Il troppo successo storpia? Le antiche famiglie dell’Amarone non vogliono un Brunello bis

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Da sinistra, Sandro Boscaini (Presidente associazione de "Le famiglie dell'Amarone d'Arte") e Sebastiano Barisani (giornalista

Le famiglie dell’Amarone d’Arte si presentano a Milano e propongono un manifesto e un ologramma distintivo a difesa di un vino

di Alessandro Marra

Lo dico subito: le dodici “Famiglie dell’Amarone d’Arte” (Allegrini, Begali, Brigaldara, Masi, Musella, Nicolis, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi, Venturini e Zenato), presentatesi alla stampa lo scorso 14 settembre a Milano, non mi hanno convinto del tutto. Al di là di ogni discorso sul perché di un «club dell’Amarone dell’élite», come lo ha etichettato il giornalista Sebastiano Barisoni chiamato a condurre l’incontro, ciò che più mi lascia perplesso è un certo disallineamento quanto alla qualità degli Amarone prodotti.

Il marchio

Ammettere di aver sbagliato e ritornare sui propri passi per rimediare è cosa apprezzabile. Quello che è mancato, semmai, nel caso dell’associazione presieduta da Sandro Boscaini (patron di Masi), è stato proprio il mea culpa. Non che le dodici famiglie dovessero battersi il petto con insistenza e non che debbano essere additate come le uniche responsabili del momento di grave difficoltà in cui versa oggi l’Amarone. Ma l’aver puntato il dito contro «quelli che sono saliti sul carro dei vincitori quando prima producevano soltanto Valpolicella Superiore» e l’aver affermato che «c’è Amarone e Amarone» suona quasi come un noi facciamo il vero Amarone, gli altri no. Benché non se ne sia fatto cenno, anche loro, le dodici famiglie dell’Amarone d’Arte, hanno qualche responsabilità. Dopotutto, come ha detto senza mezzi termini lo stesso Sebastiano Barisani, «prima l’Amarone lo si vendeva dovunque e a qualsiasi prezzo».

Il manifesto

Ciò detto, la dichiarazione di intenti contenuta nel manifesto in 7 punti è pur sempre, credo, da accogliere positivamente. L’obiettivo è quello di riportare in auge il prestigio dell’Amarone, lo stesso che ha ispirato anche la scelta della location per la conferenza stampa, la concessionaria Rossocorsa (casa dei prestigiosi marchi Ferrari e Maserati) nel centralissimo viale di Porta Vercellina. Anche se, la formula dell’Amarone «raro e caro» lascia un po’ così. Non c’è dubbio che il vino diventato in questi anni il simbolo, in senso positivo e negativo, della Valpolicella non sia più tanto “raro”; ma assolutamente “caro” lo è ancora, nonostante la caduta a picco dei prezzi (dagli 81 ai 60 milioni di fatturato in due anni, il 16% in meno) registrata nel biennio 2006-2007 come diretta conseguenza di uno spropositato aumento della produzione (dai 9 milioni del 2006 ai 12 del 2007, il 33% in più): «un calo dei prezzi, peraltro, di cui il consumatore non s’è nemmeno accorto, essendo rimasti identici i prezzi del venduto», come ha detto giustamente Sebastiano Barisani.

Le dodici famiglie

Sovrapproduzione, è questo il problema dell’Amarone. E su ciò “i dodici” – che hanno fatto notare come la loro produzione sia rimasta pressoché identica nel biennio considerato – hanno mostrato di aver le idee ben chiare: «c’è stata un’escalation incontrollata in parte dovuta all’euforia, in parte alla speculazione del biennio 2006/2007 sia sulla cantina che sul vigneto, in parte per colpa dei produttori». La Valpolicella non è Montalcino, ha precisato il vice Presidente Stefano Cesari: «non c’è nessun sentore di frodi alimentari, almeno per il momento»; ma in un certo le due zone viticole sono più vicine di quanto non lo siano geograficamente: troppa uva è finita ad appassire nei fruttai per assecondare il mercato caratterizzato da una crescente sete d’Amarone. Specialmente dopo la creazione dell’impianto di Terra di Fumane, divenuto col tempo uno «strumento nella mani di chi, non avendo né vigneti vocati nè uve di qualità, poteva comunque mettere ad appassire qualsiasi tipo di uva, anche quelle di pianura che sono notoriamente di qualità inferiore e che danno vini con caratteristiche organolettiche molto diverse». A tentare di porre un freno a questo trend c’ha pensato il Consorzio, abbassando al 50% il limite per le uve da appassire. Ma «la 2010 sarà l’annata della svolta: i 250 millimetri di pioggia caduti tra il 1 luglio e il 15 agosto faranno sì che soltanto chi è bravo e ha terreni vocati riuscirà a produrre uve di qualità».

L'ologramma

C’è poi il discorso dell’ologramma «esclusivo e distintivo», ovvero del bollino dorato con la lettera “A” che  verrà apposto su tutte le bottiglie dell’Amarone d’Arte. Una garanzia – negli intenti delle famiglie – che alla luce dei fatti non sembrerebbe però essere sufficiente, anche in ragione delle oggettive difficoltà di tutela dei marchi nell’attuale panorama giuridico-economico. Ma quello, se vogliamo, è discorso di tutt’altro peso.

Così come discorso diverso merita la posizione delle dodici famiglie che sembrano essere come in mezzo a due fuochi: da una parte i “grandi” assenti (Bertani, Quintarelli e Dal Forno), dall’altra i grandi “incomodi” (penso alle cantine sociali influenti sulle decisioni del Consorzio di Tutela). L’uscita del Consorzio parrebbe essere l’unica soluzione percorribile, non essendo al momento prevedibile una modifica della vigente Legge 164 che ha pregiudicato gli equilibri interni al Consorzio, rafforzando la posizione dei Direttori delle grosse cantine sociali (che possono esprimere tanti voti quanti sono i propri con feritori) e bocciando la proposta di modifica del disciplinare di produzione paventata dalle “famiglie”.

Ci sarà un corteggiamento agli esclusi? Sandro Boscaini si è mostrato possibilista: «non è detto che non si possa aggiustare il tiro in futuro per permettere alle tre realtà citate (Bertani – che non soddisfa al momento il requisito della conduzione familiare – Dal Forno e Quintarelli, ndr) di entrare a far parte, se lo vorranno, del gruppo». Magari anche un’aggiustatina ai criteri soggettivi individuati per determinare l’ammissione all’associazione che al momento sembrerebbero curarsi più della quantità che della qualità (prevedendo – ad esempio – il requisito minimo dei 5 mercati esteri “coperti”).

L’altro aspetto positivo è l’atteggiamento di difesa nei confronti del resto della produzione, Valpolicella Superiore in primis, indicata da Sandro Boscaini come l’unica via possibile per salvaguardare il territorio e, allo stesso tempo, il mercato: «l’Amarone non è qualcosa da sfruttare ma da innalzare a bandiera, se convergiamo troppo sull’Amarone rischiamo di mettere in  discussione la piramidalità della produzione, con il rischio che produzioni di pregio come il Valpolicella Superiore scompaiano».

La ricetta, al momento, prevederà una restrizione dei canali di distribuzione alle sole bottiglierie di pregio, ai ristoranti e – in minima parte – alla grande distribuzione (?) per evitare uno svilimento dell’immagine. Nuove iniziative di promozione del marchio sui mercati esteri di riferimento sono già state programmate per i prossimi mesi e in Italia qualcos’altro potrebbe accadere – magari, stand separati al Vinitaly, tanto per fare un esempio – anche se per adesso ognuna delle famiglie manterrà le proprie strategie commerciali.