Vinitaly 2026, la tempesta perfetta sul mondo del vino


A guardare i dati è stato l’ennesimo successo del Vinitaly: oltre 400 aziende, mille buyer stranieri da 130 paesi, centinaia di eventi, 90mila presenze di cui il 26% da 135 paesi e, come ogni anno da quando la consuetudine fu inaugurata da D’Alema nella edizione 2000, presente il governo con la presidente Meloni e i ministri Tajani, Giuli, Urso, Mazzi e Lollobrigida, presidente e assessori delle Regioni, sottosegretari, sindaci. Insomma un parterre che nessun‘altra kermesse fieristica europea può vantare: del resto il valore del vino in Italia supera i 60 miliardi di cui 12, secondo i dati resi noti dall’Unione Italiana Vini, vengono dal mondo della ristorazione con una battuta media a scontrino di 21 euro. Il presidente dell’Ente VeronaFiere Federico Bricolo non nasconde il suo entusiasmo: “Siamo contenti per come è andata, tutto si è svolto alla perfezione, anche la città ha risposto alla grande comn le piazze piene di eventi la sera”.

Del resto è la Fiera del paese dove si produce più vino al mondo, nel 2025 le stime Assoenologi parlando di oltre 47 milioni di ettolitri con un incremento dell’8 per cento rispetto all’anno precedente particolarmente sfortunato, numeri raggiunti grazie agli incrementi produttivi che il Sud ha fatto registrare in maniera significativa nell’ultima vendemmia.
Ma il tema di questa edizione, a dispetto di questi numeri, è stato centrato sulle difficoltà che il settore inizia a verificare, psicologicamente e commercialmente in un periodo in cui si è creata la “tempesta perfetta” sui produttori di uva e di vino.
Non sono mancati altri momenti di difficoltà nelle edizioni passate. A memoria ricordiamo la 2002 dove le cantine si riempirono di invenuto per lo stallo del mercato americano, nostro principale cliente, dopo l’attacco alle Torri Gemelle. E, ancora, l’edizione 2010 dove le cantine tornarono ad essere piene a causa della crisi finanziaria per non parlare degli anni del lockdown che impedì di distribuire l’annata 2019 se non dopo diversi mesi, cosa non male dal punto di vista tecnico ma estremamente complessa per quello dei direttori commerciali.
Ora l’edizione 2026 è un po’ l’insieme di queste cose ma ai produttori e alla organizzazioni agricole non sfugge affatto che c’è qualcosa di più profondo delle incertezze sui dazi e delle guerre, più profondo delle stesse regole sulla guida in stato di ebbrezza che non sono cambiate sui limiti ma sulle conseguenze e che hanno abbattuto di colpo i consumi del 20 per cento a partire dal gennaio 2025. Più profonde anche degli allarmi salutistici lanciati sui social da nutrizionisti a caccia di like in ossequio alla legge che per farsi notare sui social bisogna essere divisivi e attaccare le icone di qualsiasi settore con la solita frase “nessuno ve lo dice ma ora ve lo spiego io”. Per dirla con Riccardo Cotarella, presidente nazionale dell’Assoenologi, è “masochismo enogastronomico italiano” in cui è uno sport parlare male di vino, pasta e olio che costituiscono lo scheletro della cucina italiana riconosciuta Patrimonio Immateriale dall’Unesco.
Il tema è che sono cambiate le abitudini alimentari e che, soprattutto, le fonti da cui si attingono le informazioni in un momento in cui il mondo del vino italiano, reduce dai clamorosi successi degli anni ’90, è ancora fermo ad una comunicazione dell’era pre-internet.
La verità è che in un mondo dove bisogna evitare di superare i due secondi per non perdere l’attenzione, il mondo del vino si presenta lento, difficile, poco inclusivo, complicato e, diciamola tutta, anche poco instragrammabile a differenza, per fare un esempio, della pizza, cibo antico che però è moderno, talmente moderno al punto che i giovani puntano decisi sullo stile napoletano della ruota di carro.

Il caso Campania

In questo panorama la Campania, presente in un padiglione logisticamente perfetto, ossia proprio di fronte all’ingresso principale Cangrande, bene organizzato per province e con un programma ricco e variegato che è andato dall’abbinamento con la pizza alle diverse degustazioni delle tipologie, ha molte carte da giocare in questo momento di cambiamento. In primo luogo perché ha una biodiversità e una identità riconosciuta anche al di fuori dei confini territoriali e una produttiva ben equilibrata grazie al lavoro svolto dal 1993 in poi sempre in continuità, dagli uffici dell’assessorato all’Agricoltura. In secondo luogo perchè il tema delle cantine piene, pesantissimo nelle regioni più importanti, è relativo in una regione dove si produce meno di quello che si consuma grazie ai flussi turistici. Bisogna poi valutare che i vini campani, come tutti quelli del Sud, hanno un rapporto fra qualità e prezzo ancora favorevole e che dunque incidono meno sui rincari fatti dal mondo della ristorazione che ha reso inaccessibili alcune etichette al pubblico italiano altro elemento di crisi che compone la tempesta perfetta di cui abbiamo parlato. La pattuglia campana delle 170 aziende guidate dagli assessori all’Agricoltura Maria Carmela Serluca e alle attività produttive Fulvio Bonavitacola oltre che dai presidenti della Camere di Commercio di Napoli Ciro Fiola e di Caserta Michele de Simone. La sinergia fra le diverse componenti istituzionali è ormai consolidata da oltre 25 anni, così come quella delle associazioni. “Abbiamo scelto – ha dichiarato Maria Carmela Serluca – di unire il mondo del vino a quello della vela, con un concept creativo fondato su un filo narrativo chiaro e potente, che interpreta i vitigni campani con metafore nautiche, in riferimento al grande evento velico nel Golfo di Napoli nel 2027. A Verona abbiamo inoltre valorizzato il contributo delle donne del vino, portatrici di una visione inclusiva e di un approccio sostenibile, e capaci di orientare la cultura enologica verso modelli sempre più innovativi”.

In questo contesto così complicato le opportunità si formano per chi sa prendere al volo la strada giusta senza restare fermo. La Campania, una goccia nel mare di vino italiano, dal punto di vista della qualità non ha nulla da invidiare a nessuno, mentre può essere invidiata per la diversità, la storicità e la sua aderenza ad alcuni dei luoghi più spettacoli e conosciuti del mondo. La chiave di uscita è semplice: seguire l’esempio di Napoli, mettere nel bicchiere non i sentori di ciclamino raccontando le storie del nonno che fanno molto ufficio marketing e poca autenticità, ma far bere l’istinto, la gioia di vivere il presente la creatività. Si dice che il vino riflette le genti che lo producono e i territori dove si bevono. Dunque la Campania deve fare la Campania senza porsi il problema di imitare nessuno: molto meglio il nostro dialetto che il caricaturale anglo-milanese, è il modo migliore per far innamorare l’algoritmo e vincere.

articolo pubblicato sul Mattino il 16 aprile 2026

Un commento

  1. Non “scetare” il cane che dorme.Anch’io sono convinto che i prezzi dei vini campani siano sottostimati ma…….non è il momento di aizzare gli animi perché come giustamente detto non essendo una regione iper produttiva i viticoltori,secondo il mio modesto parere,non devono far altro che tenere alto il livello qualitativo e la crisi passerà senza creare danni se non agli sprovveduti o improvvisati che purtroppo ci sono anche nella nostra regione. FRANCESCO

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