Don Anselmo 1994 Aglianico del Vulture doc

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Don Anselmo 1994 Aglianico del Vulture doc Paternoster

PATERNOSTER
Uva: aglianico
Fascia di prezzo: fuori commercio
Fermentazione e maturazione: acciaio e legno

Altri quattro anni di invecchiamento hanno fatto assolutamente bene all’Aglianico di Paternoster. Lo sorseggiamo lascivi, come bicchiere della staffa, direttamente dalla cantina dell’Oasis di Vallesaccarda, una vera miniera di sensazioni per gli amanti delle bottiglie che contano nella vita.

Naso pieno di frutta e di rimandi leggermente tostati, bocca di una vivace freschezza, corpo, lungo, chiusura piacevolmente sapida. Il vino ha esattamente i 18 anni dell’età dell’uomo, deve ancora dispiegare tutta la sua maturità, ennesima dimostrazione della capacità dell’Aglianico di dominare il tempo. Bevo questo bicchiere, il momento difficile del Vulture me  lo rende un po’ malinconico, più che una traccia di quel che sarà, queste bottiglie storiche rischiano di testimoniare quel che avrebbe potuto essere.

La retroetichetta del Don Anselmo 1994

Scheda del 26 dicembre 2008.
Della importanza del commercio nell’invecchiamento dei vini

Gli amici di Facebook già si aspettavano questa segnalazione perché il Don Anselmo è stato il mio rosso clou di Natale, speso su un tradizionale capretto lucano passato al forno con le patate. Un bicchiere ricco di conferme e che mi ha lasciato davvero molto soddisfatto: a distanza di quindici anni la bottiglia, sebbene conservata in una cantina con tutti i crismi, si presentava perfetta ad eccezione della etichetta, segnata dal tempo e dall’umidità. Il tappo era ancora asciutto per un terzo, segno della buona tenuta e della possibilità di proseguire il suo lavoro per qualche annetto. Il colore si presenta granato, non particolarmente concentrato, con qualche vaga sfumatura rubino sull’unghia, a conferma di una sostanziale tonicità del vino che, lo ricordiamo, nasce da una selezione di uve e non è una espressione di cru, anche perché all’epoca gli attuali vigneti da cui poi è nato il Rotondo non erano ancora entrati in produzione. Il naso ha piacevoli toni inizialmente accennati di confettura di amarena, poi tabacco, caffé, cuoio rivelando una evoluzione conseguente e senza sbavatura, nessun cenno ossidativo. In bocca è stato poi il grande valzer ballato dall’acidità ancora vibrante e potente, i tannini dell’Aglianico appena appena addomesticati dal tempo, il tutto supportato da una base alcolica presente ma non esuberante e, ovviamente, da una buona struttura che ha reso possibile il lavoro di abbinamento a tavola con piatti tradizionali e strutturati. Un rosso di grande bevibilità grazie alla assenza di concentrazione e all’equilibrio delle diverse componenti, la bottiglia è rapidamente finita tutta.
Ancora una volta la magia della terra nera si è avverata, confermando quanto praticamente ormai è acclarato da più parti, ciioé la possibilità dell’Aglianico di evolvere attraversando con grande faciltà e senza particolari accorgimenti gli anni. Ma il punto, amici, non è solo resistere all’ossidazione, processo a cui tutti siamo sottoposti, nel gioco dell’ossigeno che ci da vita e ci invecchia, quanto presentare caratteri evolutivi più interessanti. Infatti la domanda che bisogna sempre porsi, molto sempice, è questa: cosa ci aspettiamo dall’evoluzione di questo vino se non lo apriamo subito? Migliorerà o peggiorerà? Oppure resterà semplicemente uguale a se stesso? Sappiamo bene che è molto difficile rispondere a queste domande se non si hanno delle comparazioni, numerose comparazione di bottiglie conservate nel tempo. Ora dell’Aglianico si è sempre detto molto sulla sua capacità di invecchiamento, ma poco in realtà si sa sulla sua evoluzione perché le uniche collezioni presenti che vanno oltre il 1990 sono quelle di Mastroberardino. Poi c’è Paternoster. Non a caso le due aziende storiche e commercialmente evolute della Campania e della Basilicata. Bene, la conferma mia personale di questo Natale è stata che l’Aglianico del Vulture non si discosta dalle caratteristiche del Taurasi: sono adesso necessarie molte altre conferme, ma per averle dovremo aspettare ancora qualche anno, diciamo a partire sostanzialmente dal 1996 con alcuni Taurasi dei Feudi e di altre aziende che hanno poi iniziato a produrre. Purtroppo non sempre gli archivi aziendali sono stati mantenuti, diciamo quasi mai, e molto di questo lavoro che ci attende dipende dalla capacità degli appassionati di aver saputo aspettare e dei ristoratori intelligenti che si sono creati delle verticali.
Sembra incredibile ma è così: neanche i nomi di maggior grido hanno resistito alla voglia di vendere tutto nei primi anni di produzione. Questa situazione di assenza di punti di riferimento rivela quanto lavoro sia necessario svolgere e quanto sia drammaticamente arretrata e assente la consapevolezza commerciale nel Sud dove il prodotto viene sempre venduto al migliore offerente secondo la filosofia del carpe diem. Pochi hanno avuto l’orgoglio, diciamo semplicemente la curiosità, diciamo ancora più semplicemente l’intelligenza, di conservare le annate più vecchie. Del che la conferma della regola di come siano i commercianti e non i contadini, se pure ci fosse qualche dubbio, a fare grandi i vini. Lo scambio regala disciplina, puntualità, reperibilità, capacità di relazionarsi, aggiornamento, visibile possibilità di superare i momenti difficili senza panico, aurea calma di regolare l’esosità durante il periodo delle vacche grasse. Dunque, in conclusione, che l’Aglianico resista nel tempo lo sappiamo quel centinaio di esperti e giornalisti che ha avuto occasione di bere qualche bottiglia oltre i dieci anni, qualche collezionista e una decina di produttori. Le degustazioni confermano la possibilità di evoluzione di questo vitigno che sicuramente non teme alcun confronto quando è lavorato nella sua area di vocazione, ossia tra Irpinia-Taurasi, Sannio-Taburno e Vulture. Un po’ poco per creare quella tradizione commerciale necessaria a giustificare alti prezzi delle bottiglie e il rispetto dei consumatori verso una tipologia di vino a prescindere. Ecco perchè in realtà siamo davvero ai primi passi, l’abbondanza di annate a disposizione sostanzialmente parte dalla 2000 e solo tra cinque o sei anni potremo iniziare ad essere più precisi sui territori, i cloni, i processi di lavorazione. Anche grazie alla crisi che ha restituito a tutti la misura delle cose obbligando a ripensamenti sui prezzi e sulla necessità di riempire di contenuti la propria bottiglia. Invitando alla serietà.

Sede a Barile, contrada Valle del Titolo
Tel. 0972.770224, fax 0972.770658
Sito: http://www.paternostervini.it
Enologo: Sergio Paternoster
Bottiglie prodotte: 150.000
Ettari: 10 di proprietà e 10 in affitto
Vitigni: aglianico, fiano

5 commenti

  • Denny

    (3 maggio 2012 - 10:47)

    Qualche settimana fa “mi sono permesso” di aprire una bottiglia di 1999.
    Beh, che dire…..uno spettacolo di vino!!! Sembrava un vino di 2/3 anni, pieno, ricco ma austero allo stesso momento, sicuramente avrei potuto tenerla ancora un pò (tappo permettendo) ma sono soddisfatto di averla aperta e gustata in compagnia.
    Grandissimo Vino!!!
    Nella stessa sera ho aperto un “Rotondo” del 2003 (annata calda) che al cospetto del Don Anselmo era un anziano senza viagra e senza parrucchino…..
    Prosit

  • piero bianco

    (3 maggio 2012 - 23:03)

    ho nella mia piccola cantina una ultima bottiglia di Don Anselmo del ’97, che guardo sempre con preoccupazione chiedendomi se non sia il caso di aprirla.
    Mi avete fatto venir voglia di coccolarla ancora per qualche anno.
    Non ho invece compreso perchè nell’articolo si fà riferimento ad un momento difficile per il comprensorio del Vulture. Cosà c’è di diverso rispetto alle difficoltà del vino e delle aziende di tutta Italia in questo periodo di crisi?

    • luciano pignataro

      (4 maggio 2012 - 00:59)

      Molte aziende hanno voglia di mollare, altre sono in vendita, qualcuna ha subito divisioni

      • Denny

        (4 maggio 2012 - 11:07)

        Sarebbe un vero peccato se una zona dalle mille possibilità e vocazioni tornasse all’oblio e all’abbandono.
        Sicuramente questa parola “CRISI” sta facendo la sua parte però spero che ciò sia da monito e rafforzi le aziende che eroicamente stanno facendo un grosso lavoro con tanta passione e per rilanciare l’economia di una regione che ha molto da offrire ma che ancora non si è espressa al massimo anche per il carattere schivo della Gente Lucana.
        Certo è che se le aziende in vendita fossero acquistate da gente competente e con voglia di fare ciò sarebbe solo positivo (es. Grifalco), anche se provenissero da altre regioni

        • luciano pignataro

          (4 maggio 2012 - 11:39)

          In questa situazione ci sono cause oggettive, come le piccole dimensioni della Basilicata e il suo scarso popolamento
          Poi cause politiche, perché la Regione ha solo annnusato temi, cambia un assessore all’Agricoltura ogni sei mesi e chi arriva non ha memoria di quello che è stato fatto
          Poi causa normativa: la piramide dove essere, come in Irpinia, Aglianico del Vulture docg, Vulture doc, Basilicata igt. Invece abbiamo una docg e una doc che si chiamano praticamente allo stesso modo per consentire di imbottigliare la doc fuori territorio di elezione. Un’assurdità che aiuta a sopravvivere forse nell’immediato ma è come quello sull’albero che sega il ramo su cui è seduto.
          Infine ci sono cause psicologiche e antropoliche tipiche del Sud: paura del vicino, piccole invidie, incapacità di capire che bisogna essere numerosi se si vuole contare.
          Questa è la mia opinione su un territorio che no adoro, di più: amo

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