Castelvenere 2010. Palio della Barbera del Sannio contadina: le mie impressioni


Da sinistra: Pasquale Carlo, io e Mauro Erro (foto di Marina Alaimo)

di Gaspare Pellecchia

Simpatica degustazione collettiva organizzata da Pasquale Carlo e guidata da Mauro Erro (con interventi di Luciano “big” Pignataro e Alberto Capasso) in quel di Castelvenere nell’ambito della Festa del Vino e del festival delle Piccole Vigne.


Cinque campioni, tutti vini d’annata (la 2009) e tutti, soprattutto, vini “contadini” cioè destinati all’autoconsumo. Ignoro il protocollo di vinificazione seguìto, ma credo si tratti di ricette tradizionali con pochi interventi enologici, così come ci ha ricordato il produttore Nicola Venditti. La frutta evidentemente era di alto livello qualitativo, vista la buona impressione che mi hanno fatto queste cinque Barbere. La varietà, appunto, è la “Barbera del Sannio” (coltivata a tendone) quasi certamente non riconducibile alla omonima uva diffusa a livello nazionale, dalla quale se ne differenzia decisamente per tanti motivi, sia fenologici che enologici. Questa varietà offre (a meno di interventi correttivi in cantina) vini ben colorati, molto alcolici, dall’impianto olfattivo decisamente imponente che ci ricorda la rosa sfiorita, abbastanza acidi in bocca, con tannino non molto presente, di buon corpo purtuttavia; abbastanza fini nel complesso, adatti a preparazioni a base di carni rosse grasse elaborate anche con sughi e contorni in agrodolce.

Grappolo di barbera del Sannio (foto Marina Alaimo)

Veniamo al Palio (i vini li elenco così come ci sono stati serviti, trasmettendovi solo le mie sensazioni più evidenti e tralasciando, com’è ovvio, le considerazioni degustative più scontate):
primo campione, Mario Verrillo: apre con note di colla, tipo vinavil, di forte mineralità, si percepisce il terreno e l’humus. Vino duro, sapido, però non molto acido;
secondo campione (il mio preferito), Anna Verrillo: molto “pulito” al naso, note fiorali in evidenza, odori di rose, rose, rose, ed anche qui si sente humus, e poi lievito. Dotato di un ingresso in bocca molto importante, ha tannini fini fini e buona freschezza;
terzo, Salvatore Romanelli: appena una nota di zolfo, quindi odori eterei, di alcoli, vino interessante, anche qui entra bello in bocca; ha poco tannino e buona acidità;
quarto, Filippo Simone: naso rosa rosa, bell’ingresso ricco, vino fresco, acido e pulente, scarsamente astringente, di corpo esile, olfattivamente corretto e pulito, anche se era presente una lievissima nota di volatile, non invasiva e comunque caratterizzante. Unico difetto la eccessiva nota di frutta matura, che può anche piacere però;
quinto, Barbato Romanelli: inizio criptico, molto chiuso, misterioso, bell’ingresso in bocca molto ricco, fresco fresco di facile abbinabilità sul cibo grasso, e, se si aspetta che si ossìgeni caccerà fuori un naso molto fruttato.

3 Commenti

  1. Credo sia il vino che produceva il mio prozio (fratello di mio nonno) e ci serviva con pane cafone e prosciutto crudo fatto da loro e tagliato ..con una baionetta!
    Che bei ricordi d’infanzia!

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