Il Verdicchio di Matelica in verticale a Vinitaly: la longevità come misura
Sedici annate in degustazione per leggere la traiettoria di un bianco che costruisce identità e profondità nel tempo
di Angela Petroccione
Negli ultimi anni i bianchi italiani si leggono sempre più attraverso la loro capacità di stare nel tempo, di reggere l’evoluzione, di costruire profondità senza perdere precisione. Dentro questo movimento, il Verdicchio occupa una posizione particolare perché è cresciuto il riconoscimento del suo potenziale e, tra le sue due espressioni principali, quella dei Castelli di Jesi e quella di Matelica, quest’ultima è forse la più netta nel modo in cui tiene insieme tensione e maturità, materia e struttura nel corso degli anni.
È da queste premesse che ha preso forma “Il Matelica in verticale”, la masterclass organizzata dall’Istituto Marchigiano di Tutela Vini e dal Comitato Matelica, andata in scena al 58° Vinitaly (Sala Orchidea, Palaexpo). A guidare il percorso Giuseppe Carrus, curatore nazionale della guida Vini d’Italia del Gambero Rosso, insieme a Roberto Potentini, enologo e membro dell’Accademia della Vite e del Vino.
Una degustazione di sedici vini, dall’annata 2024 arrivando a ritroso fino alla 2008, attraverso le interpretazioni di otto aziende (Bisci, Borgo Paglianetto, Cantine Belisario, Gagliardi, La Monacesca, Provima, Tenuta Colpaola, Tenuta Piano di Rustano). Un percorso costruito per mettere a fuoco una traiettoria, quella di un vino che cambia senza mai perdere il proprio asse.
Per capire Matelica bisogna guardare al territorio. Nel 1967, quando nasce la DOC, tra le prime in Italia, si decide di riconoscere due denominazioni distinte: Verdicchio dei Castelli di Jesi e Verdicchio di Matelica. Non una distinzione formale, ma una presa d’atto: lo stesso vitigno, in condizioni diverse, dà risultati diversi.
Matelica si trova nell’Alta Vallesina, una valle interna con andamento nord-sud, chiusa tra Appennino e Preappennino, unica nelle Marche. Questa disposizione la isola dall’influenza diretta del mare Adriatico, il clima perde parte della sua componente mitigante e si avvicina a un comportamento più continentale, notti fredde, escursioni termiche marcate, maturazioni lente per altitudini che vanno dai 250 a 720 metri sul livello del mare.
È qui che nasce la differenza. Jesi è più distesa, mediterranea, Matelica è più tesa, più verticale.
Potentini parla di “tipicità scientifica”, di un vino che non può essere replicato altrove, perché dipende da questo equilibrio preciso tra freddo notturno e luce del 43° parallelo. Il freddo preserva gli acidi, il sole costruisce la maturità e soprattutto mantiene basso il pH, che è la vera chiave della tenuta nel tempo: non solo acidità, ma acidità efficace.
Il primo vino in degustazione, Verdicchio di Matelica DOC La Monacesca 2024, è già una dichiarazione. Nel bicchiere si ritrova esattamente ciò che il territorio promette, un equilibrio non semplice tra maturità e tensione. Il frutto è pieno, giallo, maturo, quasi solare. Non c’è nulla di acerbo, nulla di sottile in senso riduttivo, eppure il vino non cede mai verso una sovramaturazione, tiene.
Ed è qui che si capisce la natura del Verdicchio di Matelica, non un bianco “nordico” nel profilo aromatico, ma un vino che porta dentro il sole del Mediterraneo, quello del 43° parallelo, senza perdere l’impronta continentale. Perché la differenza si gioca tutta lì, nelle notti fredde, quando la pianta si ferma e non consuma gli acidi. È questo che permette di arrivare a vendemmia con un patrimonio acido integro, mentre di giorno il sole lavora sugli zuccheri e sull’estratto. Il risultato è un vino che riesce a tenere insieme due movimenti opposti, materia e verticalità e che per questo viene spesso definito come un “rosso vestito di bianco”. La bocca è ampia, quasi avvolgente, ma allo stesso tempo croccante, tesa, vibrante. Non è una freschezza aggressiva, ma una freschezza che sostiene, che accompagna. È da qui che si parte per leggere tutto il resto.
Con l’annata 2023 si cambia subito registro: difficile, segnata da piogge continue e forti pressioni sanitarie, con una produzione ridotta drasticamente. E questo si riflette nei vini, che si muovono su equilibri più sottili.
Il Verdicchio di Matelica DOC Torre del Parco 2023 di Tenuta Piano di Rustano è tutto giocato in sottrazione: colore più tenue, profilo più luminoso che solare, note floreali e agrumate, una struttura più esile.
Accanto il Verdicchio di Matelica DOC Meridia 2023 di Cantine Belisario cambia completamente passo: il sorso è più largo, più voluminoso, con una materia che accarezza il palato e dà quasi una sensazione di dolcezza, pur restando nel registro secco.
Due vini molto diversi, ma uniti da un punto preciso, l’acidità è sempre integrata, non diventa mai un elemento separato, non crea spigoli, e proprio da qui si entra in un’altra chiave di lettura del Verdicchio di Matelica, quella della sapidità. Una sensazione meno immediata da riconoscere, ma decisiva: è ciò che resta sul palato dopo la deglutizione, ciò che allunga il sorso e gli dà profondità.
Con la 2022 il quadro si ricompone. È un’annata regolare, leggibile, costruita su un andamento climatico ordinato: stagioni al loro posto, buona distribuzione delle piogge, temperature appena sopra la media. È l’annata che permette di leggere con più chiarezza il carattere del territorio.
Il Verdicchio di Matelica Riserva DOCG Brondoleto 2022 di Tenuta Piano di Rustano si presenta austero, quasi chiuso, come se non avesse ancora deciso di mostrarsi. E proprio per questo dà un’impressione di giovinezza sorprendente: il frutto è integro, non ha ceduto nulla, l’energia è tutta lì, trattenuta.
Il Verdicchio di Matelica DOC A’Monte 2022 di Tenuta Colpaola si apre invece di più: il colore vira verso toni più caldi, il frutto è più evidente, iniziano ad affacciarsi note di fiore secco e spezia, ma la freschezza resta continua, distesa lungo tutto il sorso, senza mai contrarsi.
Il Verdicchio di Matelica Riserva DOCG Materga 2022 di Provima lavora su un altro piano: meno esuberante al naso, quasi raccolto, ma molto più espanso in bocca. Qui la sapidità diventa “sapore”, qualcosa che si allarga nel palato senza perdere profondità.
Il Verdicchio di Matelica Riserva DOCG Maccagnano “Edizione Trentennale” 2022 di Gagliardi torna su un profilo più chiuso, più severo. Le durezze si sommano e danno al vino una trama quasi tattile, un grip evidente che restituisce energia e tensione.
La 2021 segna un punto di sintesi.
Il Verdicchio di Matelica Riserva DOCG Mirum 2021 di La Monacesca tiene insieme tutto: la parte primaria, ancora viva, il frutto, le note floreali e agrumate, e i primi segnali di evoluzione. Il naso inizia ad aprirsi, ma è la bocca a colpire: lunga, profonda, sapida, attraversata da una tensione che non si perde mai. È un vino completo, in cui la struttura non schiaccia la freschezza e la freschezza non svuota la materia. Ed è qui che il Verdicchio di Matelica mostra con chiarezza la sua vocazione gastronomica, pulire, accompagnare, reggere anche piatti strutturati senza perdere equilibrio.
Con la 2020 e la 2019 il tempo entra nel vino in modo più evidente, ma senza mai diventare un limite.
Il Verdicchio di Matelica Riserva DOCG Jera 2020 e il Verdicchio di Matelica DOC Vertis 2019 di Borgo Paglianetto mostrano una finezza che resta leggibile anche fuori da una degustazione tecnica. Sono vini che hanno anni sulle spalle, ma mantengono una giovinezza percepibile, una energia che li rende immediatamente comprensibili.
La 2019 è stata un’annata più calda, soprattutto nel periodo estivo, ma ben compensata dall’altitudine e dalla ventilazione della valle, che qui funziona come un sistema naturale di riequilibrio.
Il Verdicchio di Matelica Riserva DOCG 90° Anniversario 2019 di Provima si muove su un registro più solare, più aperto, con una materia evidente mentre il Verdicchio di Matelica DOC Vigneto Fogliano 2019 di Bisci lavora su una maturità più composta, più equilibrata, senza perdere tensione.
Il confronto con il Verdicchio di Matelica Riserva DOCG Senex 2018 sempre di Bisci è particolarmente interessante proprio perché non segue una progressione lineare. La 2018, pur avendo un anno in più, appare più raccolta, meno esposta. Non cerca apertura immediata, si muove su un registro più interno. L’evoluzione c’è, ma è trattenuta, sempre sostenuta da una base acido-sapida che non cede.
Con le annate 2016 e 2015 il discorso cambia ancora.
Il Verdicchio di Matelica Riserva DOCG Cambrugiano 2016 di Cantine Belisario riporta a vendemmie più tardive, a un altro ritmo. Il naso mostra chiaramente l’evoluzione, ma la bocca resta integra, fresca, leggibile, non c’è stanchezza ma trasformazione.
Il Verdicchio di Matelica DOC Colpaola 2015 di Tenuta Colpaola si apre di più, la maturità è più evidente, il vino si allarga, il sorso diventa più pieno, più sviluppato in larghezza. Le componenti dure si sono ammorbidite, ma non scompaiono: continuano a sostenere la struttura, evitando che il vino perda equilibrio.
E poi il salto finale con il Verdicchio di Matelica DOC Maccagnano 2008 di Gagliardi. Il naso racconta il tempo senza filtri con frutta secca, disidratazione, evoluzione compiuta, ma la bocca resta in piedi, integra, viva, ancora sostenuta. È qui che si chiude il percorso, nell’ espressione della capacità di restare in equilibrio attraversando il tempo.
E una domanda diventa inevitabile: perché un vino così non ha ancora un posizionamento paragonabile ad altri grandi bianchi italiani? La risposta è nella storia.
Matelica non ha mai avuto bisogno del vino come leva economica. Negli anni in cui altri territori costruivano il proprio valore sulla viticoltura, qui esisteva già un tessuto industriale forte. Il vino era parte della cultura, non una necessità di mercato. Questo ha rallentato il posizionamento ma ha preservato qualcosa, integrità stilistica, coerenza territoriale, una relazione con il tempo che non è stata forzata.
Oggi, in un’epoca in cui la ricerca si orienta sempre più verso bianchi capaci di lunga evoluzione, quella stessa condizione può diventare un vantaggio perché il Verdicchio di Matelica non ha bisogno di costruire un racconto, deve solo continuare a fare ciò che sa fare meglio: stare nel tempo.


