Una degustazione a quota 1000 metri con i vini della cantina etnea Santa Maria La Nave e le creazioni di Luigi Casotti del 3 Bicchieri di Arezzo

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i vini di Santa Maria La Nave
i vini di Santa Maria La Nave

di Fabio Panci

Desidero iniziare la stesura di questo pezzo ringraziando tutti i protagonisti della splendida serata tenutasi sabato 16 Gennaio 2016, dal titolo “Santa Maria La Nave. Una degustazione a quota 1000 metri alle pendici dell’Etna”, a cominciare dai titolari dell’azienda Sonia e Riccardo, lo straordinario Chef Luigi Casotti, Enrico ed il suo locale Tuscanative per l’accoglienza e last but not least tutti gli amici intervenuti per l’occasione.

Lo so normalmente i ringraziamenti si fanno al termine, in questo caso però ritenevo opportuno sottolineare l’apporto dato da ciascuno di loro per la perfetta riuscita di un evento davvero memorabile, dove vino, cibo e compagnia hanno viaggiato sulla stessa lunghezza d’onda creando un clima conviviale difficilmente replicabile.

Venendo alla parte organizzativa comincio con il dire che il “corteggiamento” per portare nella mia Arezzo i vini dell’azienda etnea è partito da molto lontano. Durante lo scorso Vinitaly infatti, ho scoperto quasi per caso la microscopia realtà di Sonia e Riccardo rimanendone totalmente folgorato. Da quel momento l’unico intento è sempre stato quello di portare un piccolo “pezzo di vulcano” in città.

Passo successivo è stato il coinvolgimento dell’amico Luigi Casotti, Chef del ristorante I 3 Bicchieri di Arezzo, per la predisposizione di tre piatti (o meglio tre autentiche creazioni) in accompagnamento alle due annate 2014 e 2013 del Millesulmare e 2014 del Calmarossa.

Coccolati dall’atmosfera unica dell’enogastrobiciteca Tuscanative, la serata è iniziata con un’introduzione alla storia dell’azienda. Riccardo ci ha raccontato di come è stato individuato il fazzoletto di terra sull’Etna, le prime microvinificazioni di più di 30 anni fa insieme al padre ed al fratello, l’amicizia e la successiva consulenza con la famiglia Benanti (precursori del mondo vitivinicolo etneo). Continuando con la “folle decisione” (sono state proprio queste le parole utilizzate) di produrre un proprio vino, o meglio due, con vitigni autoctoni e collaboratori autoctoni etnei solo per il piacere di produrlo senza intenti di stampo prettamente lucrativo.

E poi via alle danze con l’annata 2013 del Millesulmare. Un grecanico dorato, vitigno difficilmente trovabile vinificato in purezza ma quasi sempre in blend con il più conosciuto carricante, coltivato a quota 1000 metri sul versante nord-ovest del vulcano. In accompagnamento alla prima opera d’arte, firmata Chef Casotti, che ci ha deliziato con una ceviche di cernia agli agrumi, finocchio confit, mirtilli e pompelmo candito. Abbinamento superlativo dove la marinatura, tipica sudamericana, della cernia andava ad unirsi perfettamente alle note agrumate, floreali di zagara e con importante tracce minerali date dal vino. La bella acidità al palato, con finale sapido, ripuliva la bocca esaltando la scorza di pompelmo come ultimo ricordo gusto-olfattivo.

Ceviche di Cernia
Ceviche di Cernia

A seguire l’annata 2014 del Millesulmare. Stesso vitigno, ma con caratteristiche differenti soprattutto nella parte gustativa. All’olfatto i sentori floreali sono simili alla 2013, con una maggiore spinta sul fruttato di tipo tropicale e l’immancabile “nota vulcanica” meno accentuata a dir la verità. In bocca esplode una acidità importante, citrina, viva che si dà il cambio con la sapidità ed i ritorni fruttati. L’onda di freschezza del vino fa da perfetto contraltare al piatto (in particolar modo nella sua intrinseca aromaticità) composto da stoccafisso mantecato leggero, puntarelle al burro, chips di mais, emulsione acida allo yogurt e acciuga dissalata.

Stoccafisso in mantecatura leggera
Stoccafisso in mantecatura leggera

Degna conclusione della serata spetta al “ragazzino impertinente”, definizione perfetta per il Calmarossa 2014, nerello mascalese con piccola parte di nerello cappuccio. Coltivati sul versante sud-est dell’Etna a quota 500 metri, i due vitigni principi della viticoltura etnea “lato rosso” hanno messo in evidenza tutta la loro sfrontata giovinezza. Naso già “molto pulito” con frutta di sottobosco, poi spazio ad interessanti note speziate e sentori balsamici, con finale di leggera tostatura. In bocca è marcata la nota acida, il tannino sicuramente nobile ma ancora in fase di evoluzione, la parte alcolica presente ma bilanciata dal consueto finale sapido. Certo l’abbinamento, non era dei più semplici, ma la maestria dello Chef Casotti si è fatta ancora una volta sentire con una battuta di chianina, scalogno allo zucchero, spuma di lardo aromatizzato al basilico, polvere di pane di segale all’olio evo e delizioso pesto di noci di Sorrento e rucola. Piatto complesso, reso più facile nella sua “lettura al palato”, proprio dalle note di freschezza apportate dal vino.

Battuta di Chianina
Battuta di Chianina

In conclusione c’è poco da aggiungere, anzi rimane solamente da esclamare “io per fortuna c’ero quella sera”.