Felice Gabrielli: Il ritorno di un’icona, dove la cucina diventa patrimonio
di Valentina Ruzza
Ci sono città che si raccontano attraverso i monumenti. Venezia, invece, continua a raccontarsi attraverso i luoghi. Luoghi che attraversano i secoli senza perdere la propria identità, capaci di custodire memorie, incontri e visioni del mondo. L’Hotel Gabrielli è uno di questi. Non è semplicemente uno degli alberghi storici della Serenissima: è un frammento della sua storia. Le sue fondamenta affondano nel 1371, quando il palazzo fu costruito come dimora nobiliare della famiglia Gabrielli secondo i canoni del gotico veneziano. Nel 1856 Andreas Perkhofer ne intuì il potenziale trasformandolo in una raffinata locanda destinata ai viaggiatori del Grand Tour. Da quel momento il Gabrielli sarebbe diventato uno dei simboli dell’hôtellerie veneziana e uno dei rarissimi hotel europei rimasti nelle mani della stessa famiglia per cinque generazioni. Fra queste mura hanno soggiornato artisti, aristocratici, musicisti, intellettuali e scrittori. Tra questi anche Franz Kafka, che proprio qui trovò uno dei suoi rifugi veneziani. Non sorprende, dunque, che il ristorante dell’hotel porti il nome di Felice Bauer, la donna alla quale lo scrittore legò una delle corrispondenze più intense della letteratura del Novecento.
Una scelta che va ben oltre il riferimento culturale e che racconta immediatamente l’anima del progetto: qui ogni dettaglio è chiamato a dialogare con la memoria. La rinascita del Gabrielli rappresenta oggi uno degli interventi più significativi nel panorama dell’ospitalità italiana. L’ingresso nella Starhotels Collezione, fortemente voluto dalla Presidente e Amministratore Delegato Elisabetta Fabri, ha dato vita a un restauro conservativo di rara sensibilità, concluso nel 2025, che ha restituito alla città un edificio profondamente rinnovato senza cancellarne l’identità. Il progetto firmato dall’architetto Andrea Auletta non ha inseguito l’effetto spettacolare. Ha preferito il rispetto. Oltre settecento elementi originali – tra lampadari del Settecento, applique storiche, arredi d’epoca e preziose opere dei maestri vetrai Archimede Seguso e Pauly & C. – sono stati restaurati e reinseriti negli ambienti. Le sedute originali rivestite con sete Rubelli, la Pietra d’Istria, il marmo Fior di Pesco, il noce Canaletto e il terrazzo veneziano costruiscono un lusso fatto di equilibrio, dove ogni dettaglio sembra ricordare che l’eleganza autentica non ha bisogno di ostentazione. Le sessantasei camere e suite, culminando nella spettacolare Suite Presidenziale con altana privata affacciata sulla laguna, raccontano la stessa filosofia. Così come gli spazi comuni: il grande giardino privato di oltre seicento metri quadrati – il più esteso dell’isola centrale di Venezia –, la terrazza panoramica, la Library, la Ballroom, la cantina e la SPA compongono un’idea di ospitalità che supera il concetto stesso di albergo. Più che soggiornare, qui si abita una casa veneziana. Ed è proprio all’interno di questa visione che trova la propria naturale collocazione Felice al Gabrielli. Ridurre questo ristorante a semplice proposta gastronomica dell’hotel sarebbe un errore.
La cucina rappresenta, piuttosto, il naturale proseguimento del progetto culturale che attraversa l’intera struttura. A guidarla è Mirko Pistorello, veneziano, rientrato nella propria città dopo importanti esperienze maturate in Italia e all’estero. Il suo ritorno non assume i contorni del romanticismo, ma quelli della responsabilità. Cucinare a Venezia significa inevitabilmente confrontarsi con una tradizione straordinaria e, allo stesso tempo, fragile. Significa decidere se trasformarla in cartolina oppure restituirle contemporaneità. Pistorello sceglie la seconda strada. Durante la nostra conversazione emerge con chiarezza una convinzione: la cucina veneziana non ha bisogno di essere rivoluzionata, ma semplicemente riletta. «Ho riaperto il libro del passato», racconta ricordando i bacari frequentati con i nonni, le tavole della domenica, le ricette popolari che rischiano oggi di sopravvivere soltanto nella memoria familiare. È da quel patrimonio che prende forma una cucina essenziale, profondamente identitaria, dove la tecnica non sostituisce la tradizione ma la accompagna verso un nuovo linguaggio. Il concetto di Km Veneto rappresenta il manifesto di questa filosofia. Sarebbe però riduttivo interpretarlo come semplice filiera corta. Qui il territorio diventa il vero autore del menu. Il pescato dell’Adriatico, gli orti di Sant’Erasmo, la Sorana Padovana, gli asparagi di Bassano, i piccoli produttori locali e la rigorosa stagionalità costruiscono un racconto gastronomico che restituisce al Veneto il ruolo di protagonista assoluto. La carta segue con coerenza questo percorso. Gli antipasti aprono il dialogo tra mare e terra con il Rosso di mazzancolle, accompagnato da pappa al pomodoro, gambero al vapore, stracciatella di bufala, polvere di olive e olio al basilico. Un piatto costruito sull’equilibrio, dove ogni elemento contribuisce a sostenere l’altro senza mai sovrastarlo.
Le Capesante arrostite, con fiori di zucca ripieni di ricotta, crema di zucchine e olio alla menta, confermano una cucina misurata, mentre la Battuta di Sorana Padovana, impreziosita da tuorlo marinato, maionese al tartufo estivo e croccante di Parmigiano, restituisce centralità a una delle più nobili espressioni della zootecnia veneta.
È però nei primi piatti che il pensiero gastronomico dello chef trova la propria sintesi. Il Risi e Bisi non rappresenta soltanto il piatto signature della casa. È la dichiarazione d’intenti dell’intero progetto. Pistorello sceglie di approfondire il classico anziché destrutturarlo. Piselli e asparagi vengono utilizzati integralmente attraverso estrazioni, polveri, creme e consistenze differenti, senza che il commensale perda mai il riferimento alla ricetta originaria. La sostenibilità, qui, non è un esercizio di comunicazione ma una conseguenza naturale del rispetto verso la materia prima.
Accanto trovano spazio i Tagliolini alla Busara di crostacei, costruiti sulla profondità della bisque d’astice e sull’eleganza del gambero rosso di Mazara, e i Paccheri al ragù bianco di faraona, anatra e coniglio, omaggio alla cucina di cortile e alla memoria contadina del Veneto. Anche i secondi confermano questa impostazione.
Il Branzino incontra gli asparagi di Bassano, gli agretti fritti e una delicata salsa al lemongrass, mentre il Filetto di ombrina dell’Adriaticodialoga con le zucchine di Sant’Erasmo, la bisque d’astice e le cozze al bergamotto. Sul fronte della terra spiccano il Filetto di Sorana Padovana, accompagnato da millefoglie di patate, gel al Porto e fondo di vitello al tartufo, e il Petto d’anatra con salsa peverada, elegante rilettura di uno dei grandi classici della cucina veneziana.
La pasticceria prosegue lo stesso racconto attraverso un Tira-misùcontemporaneo, un lingotto al cocco e lime, una cheesecake alla vaniglia con namelaka al cioccolato ruby e un intenso cuore caldo al cioccolato, dimostrando una ricerca che privilegia misura ed equilibrio. A completare il percorso interviene la proposta del K Lounge, affidata al Bar Manager Diego Filippone. La sua mixology non rappresenta un capitolo separato, ma il naturale completamento dell’esperienza gastronomica. Cocktail d’autore, costruiti con la stessa attenzione al territorio e alla pulizia aromatica che caratterizza la cucina, accompagnano gli ospiti dall’aperitivo fino al dopocena, mentre i tavolini affacciati sulla Riva degli Schiavoni restituiscono uno dei rituali più autentici della città: osservare il lento passaggio delle imbarcazioni mentre il sole cala dietro il campanile di San Marco. Durante l’intervista, Pistorello afferma che la tecnica deve essere percepita, ma mai esibita. È probabilmente questa la chiave di lettura più efficace della sua cucina. Dietro ogni piatto si riconoscono studio, metodo e padronanza, ma il protagonista rimane sempre il gusto. Nessuna concessione alla spettacolarizzazione, nessuna ricerca della sorpresa come fine ultimo, nessuna deriva estetizzante. Solo una cucina che sceglie di parlare sottovoce. Ed è forse proprio questa la sua qualità più interessante. Negli ultimi anni Venezia ha visto nascere numerosi progetti gastronomici di alto livello.
Alcuni hanno guardato al mondo, altri hanno scelto di rifugiarsi nella nostalgia. Felice al Gabrielli percorre una terza strada: osserva la tradizione, la studia, la comprende e la restituisce con misura. Più che una cucina d’autore, quella di Mirko Pistorello appare come una cucina di responsabilità. Perché custodire un patrimonio gastronomico significa anche avere il coraggio di non tradirlo. In una città dove il lusso rischia talvolta di coincidere con l’eccesso, il Gabrielli ricorda invece che la forma più alta dell’eleganza continua a essere la semplicità quando è sostenuta dalla cultura. E questa, oggi, è probabilmente la sua più autentica dichiarazione di stile.
Felice al Gabrielli
Hotel Gabrielli Venezia – Starhotels Collezione
Riva degli Schiavoni 4110, 30122 Venezia
Executive Chef: Mirko Pistorello
Bar Manager & Head of Mixology: Diego Filippone
Interior Design: Andrea Auletta
Cucina: Tradizione veneziana contemporanea
Filosofia: valorizzazione del patrimonio gastronomico veneto attraverso il concetto di Km Veneto, filiera locale, stagionalità e rilettura contemporanea dei grandi classici della laguna.
Da provare: Risi e Bisi, Tagliolini alla Busara di crostacei, Battuta di Sorana Padovana, Petto d’anatra con salsa peverada, Tira-misù.
Mixology: cocktail list d’autore firmata Diego Filippone, in dialogo con la cucina e con l’identità veneziana del K Lounge.












