Triple A Experience, a Villa Campolieto il vino naturale diventa rito urbano
di Tonia Credendino
Villa Campolieto, per una sera, ha smesso di essere soltanto una delle più affascinanti architetture del Miglio d’Oro borbonico per diventare qualcosa di molto più vivo: una grande piazza contemporanea dedicata al vino, alla musica e alla cultura gastronomica indipendente. La Triple A Experience ideata da Drop Eventi non è stata infatti una semplice manifestazione costruita attorno all’intrattenimento, ma un progetto capace di mettere in relazione mondi differenti attraverso un linguaggio comune fatto di convivialità, ricerca e identità territoriale.
Ed è probabilmente proprio qui che emerge la parte più interessante del lavoro portato avanti da Drop negli ultimi anni: la capacità di trasformare dimore storiche, spesso percepite come luoghi distanti o sconosciuti a gran parte del pubblico più giovane, in spazi vivi, attraversabili, contemporanei. Non semplici location scenografiche da affittare per un evento, ma luoghi da reinterpretare culturalmente, riportandoli dentro il tessuto reale della città e della vita sociale. In una terra come quella vesuviana, ricchissima di patrimoni architettonici spesso poco vissuti, operazioni di questo tipo assumono un valore che va oltre il singolo appuntamento.
Villa Campolieto, con il suo celebre porticato affacciato verso il Golfo e quella monumentalità elegante tipica delle ville vesuviane del Settecento, sembrava quasi cambiare volto con il passare delle ore. Di giorno luminosa, ariosa, quasi contemplativa; di sera attraversata da luci, musica e persone fino a diventare uno spazio sospeso tra concerto, rito urbano e festa collettiva. Ed è stato forse proprio questo il valore più autentico dell’evento: riuscire a far vivere il patrimonio storico senza irrigidirlo in una dimensione museale.
La sensazione più evidente, attraversando gli spazi della villa tra i banchi d’assaggio e i food corner, era quella di trovarsi davanti a un evento che non voleva inseguire la spettacolarizzazione fine a sé stessa, ma piuttosto costruire un racconto coerente e riconoscibile. Il centro della narrazione era il vino, e in particolare il mondo Triple A — Agricoltori, Artigiani, Artisti — realtà che da anni promuove una visione produttiva basata sul rispetto della terra, sulle fermentazioni spontanee, sulla limitazione degli interventi in cantina e soprattutto sulla tutela dell’identità agricola del vino.
In un panorama in cui sempre più spesso il rischio è quello dell’omologazione stilistica, la scelta di portare a Villa Campolieto produttori come Occhipinti, Foradori, Movia, Pacina, Calafata, Slavcek, Musella, Tenuta Fornace, Avanguardia, Podere Le Ripi e L’Archetipo ha restituito invece un’immagine estremamente viva e sfaccettata del vino contemporaneo. Non vini costruiti per rincorrere il consenso immediato, ma bottiglie capaci di raccontare territori, annate e scelte produttive precise, anche quando questo significa rinunciare alla perfezione tecnica a favore dell’autenticità espressiva.
Tra gli assaggi più convincenti della serata, impossibile non soffermarsi sul Cappuccetto Rosa 2024 di Podere Le Ripi, vino che riesce a interpretare il linguaggio del Sangiovese in una chiave agile, vibrante e profondamente contemporanea. Nel bicchiere si presenta luminoso, attraversato da profumi di piccoli frutti rossi, melograno, fiori freschi ed erbe spontanee, mentre il sorso colpisce per tensione, dinamismo e precisione. Nessuna ricerca della struttura a tutti i costi o di costruzioni eccessive: qui il vino lavora sull’energia, sulla verticalità e su quella bevibilità intelligente che riesce a rendere immediata anche una bottiglia di grande personalità.
Completamente differente ma altrettanto identitario il Marasco Brut Nature 2024 firmato L’Archetipo, una delle bottiglie che meglio hanno rappresentato l’anima più radicale della manifestazione. L’Archetipo continua infatti a essere una delle realtà più coerenti del panorama naturale del Sud Italia, e questo Brut Nature ne è una sintesi perfetta. La bolla è viva, sottile, mai aggressiva; il sorso asciutto, salino, agrumato, sostenuto da una freschezza tagliente che restituisce una Puglia lontana dagli stereotipi della surmaturazione e dell’opulenza mediterranea. È un vino diretto, sincero, gastronomico, che non cerca di compiacere ma di esprimere fedelmente il territorio da cui nasce.
Molto interessante anche il Nuovo Paradisetto Bianco di Avanguardia, vino fresco, diretto ed essenziale, capace di muoversi nel bicchiere con grande agilità tra componente floreale e frutto. Un bianco che rifugge qualsiasi costruzione eccessiva per concentrarsi sulla bevibilità e sull’immediatezza espressiva, senza però perdere profondità. È uno di quei vini che sembrano semplici soltanto in apparenza, ma che dietro quella spontaneità nascondono una precisa visione produttiva.
Accanto a lui, il Paspartù di Musella ha rappresentato probabilmente il lato più conviviale e trasversale dell’intera degustazione. Un rosso fresco, morbido, succoso, giocato sulla croccantezza del frutto e su una straordinaria facilità di beva, ma sempre sostenuto da equilibrio e finezza. È il classico vino che riesce a mettere tutti d’accordo senza diventare banale, perfettamente coerente con l’atmosfera della Triple A Experience: informale, contemporanea, condivisibile.
Accanto al vino, però, uno degli aspetti più riusciti dell’intero format è stata senza dubbio la costruzione della proposta food, pensata non come semplice supporto logistico alla degustazione ma come parte integrante dell’esperienza narrativa. La scelta delle realtà coinvolte raccontava infatti una precisa idea di gastronomia urbana contemporanea: identitaria, accessibile, riconoscibile, ma mai scontata.
Quostro ha portato a Villa Campolieto una proposta capace di unire immediatezza e ricerca, mantenendo un equilibrio intelligente tra tecnica e convivialità, mentre Lala Noodles ha inserito all’interno della cornice settecentesca della villa una vibrazione quasi internazionale, metropolitana, fatta di contaminazioni, street culture e linguaggi gastronomici contemporanei che dialogavano perfettamente con il pubblico giovane presente all’evento. A completare il percorso gastronomico c’erano poi Tavernetta Colauri, con una cucina profondamente legata alla tradizione e alla materia prima, e Terra Nera, realtà che continua a lavorare su una visione territoriale autentica e riconoscibile.
E poi Pintauro. Presenza che da sola basta a evocare Napoli. Perché in mezzo ai vini naturali, alle luci viola che illuminavano il colonnato borbonico e alle sonorità jazz contemporanee, la storica insegna napoletana ha ricordato quanto la tradizione popolare continui ancora oggi ad avere una forza narrativa enorme quando resta fedele a sé stessa. La sfogliatella, in un contesto del genere, smetteva quasi di essere soltanto un dolce e diventava simbolo culturale, memoria collettiva, identità cittadina.
La musica ha fatto il resto, ma senza mai divorare il contenuto dell’evento. Il live di Walter Ricci, accompagnato dalle selezioni musicali di Kowu, Lunare Project, Irene Ferrara e Jo Brigante, ha trasformato gradualmente Villa Campolieto in uno spazio sospeso tra concerto, rito urbano e festa collettiva. Jazz, soul, improvvisazione e sonorità elettroniche si sono intrecciati con naturalezza all’interno di una villa che sembrava quasi cambiare volto con il passare delle ore, passando dalla luce dorata del tramonto alle atmosfere notturne immerse nel blu e nel rosso.
Il risultato finale è stato un evento capace di parlare linguaggi diversi senza perdere coerenza, riuscendo soprattutto in qualcosa che oggi accade raramente: riportare il vino al centro della socialità contemporanea senza svuotarlo di significato. Non più semplice status symbol o oggetto da consumo veloce, ma elemento culturale vivo, capace ancora di creare relazioni, curiosità e confronto.
E vedere centinaia di persone bere vini artigianali sotto le arcate illuminate di Villa Campolieto, ascoltando jazz e condividendo cibo dentro uno dei luoghi più simbolici del Vesuviano, ha dato la sensazione precisa che eventi come questo possano davvero contribuire a costruire una nuova idea di cultura gastronomica nel Sud Italia.





