Costiero, il rosato Salento igpt2025 di Negroamaro di Giustini
di Tonia Credendino
La prima cosa che ho pensato assaggiando Costiero Rosato Salento IGP 2025 è stata che difficilmente avrebbe potuto trovare una cornice più coerente. Eravamo alla Marina d’Arechi di Salerno, davanti al mare, in quel porto a sud della città che guarda verso il litorale di Paestum e apre idealmente la rotta verso la Costiera Amalfitana, Capri e il Cilento. Nel bicchiere, un rosato che sembrava appartenere naturalmente a quel paesaggio. Non soltanto per il nome o per l’etichetta, costruita intorno al profilo essenziale di una costa, ma per il carattere stesso del vino: fresco, diretto, sapido, immediato. Costiero mi ha conquistata per una ragione molto semplice: si lascia bere prima ancora di chiedere di essere interpretato.
È partito da questo bicchiere il mio incontro con Giustini, azienda di San Giorgio Ionico, nel Tarantino, e proprio Costiero mi ha offerto la chiave per comprendere anche il resto della degustazione. Dietro vini differenti per vitigno, stile e vinificazione emerge infatti una direzione precisa: leggere il presente senza perdere il legame con la propria origine. Un approccio particolarmente interessante oggi, mentre il mercato diventa più selettivo e il consumatore meno disposto ad accontentarsi. Si beve con maggiore consapevolezza, si cercano bottiglie capaci di attraversare occasioni diverse e la piacevolezza non rappresenta più un valore secondario rispetto alla complessità.
Giustini sembra averlo compreso senza trasformare questa consapevolezza in una rincorsa alle mode. Osserva ciò che accade, ne intercetta i cambiamenti e li traduce in vini puliti, diretti, riconoscibili, nei quali la precisione viene prima dell’esibizione tecnica. È una posizione pragmatica in un mondo che negli ultimi anni ha moltiplicato categorie, definizioni e contrapposizioni, finendo qualche volta per dimenticare una verità elementare: il vino deve prima di tutto funzionare nel bicchiere.
Dietro questa visione c’è una storia familiare lunga quattro generazioni. A San Giorgio Ionico, tra il mare di Taranto e le alture della Valle d’Itria, la famiglia Papadopoli ha costruito il proprio rapporto con la viticoltura in un territorio compreso nell’area della DOC Primitivo di Manduria. Il passaggio decisivo arriva nel 1991, quando Giuseppe Papadopoli, dopo anni trascorsi a occuparsi di vigneti per alcune realtà produttive della zona, intuisce che il mercato pugliese sta cambiando e acquista i primi ettari di proprietà. La contrada si chiama Giustini e da quel luogo nascerà il nome dell’azienda.
Nel 2005 arriva Vecchio Sogno, Negroamaro e prima etichetta della famiglia. È il momento che segna il passaggio dalla produzione destinata ad altri alla costruzione di un marchio proprio e, soprattutto, al rapporto diretto con il consumatore. Nel 2015 i vini trovano definitivamente casa nella cantina di San Giorgio Ionico. Oggi Giuseppe è affiancato dai figli Salvatore Papadopoli, enologo, e Federico Papadopoli, capo cantiniere: il primo segue il lavoro enologico e la sperimentazione, il secondo le operazioni quotidiane di cantina. Una nuova generazione che non cancella ciò che l’ha preceduta, ma prova a spostarlo in avanti.
La stessa azienda sintetizza questa attitudine nell’espressione Wine in Movement: un vino che attraversa l’esperienza del passato, raccoglie i segnali contemporanei e si confronta con le sfide future. Più che uno slogan, è una chiave interessante per leggere una produzione nella quale convivono i vitigni simbolo della Puglia e interpretazioni stilistiche differenti. Il principio dichiarato rimane quello di preservare la tipicità delle varietà lavorate attraverso interventi contenuti in vigna e affinamenti mirati in cantina, senza forzare il carattere dell’uva.
È qui che il concetto di bevibilità acquista un significato diverso. Per anni una parte del racconto del vino ha quasi guardato con sospetto tutto ciò che risultava immediatamente piacevole, come se la profondità dovesse necessariamente coincidere con la difficoltà. Eppure costruire un vino capace di essere nitido, equilibrato e riconoscibile, e contemporaneamente di generare il desiderio del sorso successivo, richiede misura. La bevibilità non è necessariamente una semplificazione: può essere una scelta enologica molto precisa.
Costiero ne è l’esempio più immediato. Il Rosato Salento IGP nasce da Negroamaro coltivato a San Giorgio Ionico, con vendemmia nell’ultima decade di settembre e affinamento in acciaio. Nel bicchiere il 2025 degustato a Salerno mostra un rosa brillante e luminoso. Il naso è nitido, giocato sulla frutta fresca, con la mela in evidenza, piccoli richiami di frutto rosso e una traccia più sottile e agrumata. In bocca arriva la parte che mi ha fatto davvero innamorare di questo vino: una vena sapida precisa sostenuta da una freschezza continua, capace di accompagnare il frutto senza appesantirlo. Il sorso rimane asciutto, scorrevole, pulito.
Alla Marina d’Arechi quella bottiglia dialogava perfettamente con il contesto. Il mare davanti, le barche, la luce che cambiava sull’acqua e quel nome, Costiero, sembravano costruire una corrispondenza quasi inevitabile. Sarebbe però riduttivo fermarsi alla suggestione dell’immagine, perché Costiero funziona anche quando il tramonto finisce.
Tolta la fotografia resta un rosato gastronomico, preciso e contemporaneo, capace di trasformare l’immediatezza in una qualità anziché in un limite.
Con Jento Bianco Puglia IGP il registro cambia, ma la filosofia rimane leggibile. È un bianco frizzante da Malvasia Bianca, coltivata su terreni di medio impasto argilloso e vendemmiata nell’ultima decade di settembre. La seconda fermentazione avviene naturalmente in cisterne d’acciaio e anche l’affinamento prosegue nello stesso materiale.
Nel bicchiere il colore è paglierino con riflessi verdolini; il sorso è fresco, armonioso, attraversato da una vivacità che alleggerisce la materia e conduce verso un finale più morbido. È un vino che gioca sul movimento piuttosto che sulla concentrazione, sull’energia più che sulla potenza. Ha ritmo, e probabilmente è questa la parola che meglio ne racconta il carattere.
Poi arriva Ebalia 2025, affinato in cemento, e la degustazione acquista un passo differente. Già la bottiglia dichiara una scelta tecnica precisa e contemporanea. Il cemento permette di lavorare sull’evoluzione del vino senza introdurre l’impronta aromatica del legno e, nell’assaggio, Ebalia mostra infatti maggiore ampiezza e consistenza, mantenendo però nitido il rapporto tra frutto e freschezza. Il profilo si muove tra frutta bianca matura, suggestioni agrumate e sfumature mediterranee; la bocca è più tattile, distesa, con una materia che acquista volume senza diventare pesante.
Proprio Ebalia aiuta a comprendere quanto sia fuorviante contrapporre immediatezza e complessità. Un vino può possedere struttura senza trasformarla in muscolo, profondità senza diventare faticoso, ricerca tecnica senza fare della tecnica il proprio argomento principale. Il cemento resta uno strumento, il vino rimane al centro.
Costiero, Jento ed Ebalia sono diversi, ma messi uno accanto all’altro raccontano bene la direzione di Giustini. Non una cantina costruita contro le tendenze né un’azienda pronta ad assecondarle indistintamente, bensì una realtà che sembra preferire un esercizio più difficile: capire quali cambiamenti del gusto siano destinati a incidere davvero sul modo di bere e trovare una risposta coerente con la propria identità.
È anche una questione imprenditoriale. Il vino vive di terra, vendemmie, famiglie e memoria, ma una cantina resta un’impresa e deve confrontarsi con ristorazione, distribuzione, export e consumatori che oggi dispongono di una scelta enorme. Riconoscere il mercato non significa sacrificare l’autenticità; significa accettare il luogo nel quale quell’autenticità viene messa alla prova.
La Puglia, del resto, non ha più bisogno di dimostrare la propria capacità di produrre vini importanti. La sfida contemporanea è forse un’altra: affiancare alla potenza che per anni ne ha definito parte dell’immaginario una nuova idea di misura, capace di parlare di freschezza, agilità, versatilità e precisione senza rinunciare al carattere.
Alla fine della degustazione sono tornata idealmente al primo bicchiere, a Costiero e a quella bottiglia davanti al mare di Salerno. Forse perché era già tutto lì: un Negroamaro in rosa che non aveva bisogno di spiegarmi continuamente da dove venisse, ma riusciva a portare la propria origine dentro un linguaggio immediatamente contemporaneo.
La nuova grammatica del bere pugliese potrebbe cominciare proprio da questa misura: sapere da dove si viene, capire chi si ha davanti e avere abbastanza lucidità per parlare al presente.
Giustini Wines
Via Pietro Germi, snc
74027 San Giorgio Ionico (TA)
Tel. +39 099 5330411
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Sito: giustini.wine







