Il Verro e la sfida del Coda di Pecora: quando il recupero diventa progetto


IL VERRO AZ AGRICOLA

di Chiara Giorleo

Con un percorso professionale internazionale di alto profilo, Cesare Avenia non si sarebbe mai improvvisato vignaiolo senza criterio. E infatti quello che sta costruendo nella sua Caserta nasce quasi per gioco – un diversivo tra amici, un hobby da coltivare in vista della pensione – ma ha assunto una dimensione di riferimento quasi didattico.

IL VERRO – CESARE AVENIA

Il recupero di un vitigno locale ormai quasi scomparso è sempre un esperimento affascinante, capace di generare conoscenza non solo per chi lo intraprende ma per l’intero territorio. Nel caso del Coda di Pecora, la sfida è stata affrontata con metodo e responsabilità. Quando Avenia ha ottenuto l’autorizzazione — con il supporto dei membri del consorzio — a proseguire il lavoro su questa varietà rara, ha dovuto dichiarare la piena disponibilità a condividere materiale vegetale e conoscenze sviluppate durante il progetto con chiunque volesse, in futuro, cimentarsi nella stessa ricerca. Una formalità visto lo spirito di collaborazione e di lavoro di squadra che lo caratterizza. Non a caso lo stesso Avenia è arrivato a guidare il consorzio Vitica.

IL VERRO

Ma torniamo al vino. Il progetto sul Coda di Pecora è portato avanti insieme a professionisti di grande esperienza e reputazione come Giancarlo Moschetti e Vincenzo Mercurio, nomi che nel mondo dell’enologia non hanno bisogno di presentazioni, tanto per competenza quanto per rigore.
L’azienda agricola Il Verro si trova nel preappennino casertano, a Formicola, su terreni calcarei e vulcanici. Avenia, abituato a viaggiare e degustare vini di tutto il mondo — spesso impeccabili nella loro precisione stilistica — rimane affascinato dalla diversità e dall’identità dei vini del territorio, come Pallagrello e Casavecchia, decidendo di puntare proprio su queste varietà autoctone. 
La scoperta del Coda di Pecora arriva più tardi e quasi per caso: la varietà cresceva insieme alle altre in una tenuta contesa tra eredi e registrata, per errore o forse per comodità, come Coda di Volpe. 
E proprio con il Coda di Pecora il lavoro sui lieviti indigeni si rivela decisivo. In cantina è stato sviluppato un proprio pied de cuve, su una produzione complessiva aziendale di circa 30 mila bottiglie, in spazi sufficienti anche per ospitare altre vinificazioni seguite dalla consulenza di Vincenzo Mercurio.

IL VERRO- CODA DI PECORA

Oltre ai Pallagrello — bianco e rosso — e al Casavecchia proposto in due versioni, base e Montemaggiore, anche il Coda di Pecora oggi si presenta in due interpretazioni: fermo e spumante. Quest’ultimo addirittura con 42 mesi sui lieviti: sorprendente. Il profilo è accattivante: frutto maturo che richiama la matrice mediterranea, note di frutta secca che raccontano l’evoluzione in corso, e una sapidità che lo rende particolarmente gastronomico pur restando appagante anche nella degustazione fine a sé stessa.
La mia recente visita in cantina mi ha permesso di approfondire proprio queste due versioni, perfette per accompagnare la cucina locale. Il Coda di Pecora matura tardi — anche fino a metà ottobre — e l’idea di farne uno spumante è nata quasi naturalmente, semplicemente anticipando parte della raccolta al momento di vendemmia degli altri vitigni. La versione ferma si distingue per il suo tocco asciutto anche in assenza di macerazioni e mostra interessanti prospettive di evoluzione: le note floreali lo distinguono dal Pallagrello e nel calice diventano sempre più intense con il passare dei minuti.
Il Casavecchia, assaggiato in questa occasione nella versione Montemaggiore 2019, resta invece l’emblema della rusticità nel senso più ampio: niente concessioni facili, nessuna scorciatoia stilistica. Solo carattere. Un vitigno già particolare nella forma dei grappoli, irregolari, che esprime una struttura tannica importante ma ben integrata in una materia compatta fatta di frutto scuro, fumo e carruba.
Una personalità che non cerca compromessi e che racconta, con autenticità, il volto più profondo di questo territorio.
Ad maiora.

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