Garantito IGP | Ha senso un vino da pane, mutuo e salame?


Ha senso un vino da Pane, mutuo e salame

di Stefano Tesi

Giorni fa, girando con due colleghi in esplorazione per le campagne toscane, mi sono fermato in una di quelle frazioni pittoresche divenute ormai, per effetto dei tempi, borghi-dormitorio oppure sedi di seconde case sempre vuote, tra le quali gli sparuti e decrepiti residenti si aggirano come fantasmi, in un silenzio irreale.
Mentre riflettevo su questo apparentemente inesorabile destino dei luoghi che il lessico politico-burocratico bolla con l’asettico nome di “aree interne”, mi è venuta fame. Ho così adocchiato una botteghina, minuscola davvero. Il classico alimentari di paese che oltre al pane, al latte e alla verdura finisce per vendere di tutto, dai quaderni al dentifricio. Sono entrato e ho ordinato tre panini col salame, che la signora dietro il bancone ha confezionato con cura e flemma d’altri tempi, nelle more intrattenendosi in chiacchiere con un paio di pensionati venuti lì a passare il tempo. Lì per lì ho avuto anche la tentazione di afferrare dallo scaffale una bottiglia di onesto rosso locale, ma dovendo guidare ho desistito. Costava 6 euro. Ho ripiegato su una lattina di Coca cola e una bottiglietta d’acqua,
Pago il conto: 7,70 euro in tutto e 5,80 per i soli panini, un prezzo appena inferiore agli standard medi toscani (zone rurali comprese) e comunque adeguato al livello qualiquantitativo dei panini, rivelatisi ottimi.
Sulla via del ritorno mi è venuto in mente, però, che un paio di settimane prima avevo stappato un vino che mi avevano mandato in assaggio. Un Sangiovese delle nostre parti. L’avevo trovato di eccezionale gradevolezza, fragranza, agilità. Il classico vino allegro, leggero ma elegantissimo. “Da pane e salame”, come si usa dire. E come in effetti recitava anche la scheda di presentazione del vino medesimo.
Siccome l’espressione è in effetti ricorrente, sono andato allora a scartabellare tra i miei appunti alla ricerca dei tanti vini propostimi negli ultimi mesi come “da pane e salame”. Ne ho trovati una decina. Quasi tutti più che buoni. Salvo un dettaglio: non ce n’era nessuno che costasse meno di 18 euro. Quello che mi era particolarmente piaciuto ne costa addirittura 30 e passa. Quasi tutti gli altri oltre 20. In pratica 24 euro di media.
Allora mi sono chiesto: se il mio panino col salame comprato al negozietto costa meno di due euro, come posso pensare che il bicchiere e mezzo di vino che, come minimo, ci bevo spensieratamente insieme e in compagnia, senza sottilizzare troppo sulla quantità – giacchè è questo il senso della siffatta merenda – me ne costi otto, per una spesa totale di dieci e che, se poi panini diventato due e i bicchieri tre, diventano venti? E’ concepibile, per ragioni di contenimento della spesa, centellinare quel vino e di conseguenza il godimento implicito in una merenda?
E, viceversa: qual è davvero il senso odierno della definizione “vino da pane e salame”? Decidiamoci una volta per tutte.
Sia chiaro: parlo del prezzo normale di vini normali acquistati in negozio o direttamente in cantina, non di grandi griffe comprate a ristorante o in un bar del centro storio fiorentino.
Mi si dirà, correttamente: la qualità ha un prezzo.
E io risponderò: certo.
Non è infatti il rapporto qualità/prezzo che contesto in certi vini volutamente semplici, che trovano proprio in questa loro levità e finezza le doti migliori, doti non a caso percepibili meglio e prima dai palati più sensibili. Contesto invece la definizione, un po’ ipocrita e un po’ stucchevole, di “vino da pane e salame” affibbiata a prodotti costosi visto che di sicuro nessuno, salvo alcuni happy few ben portafogliati, se li berrà a merenda. A meno di non elevare il pane e salame al rango di pietanza, prezzo compreso. Cosa assai di moda nei locali prediletti da chi ama la fuffa gourmet, ma non è il mio caso.
Il ragionamento si collega anche a quello, più generale, sul prezzo dei vini e il calo dei consumi.
Personalmente sono convinto che il problema del costo non sia l’unico ad allontanare i consumatori, ma che comunque alla fine la spesa incida molto.
Soprattutto, poi, se il produttore sottolinea l’agilità e la fragranza del proprio vino spiegandolo non come il frutto di una sensibilità e di una scelta qualitativa, ma con la sbrigativa, semplicistica definizione “da pane e salame”. Di fronte alla quale, anziché la bottiglia da trenta euro, il passante affamato finirà per comprare quella anonima da sei euro che trova sullo scaffale del salumiere. Magari scarso, magari pessimo o magari invece ottimo, ma edonistico e scacciapensieri come dev’essere il vino da bere a merenda, in quantità a piacere. E senza accendere mutui.
Ecco: si parla tanto, e a volte a capocchia, di semplificare il linguaggio tecnico del vino e poi si continuano a usare immagini retoriche per descrivere le cose diverse da come sono (e da quanto costano). Allora dico: anche no. Perché – siamo seri – il mercato di ottimi vini da pane e salame a meno di dieci euro il mercato è pieno.

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