A Wine Cube lo show di Charlie Arturaola sui vini californiani di Elizabeth Spencer


Wine Cube - Charlie Arturaola e Alessandro Rossi

Wine Cube – Charlie Arturaola e Alessandro Rossi

di Giulia Gavagnin

Charlie Arturaola è l’antesignano della comunicazione moderna del vino. E’ stato il primo a eliminare i punteggi nelle valutazioni e forse il primo a usare i mezzi mediatici per raccontare storie.

Le due cose camminano insieme. Se dietro al vino c’è una storia da raccontare e se questa è appassionante, a cosa servono i punteggi?

Per essere come Charlie Arturaola, narratori e non ragionieri dell’enos, bisogna però essere Charlie Arturaola. Bisogna aver vissuto. Uruguagio di nascita, di origini basche, è cresciuto con l’idea di essere sempre pronto a viaggiare. Per questo ha imparato precocemente l’inglese e ben presto è stato accolto dal paese delle opportunità, gli Stati Uniti, quando era ragazzo.

Wine Cube - Elizabeth Spencer Winery

Wine Cube – Elizabeth Spencer Winery

Qui ha iniziato a lavorare nei bar, nei ristoranti, a fare il garzone, il commis, il barman, il sommelier. Poi è andato a Santo Domingo ad assistere un grande chef. Poi, ancora, ha visitato un numero di paesi di cui abbiamo perso il conto, non risparmiandosi nulla. E’ stato anche socio e consulente di Robert De Niro per alcuni locali. Lui, più che il mondo del vino conosce il vino del mondo. Sa tutto sui cabernet sauvignon del Chile, sui syrah australiani, sulle annate della Romanèe Conti, per dire, mentre noi ci affanniamo a capire se sia migliore la 2020 o la 2021 del Verdicchio di Matelica.

Wine Cube - degustazione

Wine Cube – degustazione

Ed è accattivante nel raccontarli, perché per lui è piacere e non obbligo, a tal punto da essere anche diventato attore di due film che narrano le vicende di un degustatore che perde l’olfatto (per fortuna il Covid-19 era ancora là da venire) e dopo aver ritrovato se stesso, finisce per guidare un collega in un match di nasi affilati col nostro Luca Gardini. Nel frattempo, però, è pure stato premiato a Londra con il premio per il miglior comunicatore al mondo di Wine&Spirits. Un premio dato da chi ne capisce.

Quindi, ogni apparizione in terra italica di Charlie Arturaola è un evento, ogni sua degustazione un’esperienza. Perché non è mai tecnica né fine a se stessa, il vino è piuttosto il pretesto per raccontare un pezzo di storia, di civiltà, di piccoli e grandi episodi di umanità. Il vino come prodotto del lavoro dell’uomo, di famiglie, come opera di ingegno ed espressione del genius loci.

Wine Cube Arturaola

Wine Cube Arturaola

Certo, per raccontare la vigna e il vino come lui bisogna essere personaggi. Ma quale migliore occasione per venire edotti da lui in persona proprio su alcuni vini californiani, quelli di Elizabeth Spencer in questo caso? Sono vini che frequentiamo raramente, affannati come siamo a destreggiarci tra le nostre centinaia di vitigni autoctoni e qualche annata pregiata dei pinot nero di Borgogna.

Così, all’evento Wine Cube organizzato a Milano dal gruppo Partesa, Charlie Arturaola ha dialogato con l’amico e collega Alessandro Rossi, manager dello stesso gruppo, sulla varietà e l’ampiezza di questi vini. Facendo un vero e proprio show, forte del physique-du-role che o si ha o non si ha.

“Abbandoniamo il mondo delle spezie, entriamo in quello della frutta”, esordisce. Si, perché i vini di Elizabeth Spencer, azienda fondata negli anni ’90 dall’omonima imprenditrice a Rutherford, Napa Valley, si caratterizzano tutti per il prepotente sentore fruttato, che va dall’agrume e dal litchi dei vini bianchi, alle canoniche fragole, more, mirtilli dei vini rossi. Quello che colpisce, per chi qualche anno fa ha affrontato più di qualche viaggio negli States alla vana ricerca di un “California dream” ormai tramontato, è che anche un’azienda estesa come questa ha abbandonato la caratteristica per cui i vini californiani sono diventati famosi. Il legno, sulla scia delle suggestioni parkeriane. Così, oltre alla frutta, emergono i secondari, qualche speziatura, alcune importanti note balsamiche, sempre all’insegna della piacevolezza e di un’eleganza che non ricordavamo.

Wine Cube Arturaola

Wine Cube Arturaola

Prima dei tecnicismi, viene la storia.

La vigna si piantava nella parte meridionale della California già dal ‘600. Era senza dubbio la zona dove la vigna era stata coltivata per prima grazie al microclima favorevole che ricordava quello del nostro Mediterraneo. Progressivamente la coltivazione si estese più a nord. In Napa Valley (Napa nella lingua dei pellerossa significa “abbondanza”) e a Sonoma, dove il clima era più ventilato. In quella zona, in particolare, nell’Ottocento giunsero molti coloni dall’Europa – Italia, Germania e Svizzera- per la gold rush, la febbre dell’oro e fondarono molte cittadine alcune di oggi fantasma. Questi, però diedero un impulso decisivo alla coltivazione della vite fino al periodo nel Proibizionismo, quando gli alcolici furono vietati al commercio. Era consentito, per chi già avesse le vigne, una moderata coltivazione per consumo personale, ma non per la vendita. Benchè le uve fossero comunque coltivate, anche in altri stati, e il vino venisse venduto al mercato nero, anche sotto forma di “wine bricks” (mattonelle di mosto da sciogliere con acqua) molti vigneti furono abbandonati o dismessi.

Con la fine del proibizionismo, i più scaltri tornarono alla coltivazione della vigna, ampliando i propri possedimenti o acquistando a pochi spicci vigne abbandonate. Tra questi, il capostipite dei grandi viticoltori californiani, Robert Mondavi che dal padre Cesare –emigrato in California dalle Marche- ereditò la tenuta Charles Krug a St. Helena.

Robert Mondavi fu il primo ad avere l’intuizione di apporre in etichetta il nome del vitigno, invece dell’indicazione generica “vino bianco” o “vino rosso” e iniziò a far conoscere ai consumatori i nomi delle uve, aprendo la strada alle denominazioni contemporanee. Mondavi, altresì, con il fratello Peter acquistò la tenuta di Rutherford che fu la prima grande cantina “moderna”negli States, nello stesso territorio dove fiorì la cantina di Elizabeth Spencer.

Elizabeth Spencer Winery negli Stati Uniti è una (quasi) all-female winery assai celebrata. La sala degustazioni si trova in un vecchio ufficio postale del 1872, le enologhe sono le pluripremiate Sarah Vandendriessche e Heidi Peterson Barrett, giunta nel 2022 dopo aver procurato a tante aziende i famosi 100 punti Parker.

La produzione si estende tra le denominazioni Rutherford, Napa Valley, Sonoma Coast e la più meridionale Mendocino.

Lo Chardonnay ha tutto il corredo fruttato che ci si attende: la banana, l’ananas, un lontano sentore caramellato di croccanti del luna park. Il Sauvignon spinge sul versante citrico, agrumato, con ananas, lime e mango magari non troppo maturi, ideale per un abbinamento con cibi esotici, soprattutto thai o indonesiani.

Il Pinot Nero proviene (ovviamente) dall’area più fresca, Sonoma County e non sfigurerebbe accanto a un nostro altoatesino. Sentori di frutta rossa si accompagnano a un importante bouquet floreale di ciclamino che risulta essere leggero ed elegante. Un vino piacevole, che si abbina anche al pesce.

Il fulcro della produzione è però nel Cabernet Sauvignon. In degustazione ve ne sono tre di diverse sottozone.  Il più immediato è il CS Mendocino, maturato in barrique americana, molto balsamico con note nette di mentolo e ciliegia scura, quasi da Mon-Cheri. Un vino gastronomico e versatile.

Il CS Rutherford presenta note marcate di tostatura e cuoio, un corredo di frutti in composta, una maggior propensione alla solennità. Che si dispiega interamente nel CS Napa Valley da vigne più vecchie, qui si sentono anche cacao, vaniglia e caffè, per un vino che ci ricorda più i cileni che i californiani di un tempo, ottimo anche da bere in autonomia senza accompagnamenti.

La sorpresa è stata il Grenache del Mendocino, puro frutto: fragolina, ribes, sentori caramellati. Il colore ricorda quello di un Chiaretto intenso, è limpido e trasparente, un aperitivo ideale nell’epoca della grande scoperta dei vini rossi da bere freddi, non solo d’estate.

 

Un commento

  1. Grande personaggio che a suo tempo ho avuto la possibilità di conoscere in occasione della presentazione a Roma del film sfida con Luca Gardini e ,parole sue,l’Italia,con buona pace di chi si sente sminuita dal discettare sulle annate del Verdicchio (uno dei grandi bianchi mondiali assieme al Fiano),rimane uno dei paesi enologici più difficili da analizzare per varietà di vitigni territorio ecc in grado di calare tra i vini rossi almeno tre grandi assi contro il solo Cabernet Souvignon Californiano FRANCESCO

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