2017: La pizza italiana da Daniel Young a 50 Top Pizza

25/12/2016 5.1 MILA
Paolo Marchi, Daniel Young, Guido Barendson, Luciano Pignataro, Enzo Vizzari, Luigi Cremona
Pizza Formamentis. Gennaio 2016. Paolo Marchi, Daniel Young, Guido Barendson, Luciano Pignataro, Enzo Vizzari, Luigi Cremona

L’uomo è ciò che mangia. Il titolo di uno scritto del filosofo Ludwig Feuerbach, esponente di spicco della sinistra hegeliana, è tra i più citati negli ultimi anni anche da chi non ha studiato filosofia. In sostanza la tesi fondamentale è che il miglioramento dello spirito di una comunità è dovuto alla qualità della vita materiale.

Eppure noi vediamo che le cose oggi  stanno esattamente in senso opposto. Nel senso che è ovvio che l’uomo che sta tranquillo sul proprio fabbisogno calorico riesce a pensare meglio, ma questo non vale per la comunità nel suo insieme che, libera dalla fame, decade eticamente ed esteticamente se non ha altri stimoli di miglioramento. Una comunità non è la somma degli individui, ma un progetto.

In effetti, le peggiori brutture in Italia sono iniziate proprio negli anni ’60, quando c’è stata la liberazione dalla fame, i palazzi più osceni coniugati alla politica più becera, con un totale decadimento estetico per cui il più lurido porcile di un contadino è più bello di qualsiasi palazzone di cemento costruito in città perché ha una coerenza etico-stilistica di cui l’obbrobrio urbano è totalmente privo.
Senza andare per le lunghe e soprattutto prenderla alla larga, entrando nel mondo enogastronomico è vero che, come ribadisce spesso Enzo Vizzari, in Italia non si è mai mangiato così bene. Ma è altrettanto vero che il decadimento del rapporto tra narrazione e oggetto della narrazione non è mai stato così profondo come negli ultimi anni.

Crediamo che questo sia esattamente lo specchio, questo si, di tutto quello che succede in Italia. Senza progetto corale, vincono istinti di gelosie e invidie per tutto si riduce all’individuo. A me l’individuo ha sempre annoiato perché è limitato, poco complesso e parla sempre di se stesso. Soprattutto non può sconfiggere la morte mentre la collettività la supera di slancio. Senza guide forti e autorevoli espressione di un metabolismo mnemonico collettivo e non individuale, scoppia il caos e l’anarchia.

Stefano Bonilli
Stefano Bonilli

L’ultimo Bonilli aveva percepito questo rischio profondo che correva il mondo gastronomico italiano, un po’ quel che accade del film Prova d’Orchestra di Fellini, non a caso prodotto nel 1979, dopo la dissoluzione ideologica del 1977. Del resto l’ultimo album degli Area, fu intitolato significativamente 1978: gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano.
Proprio cosi, tutti gli arrabbiati iniziano a suonare il proprio strumento senza seguire il direttore d’orchestra e, magari, buttando all’aria lo spartito.

Bonilli, unico giornalista della sua generazione a vivere sia sul cartaceo che nel web sin dalle prime battute, aveva l’illusione che un pensiero forte potesse rimettere a posto le cose. Di qui il progetto di Gazzetta Gastronomica e poi il convegno a Bologna del settembre 2015 che non fece in tempo a vedere.

Da allora la situazione è precipitata, internet che doveva essere il momento di democratizzazione della critica si è trasformato, in molti casi anche se non sempre, in uno spudorato marchettificio da pochi soldi senza progetto. A me personalmente ogni giorno arrivano una o due proposte da società specializzate di articoli da inserire a pagamento con link che rimandano a prodotti aziendali e presentati come se fosse un mio pezzo a cui non rispondo proprio come si fa con le puttane che ti chiamano quando quandi passi per strada. E la gente non fa distinzione tra blog seri e blog marchettari, blog e testate giornalistiche. Non conta più la categoria, ma il nome. E spesso tutti impostano la comunicazione sui like, acquistandoli in dosi massicce per meglio propagandare il prodotto come i cartelloni sulle strade. Sono nate agenzie specializzate in questo oltre che nel posizionamento su Google. La società degli eguali senza qualità si affida agli algoritmi, non alla conoscenza.

Succede così che si arriva ad una completa confusione tra giornalismo e comunicazione. Non solo: se tenti di ribadire alcune regole, arrivano insulti e pesanti insinuazioni come nel caso delle nostre visite anonime realizzate in alcune pizzerie del Lungomare di Napoli e a Caserta che andremo a ripetere in tutta Italia.

Nel corso del 2016 avrò collezionato almeno quattro, cinque video e qualche post che mi insultavano da parte di persone che hanno commesso reati di calunnia e diffamazione di cui risponderanno a cui non solo non ho fatto niente, ma che non ho avuto nemmeno il piacere di conoscere. Ma io non sono così importante da essere un caso isolato, anche perché dobbiamo dire che la Campania si distingue sempre in questi eccessi conditi con lettere anonime, dicerie non verificate, accuse lanciate a casaccio, post di minaccia. E’ l’istinto scenico del popolo protocapitalista accampato sotto il Vesuvio che vive in modo istintivo solo il presente perché il passato è passato mentre il futuro non dipende da noi, ma da Fato.

La mancanza di regole genera ancora più confusione. Nel 2016 è esemplare il caso di Daniel Young: senza aver alcun rudimento di pizza, ma con buone relazioni editoriali, si presenta per fare una guida mondiale delle pizzerie. Contatta Maurizio Cortese il quale ingenuamente si presta ad aprire la porta a questo sconosciuto che cambia in corso d’opera le regole d’ingaggio trasformando un sondaggio in una classifica per fare notizia.

Cortese interrompe le comunicazioni personali molto prima dell’uscita del libro, Young non riesce ad organizzare una presentazione. Cosa fa questo signore tanto poco competente quanto astuto? Attribuisce questa sua incapacità di organizzare un evento alle pressioni di una presunta cupola sui pizzaioli, come se qualcuno potesse impedire a chiunque di fissare una sala, mandare degli inviti e fare la manifestazione. Come se io non riuscendo ad organizzare un evento a Tel Aviv ne attribuissi la colpa ad Hamas. Trova ovviamente sponda in chi si sente frustrato per qualche motivo perché, come ben sappiamo, tutta la letteratura antimeridionale è scritta dai meridionali che non sono emersi. Come ho già avuto modo di dire, quello che al Nord si chiama sistema, da Roma in giù diventa cupola.
Non le prescrizioni di legge, il rispetto delle regole e dei ruoli, ma i pre-giudizi fanno cambiare vocabolo in questo caso a seconda dell’altezza geografica in cui viene pronunciato.

Daniel Young, Pizza
Daniel Young, Pizza

Young semplicemente non è stato capace di organizzare niente. Il direttore della reggia di Caserta ha solo ricevuto una telefonata da un pizzaiolo e poi più nulla. Perchè? Per un motivo semplice: difficile farlo gratis visto che nei suoi soggiorni non ha pagato neanche un pizza e con l’editore che non si volle accollare le spese. Ora fa dei pizza tour, spero pagando i conti di vitto e soggiorno.
Difatti, qualche tempo  dopo è Paolo Marchi ad organizzare l’evento a Milano e tutti i pizzaioli chiamati vanno nella speranza poi di essere invitati a Identità Golose. Che cosa dovremmo dire allora: che la cupola Identità Golose è più forte di quella, presunta, che non voleva far fare la manifestazione? Che il Mulino Quaglia è più forte del Mulino Caputo?
No, semplicemente che per organizzare le cose servono risorse e impegno e un pizzico di intelligenza oltre che di impegno. Marchi ha colto abilmente il momento e lo ha sfruttato. Tutto qui. Bravo, complimenti e 7+.

Il caso Daniel Young, a cui da parte nostra era stata persino offerta collaborazione (rifiutata dal soggetto con scuse banali) nel fare questa presentazione proprio per smentire luoghi comuni e inciuci, è stato deflagrante nel mondo della pizza dove il bisogno di visibilità di alcuni pizzaioli somiglia molto a quello della coca dei cocainomani. Se non ne scrivi per un mese ti chiedono cosa hai contro di loro, ti contattano per chiederti quanto costa un post e questo spiega tante cose a chi legge ciò che avviene nel web.

Per fortuna, e dico per fortuna, che Slow Food con il libro Pizza curato da Antonio Puzzi ha rimesso un po’ le cose a posto selezionando 380 pizzerie in base ad alcuni criteri opinabili ma precisi con la copertura di un brand autorevole.

Ci proveremo adesso anche noi con 50 Top Pizza. Sarà la prima guida on line in cui gli ispettori anonimi pagheranno il conto e faranno la loro scheda di valutazione.

Auguri Top Pizza
Auguri Top Pizza

Sbaglieremo? Avremo altri video? Pazienza, ma lo faremo. Perché non ci rassegnamo al caos alla perdita di estetica e, soprattutto, alla mancanza di etica.
Buon Natale.

 

4 commenti

    Giustino Catalano

    (25 dicembre 2016 - 17:22)

    Inizierò dal fondo con un Buon Natale a tutti.

    L’Anarchia (scritta volutamente in maiuscolo da chi ne ha fatto elemento portante in gioventù) è di per se caos quando non ha un soggettivismo. Quando è carente di una delega ai giusti poteri (si badi in anarchia i poteri o centri di potere sono elemento fondante la sua realizzazione – per meglio comprendere consiglio la lettura dei lavori di Colin Ward ed in particolare su tutti “Anarchia come organizzazione”) l’anarchia è caos.
    Complici del caos però sono tutti i partecipanti all’anarchia che non ne hanno saputo riconoscere la valenza e la portata politica che la stessa aveva in se.
    Così se è vero che “la mancanza di regole genera confusione” è parimenti vero che la confusione, che di per se non è necessariamente negativa, senza proprie regole è caos.

    Così fatta la mia doverosa difesa dell’anarchia organizzata da quella disorganizzata (che genera il caos) credo che il nostro mondo, quello enogastronomico, negli ultimi 4-5 anni abbia subito una forte disorganizzazione dell’anarchia cui si era consegnato.
    Si è tollerato che vi fossero personaggi che lambivano il mondo della consulenza con il tesserino giornalistico in tasca e consulenti che si spacciavano per giornalisti per accedere ai benefici cui questa categoria apparentemente accede ( e mi riferisco al comune erroneo sentire).
    In questa già iniziale bailamme si sono poi inseriti/e avvocati e professionisti con sedicenti competenze gastronomiche per nulla confermate e con il solo interesse allo scrocco seriale, giovani critici senza la benchè minima formazione in nessuno dei due settori, casalinghe annoiate che asciugatosi le mani con lo strofinaccio dopo aver lavato i piatti si mettevano su facebook a postare per sedicenti clienti, consulenti che non fatturavano dando aparente beneficio a chi li pagava e non sapeva che poteva scaricarsi il costo interamente anzichè scontrinare per 3 mesi in nero per recuperare sulla maggior tassazione (coglioni!), ecc. ecc.
    Tutta questa gentaglia l’abbiamo tollerata e anzi in molti casi l’abbiamo anche sostenuta con il semplice like alle foto nelle quali ci taggavano.
    E’ la zona grigia nella quale abbiamo consentito che questa specie proliferasse che ha incancrenito il settore fuori e dentro consentendo che si parlasse di cupole, amicizie e gruppi di potere, costringnedoci anche a privarci del piacere di prendere un caffè insieme perchè altri potrebbero pensare che…

    Il quadro che ne esce è territorio fertile per chiunque, italiano o straniero. Si viene nella terra di nessuno e si fa quel che ci pare tanto nessuno si ribellerà, l’amico che si mette prono lo troveranno e una volta ottenuto ciò che serviva ci saluteranno.
    Nulla di nuovo o non già visto.
    Ma la colpa di chi è? Credo nostra.
    Mia che quando so che c’è uno che dice di fare consulenza e lo fa in nero non lo denunzio alla GdF visto che a parti invertite mi devono solo fare una multa di “cortesia” da 200 euro perchè è tutto a posto, vostro che lasciate che ci siano scrocconi che lasciano intendere che siete tutti scrocconi, cosa che invece non è.
    Colpa dei ristoratori e pizzaioli che quando va qualcuno che “non mette e non leva” lo lasciano entrare, lo servono, gli lustrano le scarpe, non si fanno pagare e lo salutano… e noi dopo a fargli visita quando non la meriterebbero nemmeno più. Una sorta di sigillo sul misfatto. Un timbro di approvazione a continuare così.

    Ecco perchè nella mente di molti gli spicchi del Gambero rosso si comprano o in altre Guide si entra perchè si è pagato o si è amici di….
    Noi in Azienda questa gente la evitiamo prima ancora di iniziare. Non ha capito nulla.

    Benvenuta quindi una Guida come quella di Osterie (della quale ho fatto aprte per 10 anni anche con ruoli a dir poco fastidiosissimi) dove, a parte l’ordinario e ammissibile errore umano che ci sta, gli ispettori non si palesano se non soddisfatti e pagano il conto. E benvenuta quella di 50 pizza best.

    Occorre mettere ordine. Anche a casa propria. E non è da oggi che lo sto dicendo.
    Auspico un 2017 di regolarità.
    Io comincerò a fare il mio nel mio campo. E’ ora di dire basta.

    marco contursi

    (25 dicembre 2016 - 18:17)

    Buon Natale. Quoto tutto e aggiungerei la categoria dei sedicenti consulenti,dei consulenti e dei critici per discendenza dinastica,i consulenti onniscienti (spaziano dai menù alla comunicazione passando per la selezione del personale, hccp e consulenza legale), e la categoria più odiosa, consulenti che lucrano sulle disgrazie dei poveri cristi, perchè è risaputo che quelli che cacciano più soldi, sperando di comprarsi un miracolo, sono i più disperati, o forse solo i più fessi. A questi aggiungerei i consulenti-rappresentanti di prodotti che promettono meraviglie se compri da loro, i writers (giornalisti e non) della pizza che sono disposti a farti credere che fare un calzone aperto è più difficile di fare una operazione a cuore aperto, o che se non hai provato la margherita capovolta puoi pure comprare una corda e uno sgabello da Ikea che la tua vita non vale nulla. Infine i giornalisti-consulenti di comunicazione che scrivono di te senza dire che è dietro compenso e infine i consulenti per passione e a costo zero (ma che hanno spese di aggiornamento e di benzina) a cui iniziano a girare i coglioni sentendo le parcelle mensili di certi consulenti che superano quelle di un professore di liceo o di un maresciallo dei carabinieri, lavori sicuramente più importanti per la collettività. Perchè, e ora vi svelo un grande segreto, senza pizza si può pure vivere, sicuramente meno bene, ma si vive. Magari si mangia qualche piatto cucinato in più e si aiutano le osterie, veri giacimenti di cultura gastronomica italiana.Non è la pizza il simbolo dell’Italia visto che fino a qualche anno fa, la pizza buona la facevano in pochissimi e tutti in Campania con qualche piccola eccezione di campani emigrati i in altre zone.Ma finchè ci sono persone così sprovvedute da dare ad uno 2mila euro al mese per 12 mesi(firma preventiva del contratto per 12 mesi) per scoprire poi di averne pochissimo beneficio, ben venga. Come si dice a Napoli, “Tutt quant anna campà”.E c’è chi ci riesce benissimo facendo il consulente. Che poi anche andare a cene e cenette invitati è diventato un mestiere, anche abbastanza gravoso (motivo per cui io evito 99 volte su 100, già basta quanto sono chiatto), e non si può parlare tecnicamente di scrocco, poichè se uno si deve sorbire 7-8 piatti, spesso immangiabili e per fare contento chi l’ ha invitato deve pure mettere le foto soddisfatto….bè questo è un vero e proprio lavoro e va bene il ristoratore se se ne esce offrendo la cena e risparmiando di pagare un addetto stampa.
    p.s. dimenticavo un’ultima categoria gli addetti stampa (giornalisti e non) che non scrivono in italiano.
    Buon Natale.Per me oggi niente panettone ma solo mostaccioli e roccocò……eppure sono ancora vivo…..strano….mi stavano quasi convincendo che fosse indispensabile come per la pizza…che poi mi chiedo ma tutti i pasticcieri che a Pasqua mi hanno contatto per regalarmi le loro colombe auspicando che ne scrivessi sul blog, dove sono finiti a Natale? Mi viene il sospetto che si ricordino di me solo quando sono in difficoltà (il panettone si vende, la colomba no), perchè, non dico un panettone, ma almeno un messaggino di auguri potevano mandarlo…….nooooo ma che vado a pensare, saranno le linee intasate e domani mi arriveranno tutti gli auguri via sms. Buon Natale.

    luca

    (27 dicembre 2016 - 09:26)

    “Sbaglieremo? Avremo altri video? Pazienza, ma lo faremo. Perché non ci rassegnamo al caos alla perdita di estetica e, soprattutto, alla mancanza di etica”.(dal post)
    Se dovessero arrivare altri video sarebbe comunque, in qualche modo, una conferma che TOP 50 è una cosa seria: che non c’è una Cupola Pizzaioli-Blogger-Critici al Sud. Anonimi per non essere riconosciuti e ricevere lo stesso trattamento di un cliente qualsiasi, Indipendenti perché non dovete promuovere un pizzaiolo ma…recensire le sue pizze senza particolarismi.
    Una rivoluzione nel mondo della critica gastronomica italiana: che, spesso, per FARE-SISTEMA…diventa CUPOLA… al NORD come al SUD.
    Spero che TOP 50 sia almeno una svolta.

    Marco sacchi

    (1 gennaio 2017 - 12:31)

    Posso suggerirvi un paio di locali al Nord da valutare? Uno è Bontà per tutti, a Santo Stefano Belbo in provincia di Cuneo. Il giovane pizzaiolo è allievo di Bonci. L’altra pizzeria è sempre in provincia di Cuneo, a Saluzzo, e se chiama “Donna Valentina”. Il proprietario è un allievo de Enzo Coccia.

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