‘Mpupatieddi di Sant’Arsenio: un antico simbolo mediterraneo della fertilità


‘Mpupatieddi, il taglio 

di Carmen Autuori

A prima vista potrebbero sembrare semplici ritagli di pasta frolla avanzati da una preparazione più elaborata. Eppure, come spesso accade nella cucina della tradizione, l’apparenza inganna. Gli ‘mpupatieddi sono infatti dolci dalla storia antichissima, ricchi di significati simbolici che affondano le radici nella notte dei tempi.

C’è una certezza da cui partire: gli ‘mpupatieddi si preparano esclusivamente a Sant’Arsenio, il suggestivo borgo nel cuore del Vallo di Diano. La loro ricetta è di una semplicità disarmante, composta soltanto da due ingredienti, miele e farina. A renderli inconfondibili è la caratteristica forma romboidale e tradizionale taglio centrale, dettagli che li distinguono immediatamente e che custodiscono un antico valore simbolico.

Secondo la prof.ssa Del Puente, responsabile del CID (Centro Internazionale di Dialettologia) dell’Università della Basilicata, lo ‘mpupatieddo si inserisce in una più ampia tradizione dolciaria diffusa nel Mediterraneo. Il nome deriva dal latino pūpa, “bambola”. In molte località, infatti, questo termine indica un dolce riccamente decorato, “agghindato” come una bambola. A Sant’Arsenio, tuttavia, il significato sembrerebbe essere molto più antico.

La forma romboidale dell’mpupatieddo richiamerebbe una rappresentazione estremamente stilizzata del pavimento pelvico femminile, ottenuta dall’unione di due triangoli contrapposti che formano un rombo, figura geometrica da sempre associata, nelle culture del Mediterraneo, alla fertilità e al principio generativo.

‘Mpupatieddi, i rombi

Anche gli ingredienti fondamentali rimandano allo stesso universo simbolico. Il grano, da cui deriva la farina, rappresenta fin dall’antichità il ciclo della vita, della morte e della rinascita ed è strettamente legato ai culti di Demetra (Cerere per i Romani); il miele, considerato alimento sacro da Greci e Romani, simboleggia purezza, prosperità, fecondità e immortalità.

La preparazione dell’mpupatieddo si inserisce infatti nella più ampia tradizione mediterranea dei dolci rituali a base di miele e farina. In numerose regioni del Mezzogiorno d’Italia sopravvivono ancora oggi dolci modellati e riccamente decorati, destinati alle principali ricorrenze religiose e familiari. Figure antropomorfe, colombe, cavalli, pesci, corone, cesti e bambole costituiscono un patrimonio iconografico che affonda le proprie radici nell’antichità e che, ben oltre il semplice valore alimentare, assumeva una funzione propiziatoria, augurale e rituale.

Numerosi studiosi di antropologia e storia delle religioni hanno evidenziato come queste produzioni popolari conservino, seppure reinterpretati dalla tradizione cristiana, elementi riconducibili ai culti dell’età classica. Nelle necropoli della Magna Grecia e del mondo romano sono documentate offerte alimentari costituite da pani figurati, focacce rituali e dolci al miele (liba, placentae, melitoutta), deposti nei corredi funerari o consumati durante i banchetti commemorativi. Analogamente, nei santuari dedicati alle divinità della fertilità erano frequenti ex voto raffiguranti parti anatomiche, simboli femminili e motivi geometrici, tra cui il rombo, considerato emblema della fecondità.

Secondo l’interpretazione della prof.ssa Del Puente, l’mpupatieddo potrebbe dunque conservare la memoria di questa antica stratificazione simbolica. In tale prospettiva, il termine derivato da pūpa non richiamerebbe semplicemente la “bambola” decorata, ma un più antico simbolismo della femminilità e della fertilità, coerente con la funzione originaria del dolce quale dono nuziale. Solo in epoca successiva esso sarebbe divenuto il dolce delle principali festività familiari.

‘Mpupatieddi, bambola decorata

Dal medesimo etimo deriva inoltre l’aggettivo dialettale usato ancora oggi per indicare una persona elegantemente vestita, ben agghindata, a testimonianza della continuità semantica del termine nella cultura locale.

Una volta cotto, l’mpupatieddo non va consumato immediatamente: è necessario attendere alcuni giorni affinché acquisti la caratteristica morbidezza e sviluppi pienamente il suo aroma.

Procedimento tradizionale

Il miele viene portato a ebollizione per tre volte, fino a ottenere una schiuma dorata ricca di piccole bolle d’aria. È fondamentale utilizzare miele artigianale, o comunque di elevata qualità: qualsiasi varietà può essere impiegata e ciascuna conferirà al dolce un aroma caratteristico. Il miele industriale non appartiene alla tradizione.

Il miele

Il miele ancora bollente viene, poi, versato al centro di una fontana di farina. Con una spatola si inizia ad amalgamare l’impasto, incorporando gradualmente tutta la farina che il miele riesce ad assorbire. Quando il composto prende consistenza, viene trasferito sulla spianatoia (‘u quadro) e lavorato energicamente a mano; per proteggersi dal calore si possono ungere leggermente le mani con olio extravergine d’oliva. La lavorazione continua fino a ottenere un impasto liscio, compatto e omogeneo.

L’impasto

L’impasto viene quindi steso con il matterello e tagliato dapprima in strisce e successivamente in rombi, utilizzando una rotella dentata o un coltello. Al centro di ciascun rombo viene impressa una linea longitudinale, elemento distintivo dell’mpupatieddo.

‘Mpupatieddi cotti

I rombi vengono disposti sulla teglia, oggi rivestita con carta da forno, mentre un tempo era semplicemente unta con olio d’oliva. La cottura avviene in forno statico preriscaldato per circa 15-25 minuti. La durata dipende dallo spessore dell’impasto: i dolci più sottili cuociono più rapidamente, quelli più spessi richiedono tempi maggiori.

La rondella vintage

Il dolce delle grandi occasioni

Lo mpupatieddo non va confuso né con il mostacciolo né con il susamiello, pur condividendo con essi alcuni ingredienti. Nella tradizione santarsenese era il dolce riservato alle ricorrenze più importanti della vita familiare e comunitaria: matrimoni, battesimi e grandi festività.

Ogni famiglia custodiva la propria tecnica esecutiva e segreti tramandati di generazione in generazione, pur mantenendo sostanzialmente immutato il procedimento tradizionale.

Tra le principali depositarie di quest’arte si ricordano le sorelle Russo, conosciute come ‘r’u Campanaro, zia Catarenella del panificio Carimando e molte altre donne del paese che hanno contribuito alla conservazione di questa preziosa tradizione.

Le immagini e la documentazione della realizzazione contemporanea sono state rese possibili grazie alla disponibilità della signora Angelina Carimando, la cui testimonianza costituisce un importante contributo alla salvaguardia della memoria gastronomica e culturale di Sant’Arsenio.

Si ringrazia per le fonti preziose il dottor Giuseppe Aromando, direttore del Museo Civico MuMont demo di Montesano sulla Marcellana.

 

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