Il tempo fa bene anche ai vini rosati: la spettacolare degustazione di Cerasuolo a Vinitaly 2019

18/4/2019 1.1 MILA
Non chiamateli rosati, sono vini rosa
Non chiamateli rosati, sono vini rosa

di Adele Elisabetta Granieri

Il 2019 è l’anno del Vino Rosa Italiano. I sei consorzi che rappresentano i principali vini rosa italiani (Bardolino Chiaretto, Valtènesi Chiaretto, Cerasuolo d’Abruzzo, Castel del Monte Rosato e Bombino Nero, Salice Salentino Rosato e Cirò Rosato) hanno unito le forze e dato vita a Rosautoctono, il nuovo Istituto del Vino Rosa Autoctono Italiano nato a Roma il 26 marzo.

Non chiamateli rosati, sono vini rosa
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“Vino Rosa” è la definizione ratificata dall’Istituto, che riassume le diverse identità dei territori del Chiaretto gardesano, del Cerasuolo abruzzese e del Rosato pugliese e calabrese, tutte fondate su vitigni autoctoni.

In Italia i vini rosa si declinano in diverse sfumature. Ciò che accomuna questa tipologia, però, è la diffusa considerazione che si tratti di un vino divertente, fresco, immediato, adatto ai momenti di svago e ai palati meno esigenti, una sorta di ibrido tra bianco e rosso scelto prevalentemente dalle donne e bevuto rigorosamente d’annata e solo d’estate, preferibilmente ghiacciato. Anche nei ristoranti più blasonati non è raro imbattersi in carte dei vini con centinaia di referenze di ogni provenienza, ma quasi prive di rosa. Ma perché vengono così snobbati in Italia? Una delle ragioni dell’insuccesso va sicuramente ricondotta a quei tanti (troppi) produttori che decidono di fare rosato semplicemente per completare una gamma, come scelta aziendale, con un’uva qualunque, in un territorio qualunque, con uno stile qualunque, basta che abbia un colore accattivante e che sia fresco e fruttato.

Non chiamateli rosati, sono vini rosa
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Eppure il rosato, quando realizzato con cognizione di causa, è un vino di grande carattere e fortemente identitario, che ricopre una posizione assolutamente propria e definita nella scelta a tavola.

Non chiamateli rosati, sono vini rosa
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A credere da sempre nei vini rosa sono gli abruzzesi, che hanno reso il loro Cerasuolo un vino tutelato da una denominazione creata appositamente: la prima ed unica completamente dedicata ad un rosa.

Non chiamateli rosati, sono vini rosa
Non chiamateli rosati, sono vini rosa

Il Cerasuolo è una tipologia di rosa che riesce a legare la contemporaneità al passato e alla lunga tradizione vitivinicola regionale, sorprendendo spesso per la straordinaria longevità e complessità. Questo ruolo è stato messo in evidenza dall’importante degustazione organizzata dal Consorzio di Tutela Vini d’Abruzzo al Vinitaly, condotta da Antonio Boco e Paolo De Cristofaro: otto vini di otto aziende differenti, per un viaggio indietro nel tempo di quarant’anni.

Cerasuolo d’Abruzzo 2016 – Fattoria Buccicatino: Un’azienda nata circa 25 anni fa sulle Colline Teatine, che offre un’interpretazione di Cerasuolo accattivante ed immediata, improntata sui frutti rossi e le note di ciliegia, con delicati richiami di fiori appassiti ed un sorso fresco e dissetante.

Cerasuolo d’Abruzzo Myosotis 2016 – Zaccagnini: Ci spostiamo in provincia di Pescara, dove Zaccagnini ha da poco festeggiato i 40 anni di attività. Mysotis è un vino dai profumi di ribes, mirtillo ed erbe aromatiche, arricchiti da vivaci note pepate, con una bella progressione di dolcezza, freschezza e sapidità al sorso.

Cersauolo d’Abruzzo Baldovino 2015 – I Fauri: Ancora Colline Teatine, ma stavolta ci spingiamo fino a Chieti dove Luigi e Valentina Di Camillo coltivano 35 ettari vitati tra la Maiella e l’Adriatico. Il loro Baldovino sa di arancia rossa e pane tostato, con un’interessante nota affumicata ad arricchire il frutto ed un bel sorso pieno dal finale sapido.

Cerasuolo d’Abruzzo 2013 – Praesidium: È la volta delle Colline Aquilane, precisamente della Val Peligna. Da cinque ettari coltivati esclusivamente a Montepulciano, viene prodotto questa bella interpretazione di Cerasuolo dai delicati toni di amarena, che amalgama una soffusa affumicatura all’intensa nota balsamica, evolvendosi nei richiami di roccia bagnata. Il sorso è pieno, succoso, rigenerante.

Cerasuolo d’Abruzzo 2010 – Emidio Pepe: La storica azienda di Torano Nuovo è una delle più antiche a seguire i dettami dell’agricoltura biodinamica. Cornoletame, fasi lunari, vinificazioni e maturazioni in cemento per questo vino che sa di china e rabarbaro, seguiti da fieno e sbuffi di genziana ed un sorso saporito, pepato e sapido.

Montepulciano d’Abruzzo Cerasuolo 2008 – Nicola di Sipio: Quella di Nicola Di Sipio a Ripa Teatina è un’azienda giovane che da subito ha investito sul Cerasuolo. Ne troviamo conferma in questa bella versione con più di 10 anni sulle spalle: un vino che si apre sulle note di pomodoro confit, seguite da sbuffi di timo e origano, poi i richiami di tabacco che si ritrovano nel sorso, profondo e dal finale affumicato.

Montepulciano d’Abruzzo Cerasuolo Piè delle Vigne 2006 – Cataldi Madonna: Luigi Cataldi Madonna è uno dei paladini del movimento “in rosa”. Le sue storiche vigne di Ofena, ai piedi del ghiacciaio Calderone, danno vita a questo vino che alla prova dei 13 anni offre una complessità olfattiva di tutto rispetto: curry, cumino, scorza d’arancia e, ancora, tabacco da pipa e cuoio. In bocca è materico, leggermente più alcolico, con un delicato finale ammandorlato.

Montepulciano d’Abruzzo Cerasuolo 1979 – Valentini: Non poteva che essere Valentini ad offrirci questo assaggio straordinario. Questo splendido quarantenne si apre sulle note di erbe officinali, china e scorza d’arancia, poi le spezie orientali sotto forma di curcuma e cumino ed una soffusa affumicatura. Il sorso è incredibilmente integro, ancora di piena piacevolezza, sfacciatamente fresco, dal fascino innegabile.