavio Gioia in Via Ammiraglio Aubry (bizzarrie di una toponomastica troppo pomposa per designare, da un lato, un rione formato da tre grossi e alti fabbricati, a quattro ingressi ciascuno, frutto dell’edilizia popolare postbellica, e, dall’altro, una strada secondaria che, diramandosi dal Corso San Giovanni, separava il Rione situato sulla destra, dal grappolo di caseggiati a due piani, sulla sinistra – le cosiddette case di Mussolini, ormai sparite -, e finiva nello slargo prospiciente la Villa..)

    LINEA 4
    “ I sogni muoiono al mattino.. “

    Quasi surreale appare San Giovanni a Teduccio nel suo denso grigiore tagliato dalla colorata sagoma del nuovo tram della linea 4 che puntuale con la sua gentile eleganza ci raccoglie come automi alla medesima fermata.
    Ogni giorno come sempre tutto uguale in questo quartiere orientale alle porte di Partenope e sembra che questa borgata e soprattutto la sua anima non voglia arrendersi al degrado delle cose e a quello degli uomini.
    In questa uggiosa giornata il tram sferraglia e sul panoramico finestrino la pioggia inventa un universo di stelle cadenti sul vetro già opaco per il respiro e per il tepore della gente.
    Silenzioso il mio sguardo va oltre la realtà… corre la fantasia ai tempi passati, e vedo scorrere come in un film su quel vetro bagnato la mia vita.
    Un volto di donna e quegli occhi sono come panni stesi al sole che fanno vibrare l’anima, e come s’alza il vento questo cuore solitario si perde in questo temporale, poi i pensieri si fanno cupi come i vicoli di questa città, sento il profumo di Napoli sento il tuo cuore intorno a me!!
    Su questo dolce velo di rugiada tra le ombre silenziose della memoria ed i palpiti dell’anima che si confondono con lo sfiatare delle porte alle fermate,
    la mia fantasia un ritratto di donna dipinge con l’indice sul vetro vaporoso di questa lavagna che il tram inventa per me!
    E sento intorno a me la fragranza dei tuoi sospiri che sussurrano al mio cuore storie incantate e la magia si ripete in questa favola moderna dove non ci sono tramonti nè albe ma sagome silenziose e sedili vuoti di questo moderno tram che guizza con sostenuta velocità da una fermata all’altra.
    E quasi mi distolgono le soste che il mezzo è obbligato a fare in questo mattino uggioso, ma nonostante ciò resta dolce, morboso, intrigante,
    impalpabile e struggente questo momento e lascia intorno a me il tepore di dolci sospiri mentre i tuoi occhi sono gocce di sogno in quel ritratto di donna che si scioglie lentamente sul brumoso finestrino che mi invita a sognare.
    Poi per incanto, il primo squarcio si apre nel cielo plumbeo e come aghi i raggi di sole trafiggono la mia anima e sento il profumo di zagare intorno a me, ed il pensiero mi porta nella tua Trinacria dove sono le tue radici. La magia che si rinnova nei volti bruciati dal sole di questa gente onesta e in quella geometrica piazza il tempo è segnato dall’orologio dell’antico campanile.
    E rivedo gli ulivi come sagome pietrificate che restituiscono il senso del tempo e delle cose che non mutano..
    Poi da lontano.. attraverso il vetro… il mare turba la mia vita già piena di te e in queste emozioni d’altri tempi mi perdo e si rinnova l’amore per questa terra nei suoi silenziosi profumi.
    Poi il brusco freno delle rotaie ti riporta alla realtà e t’accorgi del momento vissuto ed i tuoi sogni muoiono in questo melanconico mattino.
    Ritorna la realtà delle cose e si fa più intenso e vivo il brusio della gente che come fantasmi ritornano a vivere ed esistere intorno a me nel monotono tran tran della vita.
    E la malinconia come ladra ruba i tuoi silenzi per donarli al mio cuore, ed il tempo ha il sapore dell’autunno mentre i ricordi come foglie ondeggiano e si posano leggeri sui sospiri del cuore.. poi tutto tace e dai monti lontani il sole scolora il paese e la sera inventa silenzi ancestrali.

    C.A.

    Ciao e grazie per questa emozione che hai donato a tutti noi.

    masecla@inwind.it

  • Marina

    (13 maggio 2012 - 11:00)

    @ Lu, io torno nel mio quartiere e so benissimo come stanno le cose.E’ sempre più degradato ed avvilente. Mi imbarazza dire che sono nata lì, niente di più.
    @Claudio, grazie per aver apprezzato ciò che ho scritto e complimenti per il tuo lavoro.

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