Francesco Cirelli: Il Cerasuolo? Per me è il vino più autenticamente abruzzese!

19/4/2021 590

Il colore provenzale? Ciascuno faccia come gli pare, certo non è il colore del Cerasuolo!

Francesco Cirelli e scorci della vigna

di Raffaele Mosca

Francesco Cirelli, raccontaci qualcosa della tua realtà e di com’è nata

Il delirio agricolo Cirelli nasce nel 2003: neolaureato, 23enne, sognavo di dedicarmi all’agricoltura, anche perché i miei nonni da entrambi i lati erano d’ estrazione contadina e c’era questo richiamo, questo desiderio di ricollegarsi alle radici. Sono riuscito a convincere i miei genitori e a farmi aiutare per accendere il mutuo e rilevare l’azienda agricola, che non era mia. Ho comprato la terra, chiaramente in Abruzzo perché sono pescarese. Sono finito per caso, perdendomi, ad Atri, ho visto un terreno con un “cartello vendesi” – tipo film – e con mio padre ci siamo innamorati del posto e abbiamo “fatto la frittata”. L’idea è stata sempre quella di ricreare un’azienda agricola a tutto tondo come quelle degli anni 60’, quindi con animali, colture varie, con l’obiettivo della biodiversità, aldilà delle certificazioni che poi abbiamo raccolto: quella biologica nel 2006 e finalmente quella biodinamica nel 2021. Diciamo che siamo stati animati da questa visione, anche perché sappiamo che non diventeremo mai ricchi con l’azienda agricola e quindi vogliamo perseguire obiettivi un po’ più alti. In questo momento abbiamo alberi da frutto, animali da cortile, pecore, agnelli, il maiale nero abruzzese e, ovviamente, la vigna, che nel tempo ha preso un po’ il sopravvento.

Come è nata l’idea di fare vino in anfora in Abruzzo?

Il progetto anfora si è inserito in questo contesto nel 2011. Avevamo voglia di dare la nostra modesta chiave di interpretazione al territorio. Qui in Abruzzo si era già fatto di tutto ed io, essendo un discreto conoscitore e un amante dei vini in anfora, ho pensato: cacchio, ma perché non provo a utilizzarla? E così siamo partiti con un’anfora di Trebbiano, una di Montepulciano e una di Cerasuolo e, dopo un anno, siamo rimasti colpiti dal risultato. Ci sembravano dei vini di grande carattere e di forte identità. Ed è così che adesso ci prepariamo alla decima vendemmia.

Parliamo di Cerasuolo. Cosa rappresenta per te questo vino? E soprattutto cosa comporta l’affinamento in anfora?

Per me è il vino più autenticamente abruzzese, più del Montepulciano. E’ legato al territorio, alle tradizione e anche alla cucina locale. Noi in Abruzzo abbiamo questa distinzione tra fascia costiera, collinare e appeninica e, se ci pensi, il Cerasuolo è l’unico vino che puoi abbinare con tutte e tre le cucine di riferimento: vai dal brodetto, all’animale da cortile delle colline, fino all’agnello e alla pecora dell’Appenino. E’, però, anche il vino che ci ha fatto più tribolare: l’abbiamo messo a fuoco solo nelle ultime tre annate. L’anfora espone il vino all’ossigeno e il Cerasuolo, nella nostra esperienza, teme l’ossidazione. Ci ha costretti a tante riflessioni e, per trovare la quadra, siamo partiti dal vigneto, con vendemmie un po’ anticipate, per avere più spalla acida e poter allungare l’affinamento. Considera che usciamo tra qualche mese con la 2019.

 

Wines of Anarchy rosato di Cirelli

Bene. E dov’è che il tuo Cerasuolo ha riscosso maggior successo? Quali sono i mercati principali del tuo Cerasuolo anfora?

Sicuramente l’alta ristorazione a Roma e Milano, e poi all’estero. C’è un grande fermento attorno a questa tipologia negli stati Uniti, soprattutto a New York, ovviamente fatte le dovute proporzioni: non siamo la Provenza, lavoriamo comunque nella nicchia. Però sicuramente andiamo bene dove c’è curiosità per tutto ciò che è nuovo, per esempio anche in Giappone.

 

In Abruzzo lavori molto?

In Abruzzo lavoro il giusto, diciamo che qui funziona meglio il Cerasuolo “base” che faccio in acciaio,  perché ha un rapporto qualità-prezzo diverso e anche uno stile più  quotidiano.

 

Sei l’unico a fare Cerasuolo in anfora o ci sono altri produttori che hanno seguito il tuo esempio?

Ci sono quattro-cinque produttori che fanno esperimenti con l’ anfora, ma si tratta di prodotti prototipali. Purtroppo non ho tanti metri di paragone… è frustrante.!

 

Prospettive future per il Cerasuolo?

Non deve cambiare. Deve essere quello che è adesso. Dobbiamo essere bravi noi, come Abruzzo, a raccontarlo sempre più e sempre meglio. E’ bene che il vino sia questo: in cemento, in anfora, in legno, non importa. Penso che, a prescindere dalla declinazione, debba parlare di territorio e farlo nella maniera più autentica possibile.

 

Ti capita mai di incontrare resistenze? Mi dicono molti amici ristoratori che c’è chi storce il naso di fronte ai rosati troppo carichi, troppo strutturati

All’estero questa è la resistenza classica: la base di partenza è quella provenzale e a quello sono abituati i consumatori . Le difficoltà nel raccontare un rosato tradizionale sono tante, ma bisogna perseverare.

 

 E cosa ne pensi dei Cerasuoli diversi dal tuo, quelli più “moderni” che hanno un colore più chiaro e un corpo più leggero?

Io sono molto laico dal punto di vista produttivo: ognuno deve confrontarsi con i propri obiettivi e i propri mercati. Ben vengano le versioni che strizzano più l’occhio al mercato se possono servire ad avvicinare alla tipologia tante persone che magari con un Cerasuolo più tradizionale come il mio non ci si avvicinerebbero. C’è sempre il risvolto positivo della medaglia!

 

Ultima domanda: che piatto abbini e abbineresti al tuo Cerasuolo?

Rimaniamo su Teramo, visto che siamo ad Atri, e diciamo pecora alla callara (stufata con erbe aromatiche, pepe e bacca di ginepro, ndr). L’ Abruzzo si è costruito grazie alle pecore e quindi è giusto partire da lì!

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