La forza delle famiglie: così la Penisola Sorrentina continua a costruire il suo futuro


Radici e traiettorie – La ristorazione della Penisola Sorrentina tra memoria e futuro

di Fosca Tortorelli

Famiglia, una parola che richiama appartenenza, memoria, responsabilità, ma anche impresa, identità e capacità di attraversare il tempo. È attorno a questo concetto che si è sviluppato il confronto ospitato a Villa Grande al Belvedere, sulla collina di Quisisana a Castellammare di Stabia, dove alcuni dei protagonisti della ristorazione e dell’ospitalità della Penisola Sorrentina si sono ritrovati per parlare del futuro di un settore che rappresenta una delle grandi eccellenze campane.
L’incontro “Radici e traiettorie – La ristorazione della Penisola Sorrentina tra memoria e futuro”, organizzato da MEatingNews, ha messo insieme chef, imprenditori e rappresentanti di famiglie che, nel corso degli anni, hanno costruito la reputazione gastronomica e turistica di questo territorio. Al centro una domanda semplice ma decisiva: cosa permette a un’impresa di durare nel tempo e di passare il testimone alle generazioni successive?
Una prima risposta è arrivata dal giornalista enogastronomico Luciano Pignataro, che ha spostato l’attenzione dal prodotto alla relazione. «Le tecniche di cucina si imparano e si possono replicare, l’accoglienza no. Quella nasce dentro una famiglia, si trasmette con l’esempio e rappresenta il vero valore aggiunto della ristorazione italiana». Un patrimonio immateriale che oggi deve però trovare nuovi strumenti per essere trasferito.

Radici e traiettorie – La ristorazione della Penisola Sorrentina tra memoria e futuro

Ed è proprio qui che si inserisce una delle grandi sfide del settore: il rapporto con i giovani. Peppe Guida, chef dell’Antica Osteria Nonna Rosa, ha posto l’accento sulla formazione, sulla necessità di colmare la distanza tra scuola e lavoro e sulla difficoltà di far comprendere alle nuove generazioni la complessità di questo mestiere. La cucina, ha ricordato, non è soltanto quella raccontata dalla televisione, ma un percorso fatto di sacrificio, disciplina e crescita. Per questo servono scuole alberghiere più vicine alla realtà delle cucine, con esperienze concrete e una formazione capace di accompagnare davvero i ragazzi.
Il tema del passaggio generazionale è stato il cuore della testimonianza di Alfonso e Livia Iaccarino. Il Don Alfonso 1890 rappresenta uno degli esempi più longevi e riconosciuti della ristorazione familiare italiana, una storia costruita sul territorio, sulla cucina mediterranea e sulla valorizzazione delle materie prime. Ma, come ha ricordato Livia Iaccarino, la continuità non si può imporre. Ai figli bisogna lasciare la libertà di scegliere, facendo però conoscere fino in fondo il significato di un lavoro fatto di responsabilità, rinunce e impegno quotidiano. «Noi abbiamo dato soltanto l’esempio», ha spiegato, indicando nella testimonianza personale la vera eredità lasciata ai figli.
Un concetto simile è emerso anche dalle parole di Michele ed Emanuele Izzo, protagonisti della crescita di Piazzetta Milù. «Nessuno ha deciso a tavolino i ruoli – ha raccontato Emanuele Izzo – ognuno ha trovato la propria strada e l’ha messa a disposizione della famiglia». La loro esperienza racconta una nuova idea di impresa familiare: non una semplice successione, ma un incontro tra competenze diverse, esperienze maturate anche fuori e voglia di riportare valore all’interno del progetto comune.
La capacità di tenere insieme passato e futuro è stata al centro anche dell’intervento di Alessandro Condurro, quinta generazione dell’Antica Pizzeria Da Michele. Una storia nata come piccola bottega a Forcella e diventata un marchio internazionale senza perdere il proprio carattere. La crescita, ha spiegato Condurro, è stata possibile proprio grazie al contributo delle nuove generazioni: «Ogni generazione deve aggiungere qualcosa di nuovo senza dimenticare ciò che ha ricevuto».
Sul legame tra cucina e territorio si è soffermato Alfonso Caputo, chef della Taverna del Capitano, ricordando come un ristorante non sia soltanto un luogo di produzione, ma il racconto di un paesaggio, di una comunità e di una cultura dell’ospitalità costruita nel tempo.
Dal mondo della ristorazione a quello dell’accoglienza alberghiera, il filo conduttore è rimasto lo stesso. Domenico Iavarone, intervenuto in rappresentanza della famiglia Manniello del Grand Hotel La Favorita, ha raccontato il valore e la responsabilità di entrare in una realtà con una storia così importante. Una storia che oggi guarda al futuro attraverso nuove generazioni chiamate a innovare senza perdere identità. La parola chiave, per Iavarone, è “ascolto”: «Se vuoi innovare devi saper ascoltare. E per ascoltare servono umiltà e pazienza».
Giorgio Scarselli del Bikini ha riportato il discorso sul rapporto tra impresa e territorio, ricordando che l’ospitalità non è soltanto un insieme di servizi, ma una relazione costruita attraverso la conoscenza dei luoghi e la capacità di far sentire l’ospite parte di una storia.
Un punto di vista diverso ma complementare è arrivato da Angelo Agnelli, rappresentante di una storica famiglia imprenditoriale legata alla cucina professionale, che ha allargato il concetto stesso di famiglia: non solo quella di origine, ma anche quella costruita dentro l’azienda. «L’azienda è la tua prima casa», il principio ricevuto dal padre, insieme all’idea che un’impresa possa crescere solo se chi ne fa parte sente di condividere un percorso comune.
Il confronto di Villa Grande al Belvedere ha restituito così il ritratto di un modello che non vive soltanto di nostalgia, ma di capacità di adattamento. In un settore alle prese con nuove sfide, dalla formazione al lavoro fino ai cambiamenti del turismo, la forza delle imprese familiari resta nella possibilità di trasformare un mestiere in un patrimonio condiviso.

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