Luigi Tecce, l’anarchico dell’Aglianico

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di Michela Guadagno

Luigi Tecce (foto di Mauro Erro)

Taurasi, verticale delle annate 2000, 2001, 2002, 2003, 2004 e 2005
In questa strana primavera meteorologica che stenta ad arrivare, tra i colli irpini imbiancati di neve, una degustazione dei vini di Luigi Tecce scalda il cuore e le membra, al tepore della cantina di degustazione di Alessandro Barletta, titolare dell’adiacente Bed&Breakfast “Al Campanaro” di Taurasi.
Entro e mi accoglie Alessandro mentre Luigi è intento ad affettare a coltello i salumi che poi assaggeremo in abbinamento ai suoi vini. Nell’attesa mi guardo intorno, scorgo su un tavolo alcuni decanter con i vini già scaraffati per la verticale delle annate 2000, 2001, 2002 e 2003, mentre le bottiglie più giovani 2004 e 2005 fanno bella mostra su una botte. Chiedo a Luigi il motivo dei nomi dei suoi vini, Poliphemo e Satyricon, di chiara ispirazione al mondo ellenico: se l’aglianico è stato importato nelle nostre terrre dai greci è molto probabile che Ulisse abbia fatto ubriacare Polifemo con vino prodotto da quest’uva, e ha voluto dare questo nome al suo primo Taurasi Docg dalla vendemmia 2005 per un vino opulento come il ciclope della mitologia, di 15 gradi alcolici da vigneti di 80 anni nei comuni di Paternopoli e Castelfranci. Satyricon richiama Petronio Arbitro che nella sua opera sbeffeggia il potere, e poi il Satiro è l’emblema della parte maschile della natura, inteso come portatore di allegria, di festa. Parla della sua filosofia di produzione, fare il vino per se stessi, pensando a quale vino piace di più, quello con identità del territorio; ironizzando dice di essere un sommelier “non praticante”, mentre versa dai decanter fino al bicchiere della ’03, il suo “vino senza tecnologia e chimica, solo quello che dà la vendemmia”.
Come ormai avviene per evitare che note più delicate si possano perdere, si parte dall’annata più vecchia, invertendo l’ordine canonico di assaggio. Il colore è quasi lo stesso in tutti i bicchieri, fisso il tono cromatico, cambia la concentrazione.
Le prime tre annate, 2000, 2001 e 2002, sono fuori commercio, in queste bottiglie c’è davvero poca interpretazione umana, l’intervento in cantina è stato minimo, e non hanno subìto fermentazione malolattica. Ognuna porta la dedica a un nome importante per Luigi: la 2000 a Gaetano Bresci, l’anarchico che ammazzò Umberto I re d’Italia nel 1900, la 2001 a Varenne che quell’anno stabilì nel trotto un grande Slam irripetibile, vincendo i 4 circuiti più importanti, e la 2002 dedicata al nonno Luigi nato nel 1902.
Nella degustazione la 2000 è acre, pungente, old style, 18 mesi di barrique di 4° e 5° passaggio, naso di prugna, acidità alta, non spigoloso ma ancora tannico, 14,5 di alcol. Il bicchiere della 2001 offre un impatto olfattivo dai sentori di vaniglia, dichiara il legno nuovo di carato da 500 litri di primo passaggio per 12 mesi, al palato più morbido e corposo del precedente, 15 gradi alcolici, un’annata che fu sorpresa dalla gelata di Pasqua. L’annata 2002 caratterizzata dal diluvio delle piogge abbondanti è più scarica di colore, ha un naso con buoni profumi di amarena accentuata, in bocca la freschezza si rivela con maggiore acidità, più longevo. Presenta 13,5 di gradazione alcolica, Luigi lo accosta in paragone al nebbiolo, è anche più evoluto nel colore granato, sembra in apparenza meno giovane degli altri. Si riapre al naso con sentori di canfora, di caramella d’orzo, miele cristallizzato.
Le annate messe in commercio partono dal 2003.

Poliphemo Irpinia Aglianico Igt 2003, l’annata siccitosa, ha il naso dai sentori un po’ più cotti, è più maturo il frutto, imbottigliato dopo 12 mesi di affinamento in barrique e in carato di rovere nuovo, in bocca è composto, c’è un maggiore equilibrio dell’acidità, tendente verso il gusto moderno, 15% di titolo volumetrico, simile alla 2001 nel colore.

Satyricon Aglianico Irpinia Igt 2004: l’annata della primavera ritardata, il vino ha 13,5 gradi alcolici, frutto rosso, polposo, un leggero goudron al naso, stabile e setoso al palato, provocatorio per la beva femminile, molto morbido l’ingresso, finale su note d’amaro, 12 mesi di legno tra barrique e carato di secondo e terzo passaggio; per Luigi rappresenta la parte delicata della sua produzione, con 26 giorni di macerazione con follatura a mano, svinato al momento giusto lasciandosi guidare dall’istinto.

Poliphemo Taurasi docg 2005, invecchiamento di 12 mesi in carato nuovo per il 40%, e in barrique e carato di secondo e terzo passaggio per il restante 60%. Annata normale con il mese di ottobre piovoso, 15 gradi in alcol, in 2.500 esemplari numerati; dal 2006 verranno prodotte 5.000 bottiglie, e dalla vendemmia 2008 uscirà il Taurasi Riserva. Malolattica parziale per i quattro quinti della produzione, ancora chiuso, il naso poi si apre balsamico, acidità dosata, bocca fruttata piena, tannino addomesticato, morbido.

Non sono vini da meditazione, ricorda Luigi, ma vini da “immaginazione”, e senza cibo non vanno in equilibrio, e allora ecco in tavola i salumi di Leonardo Santorelli di S. Angelo dei Lombardi, guanciale, sopressata, salsiccia secca; capocollo con 24 mesi di stagionatura, di cui almeno 20 nella sugna, affinato dal ristorante Museo La Ripa di Rocca S. Felice: salato con spezie, ginepro, rosmarino, legato e fatto asciugare 4-6 mesi e poi 18-24 mesi sotto la sugna per la conservazione; formaggio da latte vaccino del Piccolo Caseificio Mariconda di Vallata, pecorino di Carmasciano azienda Forgione, caciocavallo podolico di Bisaccia stagionato 24 mesi; sott’oli di Michele Minieri di Carife, carciofini, asparagi, melenzane e peperoncini rossi tondi ripieni di acciughe in olio extravergine di oliva Hirpus da cultivar Ravece e cultivar Ogliarola, ad accompagnare il pane di Ariano Irpino cotto nel forno a legna.
Riassaggiando i bicchieri con i piatti, nel Taurasi 2005 rimane il frutto, ma riapre con sottile naso di cacao, mentre il Satyricon ’04 ritrova una punta di erbaceo. L’aglianico 2002 è stato pensato per berlo nell’anno, la pioggia ininterrotta da luglio fino al mese di ottobre non lasciava immaginare lunghezza di beva, mi piace di più per la dedica al nonno. Nei vini di Tecce non c’è tecnologia, ma un maggiore ripensamento nelle annate dalla 2003 alla 2005 da mettere in commercio. Dal 2006 le bottiglie si riavvicineranno nello stile di produzione alla 2000 e 2002.
La spiegazione di Luigi? Non affezionatevi ai miei vini, perchè cambiano, se trovi due annate uguali non le comprate.