Praesentia. La cultura che si coltiva: da Velia al Cilento, un nuovo modo di raccontare il territorio
di Fosca Tortorelli
Ad Ascea, per parlare di futuro, si parte dalla cultura, ma non dalla cultura intesa come qualcosa da mettere sotto una teca, piuttosto da quella che si coltiva nei campi, negli ulivi, nelle parole, nei saperi tramandati, nelle comunità che ancora tengono insieme un paesaggio e la sua memoria.
Il racconto parte da Elea, dalla città della Magna Grecia dove Parmenide e Zenone hanno segnato la storia del pensiero occidentale, e arriva fino al paesaggio che ancora oggi circonda Velia, mettendo insieme archeologia, natura e saperi del territorio. È questo il filo della terza tappa di “Praesentia. Gusto di Campania Divina”, il progetto regionale che attraversa la Campania per raccontarne le identità e provare a trasformare questo patrimonio in una nuova idea di turismo.
Ad Ascea il percorso comincia nel Parco Archeologico di Velia, con la direttrice Tiziana D’Angelo, e prosegue alla Fondazione Alario, nata nel 1986 per iniziativa di Gaetana Alario e diventata negli anni un luogo dedicato alla cultura, alla formazione e allo sviluppo locale. Anche qui il territorio è presente in modo concreto, nell’ulivo, nella vite e nel fico che richiamano una cultura agricola profondamente legata alla storia del Cilento.
D’Angelo parte proprio dalla natura per raccontare Elea. La physis, osservata tra gli ulivi e la vegetazione del parco, permette di leggere la continuità tra la città antica e il territorio che la circonda, tra ciò che è stato e ciò che ancora oggi viene coltivato, prodotto e custodito. La storia, in questo modo, non resta confinata all’area archeologica, ma arriva fino ai saperi e alle produzioni delle comunità. «Storia che si traduce davvero in questi prodotti, in questi saperi, in queste tradizioni», sottolinea la direttrice.
È lo stesso filo che conduce alla cucina, intesa non come semplice repertorio di ricette, ma come una pratica attraverso cui la memoria continua a trasformarsi. Lo raccontano esperienze come quella di Franca Feola, della Locanda Le Tre Sorelle, e quella di Cristian Santomauro, con la sua Ammaccata cilentana. Nel lavoro di Santomauro, in particolare, cucina e agricoltura dialogano all’interno di una realtà che punta sul recupero e sulla circolarità, mostrando come una tradizione possa restare riconoscibile senza essere ripetuta sempre nello stesso modo.
Ed è proprio nel rapporto tra ciò che nasce dalla terra, chi lo produce e chi arriva a conoscerlo che il patrimonio può diventare esperienza. Ettore Bellelli, di Coldiretti, richiama il ruolo degli agricoltori come custodi del paesaggio e dei saperi, ma anche come protagonisti di un’economia che può dare nuove possibilità alle aree interne. «Non vendiamo soltanto prodotti ma vendiamo anche salute», dice Bellelli, sottolineando una funzione che va oltre la produzione e riguarda la vitalità stessa dei territori.
Da qui il turismo smette di essere soltanto promozione e diventa progetto. Rosanna Romano, direttore generale per le Politiche culturali e il Turismo della Regione Campania, definisce Praesentia un «modello operativo» con cui accompagnare i territori, mettendo in relazione paesaggio, storia, produzioni, cultura e competenze. Non un modello calato dall’alto, ma uno strumento che gli operatori possono utilizzare per costruire una proposta a partire da ciò che già esiste.
È un cambio di sguardo che per Elisabetta Moro, docente universitaria e curatrice scientifica del progetto, riguarda soprattutto il modo in cui il Cilento viene raccontato. Non basta affidarsi all’immagine del mare e nemmeno a un riferimento generico alla Dieta Mediterranea, bisogna conoscere la storia dei luoghi e saperla raccontare «con molta poesia», costruendo esperienze che possano attrarre visitatori anche fuori dall’estate, attraverso cammini, natura, agricoltura, cucina, longevità e incontro con le comunità.
Perché l’esperienza, dice Moro, non coincide con un’attività costruita per il turista, ma con la possibilità di entrare davvero nella vita di un luogo. «Incontrare quella persona, bere un tè con quella persona, andare a vedere il suo orto, il suo giardino, è vera esperienza, vera esperienza umana». È una prospettiva che può trasformare il patrimonio in una risorsa economica senza svuotarlo del suo significato, soprattutto nei piccoli comuni.
Stefano Pisani, sindaco di Pollica e coordinatore dei Piccoli Comuni di ANCI Campania, indica in questa direzione anche il Cammino della Dieta Mediterranea, 140 chilometri tra Velia e Paestum attraverso 13 comuni. Un percorso che prova a mettere in connessione paesaggi e comunità e a fare del patrimonio non soltanto qualcosa da conservare, ma «una ragione per venire» e «una ragione per restare».
Il tema della permanenza si lega inevitabilmente a quello della produzione e della cura del territorio. Per Giuseppe Coccorullo, presidente del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, sostenere le piccole produzioni significa anche contrastare l’abbandono delle aree rurali e mantenere vivo il paesaggio. La tutela, dunque, non può essere separata dall’economia e dalla possibilità per le comunità di continuare ad abitare questi luoghi.
È questo, alla fine, il senso del viaggio di Praesentia ad Ascea. Partire da Elea e da Parmenide per arrivare agli ulivi, alle campagne, alle cucine, ai cammini e alle persone significa riconoscere che il Cilento possiede già gli elementi di una proposta turistica forte. Il problema non è inventare un’identità, ma riuscire a leggerla e a raccontarla nella sua complessità.
Il futuro passa allora dalla capacità di tenere insieme ciò che troppo spesso viene raccontato separatamente, la storia e il paesaggio, la cultura e l’agricoltura, la cucina e le comunità, la memoria e l’economia. Senza trasformare il Cilento in una cartolina, ma facendo del suo patrimonio vivo una ragione per conoscerlo, per tornarci e, soprattutto, per continuare ad abitarlo.


