Cantine Merinum a Vieste, chi non crede ha già perso in partenza
di Luca Matarazzo
Luigi Armiento e Cinzia Quitadamo di coraggio ne hanno avuto da vendere, quando nel 2018 sono partiti dal nulla con il progetto Cantine Merinum. Vieste non è territorio noto per la produzione di vino, anche se da qualche anno proprio qui si svolge il prestigioso evento La Vieste en Rose dedicata ai migliori vini rosa del Sud Italia. Eppur qualcosa si muove in quest’angolo meraviglioso del Gargano, dove la Foresta Umbra domina e l’azzurro del mare è sempre più blu.
Pochi fronzoli, tanta praticità da Luigi e Cinzia che propongono solo 3 etichette dai quasi 5 ettari non tutti ancora produttivi. Agricoltura biologica da sempre, associati anche alla FIVI per i giovani titolari il territorio viene prima, nel rispetto della natura circostante e delle corrette fasi cicliche della pianta. Suoli ricchi di scisti e argilla, frutto della fusione di due placche tettoniche sovrapposte che hanno generato la penisola.
E poi l’osteria contemporanea e pizzeria Donna Maria e le camere per soggiornare nel residence di Tenuta Padre Pio. Elementi chiave per un turismo enogastronomico di qualità dove gli ospiti possono sentirsi coccolati dall’alba alla notte, con le meravigliose acque cristalline di Peschici a pochi chilometri di distanza. Il termine stesso “Merinum” riecheggia il luogo storico su cui è fondata l’azienda, conosciuto fin dai tempi dei Romani che avevano ivi eretto una lussuosa villa, rimpiazzata nei secoli da una chiesa. Tre le uve autoctone prescelte: Bombino Bianco per il Thèos, Nero di Troia per il Cinthya e Malvasia Nera per il Don Giovanni. Tre emblemi che hanno fatto la fortuna di altre denominazioni e che vengono proposti in vini di ottima beva e persino serbevolezza in bottiglia.
Ne da un esempio la verticale del bianco Thèos che ha mostrato buona prospettiva all’invecchiamento. La 2025 presenta grande acidità e tocchi di erbe mediterranee e salgemma. Rese bassissime tra i 60 e gli 80 quintali per ettaro, un po’ per scelta e un po’ per carenze idriche che sottopongono la vite a stress non indifferenti da utilizzare a proprio vantaggio nella gestione agronomica. La 2024 viene ricordata per il caldo tropicale che si riflette in un vino lievemente corto nella fase finale del sorso e in una burrosità quasi opulenta. La 2022 parte su scie iodate intense, unica vendemmia dove non è stato utilizzato il batonnage per dare levità al prodotto. Vira in corsa su nuance idrocarburiche da riesling d’antan. Fine corsa invece per la 2020 ormai declinata su cedro candito e mandorla amara.
Sublime il rosato Cinthya 2025 dalle tipiche sensazioni di piccoli frutti di bosco e fiori rosa del Nero di Troia, ben sorrette da acidità spiccate e tannini piccanti e salati. Simile ad altri campioni della regione il rosso riserva Don Giovanni 2022, materico e succoso, forse ancora legato ad una visione anacronistica dove c’era più tempo e voglia per stare a tavola davanti a pietanze di particolare spessore. Ciascuna referenza è comunque perfettamente abbinabile alle ricette dell’osteria Donna Maria di famiglia, tra polpette al sugo, fettuccine fatte in casa ai funghi freschi e un galletto laccato allo jalapeno o con una gustosa pizza Fiamma del Sud con pasta di nduja, crema di peperoni, olive e stracciatella di bufala.
“Il mio sogno per il futuro è quello di piantare 1000 ceppi di Vermentino per capire cosa verrà fuori da un alloctono di lusso che ha trovato il suo ambiente ideale altrove” dichiara Luigi Armiento a conclusione della piacevole visita. Tutto cambia, anche il mondo del vino. Per fortuna.






