Rosato, il riscatto passa dal Vesuvio: ad Acerra la sfida con la pizza d’autore


rosati vesuvio

di Fosca Tortorelli

Il rosato non è più il vino “di mezzo”, non è soltanto un calice estivo da aperitivo, né un’alternativa meno impegnativa rispetto a bianchi e rossi. Oggi è una categoria che sta conquistando una propria identità, fatta di sfumature, carattere e capacità di accompagnare l’intero percorso gastronomico. Dal rosa più tenue alle tonalità più intense, ogni vino racconta un territorio, un vitigno e una precisa scelta stilistica.
A raccontare questa evoluzione è stata una serata ospitata nella pizzeria di Nino Pannella ad Acerra, dove la pizza è diventata il punto di partenza per riflettere sul nuovo ruolo dei rosati italiani e, in particolare, di quelli vesuviani.

Nino Pannella e Antonella Amodio

L’iniziativa, realizzata insieme alla Guida 100 Best Italian Rosé, curata da Antonella Amodio, Chiara Giorleo e Adele Granieri, edita da Luciano Pignataro, ha voluto dimostrare come il rosato possa essere un autentico vino da tavola, capace di sostenere preparazioni complesse e non soltanto gli abbinamenti più tradizionali.
Per Nino Pannella il vino è stato il naturale completamento di un percorso che parte dalla terra. «Chi già mi conosce sa il mio legame con il territorio e soprattutto la collaborazione con i piccoli produttori locali. In questa degustazione abbiamo scelto ingredienti che provengono proprio dai nostri territori e dai nostri coltivatori, perché ogni prodotto porta con sé una storia».
La scelta del rosato non è stata casuale. «Ho trovato un legame con Acerra – spiega Pannella –. Anche il nostro territorio, come il rosato, spesso fatica a far percepire il proprio valore. Per anni questo vino è stato considerato una scelta di secondo piano o semplicemente un vino da aperitivo. Oggi, invece, merita di essere guardato con occhi diversi».
È la stessa evoluzione che emerge dal lavoro della Guida 100 Best Italian Rosé. «La selezione della guida conferma che il rosato italiano ha ormai superato l’idea di vino semplice, stagionale o da consumare esclusivamente d’estate – spiega Antonella Amodio –. Oggi ci troviamo di fronte a una categoria estremamente articolata, che esprime identità territoriali, vitigni autoctoni e interpretazioni enologiche molto diverse tra loro». Una crescita che la guida ha raccontato anno dopo anno. «Quando abbiamo iniziato, sei anni fa, mettere insieme cento rosati italiani non era ancora così semplice. Oggi riceviamo circa trecento campioni ogni anno: un segnale evidente di quanto sia cambiata la percezione sia da parte dei produttori sia da parte del pubblico».
Il cambiamento passa soprattutto dalla tavola. «I rosati che dialogano meglio con la grande cucina sono quelli dotati di precisione aromatica, equilibrio e profondità, e in alcuni casi anche di maturità espressiva. Hanno freschezza e tensione acida, ma anche struttura, sapidità e una trama gustativa capace di sostenere preparazioni complesse».
La pizza rappresenta uno dei banchi di prova più interessanti. «È un piatto di straordinaria complessità, dove convivono impasto, pomodoro, latticini, ingredienti vegetali, carne, pesce e tecniche di cottura differenti. Un grande rosato riesce a valorizzarne i contrasti grazie alla sua versatilità. È proprio questa capacità di adattarsi a linguaggi gastronomici diversi che rende oggi i rosati protagonisti della tavola. Non sono più vini “di mezzo“, ma etichette con una precisa identità, capaci di accompagnare un intero percorso gastronomico, dall’aperitivo fino ai piatti più elaborati».
Ad Acerra questa filosofia si è tradotta nell’incontro tra quattro interpretazioni del rosato vesuviano e una cucina che fa della valorizzazione delle produzioni locali la propria cifra. Non un semplice esercizio di abbinamento, ma la dimostrazione che il vino può diventare uno strumento per raccontare un territorio.
Un concetto condiviso anche da Ciro Giordano, presidente del Consorzio Tutela Vini Vesuvio. «Il rosato può rappresentare una nuova chiave di lettura del nostro territorio. Nasce soprattutto dal Piedirosso, un vitigno che esprime eleganza, tannini delicati e una spiccata sapidità, caratteristiche che riflettono il suolo vulcanico e dialogano perfettamente con la cucina partenopea, dalla pizza ai piatti della tradizione. In un’area dove la produzione è prevalentemente di vini bianchi, il rosato può diventare uno dei migliori ambasciatori del Vesuvio, raccontandone leggerezza, identità e unicità».
La serata di Acerra ha così offerto uno spunto che va oltre il singolo evento. Se fino a qualche anno fa il rosato cercava ancora una propria collocazione, oggi dimostra di avere voce, carattere e un’identità ben definita. E il Vesuvio, con i suoi suoli vulcanici e il Piedirosso, sembra avere tutte le carte in regola per scrivere uno dei capitoli più interessanti di questa nuova stagione del vino italiano.

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