ViniMilo2026 – Le contrade del Carricante


Batteria dei vini in degustazione

di Francesco Raguni

Sul versante Est dell’Etna, si trova un piccolo centro abitato il cui nome, presumibilmente, deriva dall’abbondanza di acqua nella zona: si tratta di Milo. Paese, sì, di villeggiatura che ha ospitato artisti come Lucio Dalla e Franco Battiato, ma che dal 1980 è sede di una manifestazione finalizzata alla valorizzazione del vino etneo: ViniMilo. Giunta alla sua quarantaseiesima edizione, “ViniMilo – spiega la sindaca Maria Aurora Catalanovuole raccontare il territorio e contribuire a farlo crescere, trasformando un appuntamento ormai apprezzato e riconosciuto in una piattaforma permanente di idee, relazioni e progetti intorno all’Etna. Una “certa idea dell’Etna” che valorizza le proprie eccellenze senza perdere il senso della comunità”. Così, in questa cornice, da diversi decenni, si incontrano non solo produttori, appassionati e operatori del mondo del vino, ma anche artigiani locali, in particolare del mondo dell’enogastronomia. Proprio in tal senso, è stata introdotta la novità della presente edizione: il piatto ViniMilo, nato da una idea di Giuseppe Messina, assessore comunale allo Sviluppo Economico. Lo stesso lo ha definito, infatti, “un progetto che stimola la creatività di chef e cuochi e celebra i sapori autentici del territorio con l’idea di valorizzare il tessuto economico del nostro paese”.

La squadra dei sommelier FIS, Agata Arancio, Daniela Scrobogna e la sindaca di Milo Maria Aurora Catalano

Inevitabile, quindi, che in questi giorni Milo entri in fermento. In tutto ciò, non è solo la piazza centrale che è destinata allo svolgersi della manifestazione, ma anche le zone adiacenti, che spesso ospitano masterclass dedicate al vino. Tra queste, una in particolare – dal nome “Tra Cielo e Cenere”, organizzata dalla sommelier FIS Agata Arancio e guidata da Daniela Scrobogna, responsabile del Comitato scientifico FIS – è stata improntata alla valorizzazione del Carricante e delle sue zone d’elezione, dove – una volta imbottigliato – può diventare Etna Bianco Superiore DOC. Tuttavia, per comprendere meglio questa denominazione, non si può non partire dalla storia del territorio in cui essa stessa nasce.

Carricante al calice

E’ nel Comune di Milo che si trovano i migliori vigneti di Carricante per la produzione dell’Etna Bianco Superiore DOC” scrive Salvo Foti nel suo “Etna – I vini del Vulcano”. Del resto, parlare di Milo è parlare di Vulcano: il Paese vive in un rapporto strettissimo con l’Etna, in particolare per le caratteristiche pedoclimatiche uniche che derivano da tale legame. Milo – come noto – si trova sul Versante Est, a circa 750 metri di altitudine; ciò gli consente di beneficiare di un clima più fresco rispetto alle aree costiere sottostanti. Con i suoi 1.500 millimetri di piovosità annua è una delle zone più piovose d’Europa. Le importanti escursioni termiche tra il giorno e la notte, la costante influenza delle correnti provenienti dal vicino Mar Ionio e il suo suolo ricco di minerali, risultato stratificazione di colate laviche alternate a ceneri vulcaniche, che, nel corso dei secoli, hanno modellato il versante, rendono questo territorio la zona in cui il Carricante si esprime al meglio.

Il nostro itinerario parte quindi da due comuni denominatori: uno è, per l’appunto, Milo, l’altro l’annata, uguale per tutti i vini in degustazione, la 2022 (annata di grande equilibrio sul versante est dell’Etna). La prima tappa del nostro viaggio è in contrada Salice, qui l’Etna Bianco Superiore di Azienda di Rachele racconta di un terreno vulcanico – sabbioso, su cui sorge l’alberello tipico dell’Etna. Carricante in purezza, il vino viene lasciato affinare in contenitori di acciaio inox in modo da lasciare intatte le sue caratteristiche naturali: al naso reca sentori di agrumi maturi, in bocca non manca né di sapidità né di persistenza. Degustandolo alla cieca si direbbe con una buona dose di certezza che è un vino dell’Etna, autentico e territoriale. Nella medesima contrada, si può trovare un secondo Etna Bianco Superiore, salendo a 700 m.s.l.m. infatti incontriamo Lindo dell’azienda vitivinicola Iuppa. Carricante in purezza, il 40% della massa affina in Tonneaux e il restante 60% in vasche in acciaio per poi riposare per otto mesi in bottiglia. Il risultato di ciò è un bouquet olfattivo ricco di nocciole tostate e note fumé (non è da escludere che invecchiando possa sviluppare un sentore di idrocarburo). Sapidità e freschezza bilanciano le parti morbide di un vino certamente gastronomico.

Spostandoci in un altro areale, troviamo contrada Praino a circa 650 m.s.l.m. e contestualmente nel suolo si accentua la presenza di “ripiddu” (lapilli e pomice vulcanica eruttiva n.d.r.). Qui troviamo l’Etna Bianco Superiore di Terra Costantino, anch’esso Carricante in purezza, affinato soltanto in acciaio. Tuttavia, seppur lo spostamento non sia macroscopico, lo è il cambiamento dei descrittori del vino: il naso è più orientato sui fiori bianchi e si percepiscono sfumature di note affumicate, in bocca è verticale e fresco, dalla sapidità meno marcata. Il viaggio continua fino a portarci fino all’unico “monopole” dell’Etna, la contrada Villagrande, di proprietà dei baroni Nicolosi Asmundo dal 1727: la storia racconta che il loro compito, una volta acquistato il terreno, fu quello di trasformare “un luogo orrido e incolto in uno splendido giardino”. E così tra i 600 e i 700 m.s.l.m. sorge il Guyot da cui nasce l’Etna Bianco Superiore di Barone di Villagrande, composto al 90% da Carricante e al 10% da altri vitigni autoctoni etnei. Ritorna l’utilizzo del legno, a riprova di come ogni produttore interpreti in maniera singolare il medesimo vitigno: rovere per dodici mesi e un altro anno di bottiglia portano così ad avere un vino dai profumi di erbe aromatiche e dalle note iodate. Comunque, il carattere spigoloso del Carricante emerge ugualmente, con un sorso fresco e minerale.

Etna Bianco Superiore, Azienda di Rachele – Etna Bianco Superiore Contrada Villagrande

In Contrada Volpare, invece, incontriamo ben tre produttori dagli stili differenti. Il suolo, vulcanico – sabbioso, è ricco di minerali; ancora a 700 m.s.l.m. si può osservare il Mar Ionio e tastare con mano la sua influenza sulle uve. Il primo esempio di questa contrada è offerto da Milus di Cantine di Nessuno (Carricante all’80%, altri vitigni autoctoni al 20%). Allevato ad alberello, affina in parte in botte grande di rovere e in parte in acciaio, alla fine riposa circa quattro mesi in bottiglia. All’olfatto offre sentori di frutta a polpa bianca, come mela e pera, oltre ad una interessante sfumatura di zenzero. In bocca è avvolgente e citrico, con una retronasale salmastra. Muovendosi all’interno della medesima contrada si trova anche Primazappa, l’Etna Bianco Superiore dell’azienda vitivinicola Calcagno. Carricante in purezza, allevato anch’esso ad alberello, affina al 50% in acciaio e al 50% in barrique, riposando sulle fecce fini per cinque mesi. Più rustico, riporta un’interessante coerenza di sentori d’agrumi tra olfatto e gusto. A chiudere la rassegna di Contrada Volpare l’omonimo Etna Bianco Superiore della cantina Maugeri, anch’esso Carricante in purezza ad alberello. L’affinamento della massa è così suddiviso: 90% in acciaio, 10% in tonneaux; successivamente riposa sulle fecce fini per 8 mesi. Al naso regala nuances di limone e salvia, in bocca equilibrato con una marcata persistenza.

Il viaggio nei versanti del Carricante però non finisce qui, dato che salendo ancora arriviamo in Contrada Caselle. Qui “i vigneti ad alberello, centenari, si intrecciano con il bosco, i frutteti, i noccioleti e con essi condividono le nere terrazze e il vitale terreno. Le viti non sono mai regolari. Diverse una dall’altra, attorcigliate al loro palo di castagno, sembrano orgogliose della loro irregolarità: ogni vite ha una sua storia che il suo viticoltore conosce bene!”. In questa cornice i vini da Carricante raggiungono elevati picchi di ricchezza in acidità fissa, con l’acido malico che prende il nome di “u montagnolu” e necessita di essere gestito attraverso la fermentazione malolattica. Esempio del vino di Caselle è proprio Vigna di Milo dei Vigneri (l’azienda di S. Foti, gestita insieme ai figli Andrea e Simone): qui il terreno ha un substrato caratterizzato da una grande placca dove affiorano prevalentemente tufi gialli a grana fine grossolanamente stratificati talora con resti vegetali inclusi. Carricante in purezza, vendemmiato seguendo le fasi lunari, affina soltanto in acciaio: al naso porta sentori di sottobosco, agrumi maturi ed erbe aromatiche, come senape e salvia. In bocca è verticale, citrico e deciso: insomma, come direbbero i latini, nomen omen (o, in questo caso, vinum).
Un secondo Carricante che porta sulle spalle il compito di descrivere Caselle è Imbris, l’Etna Bianco Superiore dei Custodi delle Vigne dell’Etna. Le viti ad alberello sorgono a 900 m.s.l.m. su un terreno vulcanico-sabbioso, ricchissimo di minerali, a reazione subacida. Affina diciotto mesi in acciaio e, poi, ventiquattro in bottiglia.  Qui l’impronta di evoluzione fornita dal riposo in vetro è netta, dimostrando come il Carricante possa solo beneficiare di ciò. Agitando il calice, si percepiscono sentori di fiori bianchi e note di miele. In bocca è elegante, l’acidità ben gestita, la mineralità marcata. La rassegna di Caselle si chiude con Biancomilo di Sive Natura, un Carricante in purezza che sosta sulle fecce fini per un anno. Metà massa affina in acciaio, mentre l’altra metà in botti grandi di rovere. Molto interessante e a tratti unica la nota balsamica al naso; intensa e duratura la persistenza.

Ultima, ma di certo non per importanza Contrada Rinazzo. Costantemente ventilata, i suoi suoli sono datati tra i 10.000 e i 2.000 anni fa e presentano lahars, cioè depositi detritici da debris flow (un tipo di frana rapida che consiste nel movimento violento verso valle di una miscela fluida di acqua, fango, sabbia, ghisa e grossi massi n.d.r.) che portano in carico materiale proveniente dallo smantellamento della Valle del Bove. Il clima è piovoso e umido, ma il suolo ha un’ottima ritenzione idrica ed è estremamente fertile. Ad offrirci un primo scorcio di questa contrada, ad 800 m.s.l.m., è una delle aziende più longeve dell’Etna, Benanti viticoltori. Il loro Etna Bianco Superiore, Contrada Rinazzo – che viene prima lasciato sostare sulle fecce nobili per un anno, poi affinare in bottiglia per sei mesi – ha note di anice, agrumi, di erbe aromatiche fresche, come la menta. Percezioni iodate e salmastre anticipano una bevuta piacevole, dove acidità e sapidità si presentano con gentilezza al palato. Chiudiamo questo scorcio con l’Etna Bianco Superiore di Federico Curtaz, Carricante in purezza che affina per ben venti mesi in legno. Nonostante ciò, grazie all’ottima gestione del legno, il vino mantiene alcune delle proprietà organolettiche del vitigno, guadagnando in terziari, armonia ed eleganza. Il rischio che venga scambiato per un cugino francese c’è.

Etna Bianco Superiore Vigna di Milo, I Vigneri – Etna Bianco Superiore Contrada Rinazzo, Benanti

E così, salendo di altitudine, cambiando tipologia di affinamento e non dimenticando l’importanza della bottiglia, scopriamo quante sfumature il Carricante possa assumere: ora più rustico e verticale, ora più ingentilito e rotondo. Questa affermazione fa da apripista alla seguente considerazione: è giocoforza che questa mancata omogeneità di vedute di affinamento implichi il proliferare di diversi stili. Da un lato, ciò è certamente bene, perché consente al produttore di potersi esprimere più liberamente, dall’altro porta con sé un “rischio” non indifferente, cioè che il vitigno passi in secondo piano, diventando non più il dipinto, ma la tela.

Alcuni Carricante possono essere scambiati alla cieca per dei Chablis, ma – perdonando la provocazione – siamo sicuri che ciò sia necessariamente un bene? Alcuni certamente risponderebbero in maniera positiva, altri – invece – potrebbero storcere il naso, dato che un vino identitario dovrebbe in primis far pensare al suo territorio e solo in un secondo momento al resto (metafore incluse).
Non è in conclusione solo in Nerello ad offrire spunti di riflessione e scorci differente del medesimo territorio, l’Etna è anche Bianca. Del resto, come scriveva Mario Soldati in “Vino al Vino”: “così l’Etna Bianco raccoglie e fonde, nel suo pallore e nel suo aroma, nella sua freschezza e nella sua vena nascosta d’affumicato, le nevi perenni della vetta e il fuoco del vulcano”.

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