Exultet 2006 Fiano di Avellino docg | 89/100, la Gaia Scienza di Luigi Moio

Letture: 453
Exultet 2006 Quintodecimo

QUINTODECIMO

Uva: fiano di Avellino
Fascia di prezzo: nd
Fermentazione e maturazione: acciaio e legno

Vista 5/5. Naso 27/30. Palato 27/30. Non Omologazione 30/35

Ed eccoci a quasi tre anni a riprovare  il primo Exultet di Quintodecimo. Un Fiano di un millesimo non memorabile che però conferma alcune valutazioni di fondo, prima fra tutte il progressivo riequilibrio tra legno e frutto con il passare del tempo. Rispetto alle versioni successive, la prima apparve un po’ carica di note balsamiche dolci dovute proprio alle barrique nuove, a dopo quasi nove anni possiamo essere più che impressionati dalla prova del Fiano di Luigi Moio sul lungo periodo. Un vino ancora giovanissimo, fresco, assolutamente integro e affascinante, avviato su un percorso di lungo periodo con molto baldanza ed eleganza.
Le note dolci, che prevalgono al naso, sono bilanciate al palato da tanta acidità vibrante oltre che dalla nota amarognola finale che lascia ben pulito il palato. La dimostrazione che si può ragionare su un progetto di lunghissima portata sul Fiano di Avellino.
Avevamo già provato Via del Campo 2006 e ne eravamo rimasti ben impressionati dalla tenuta. Adesso Exultet ci conferma la marcia in più di questi bianchi da collezione.

Exultet 2006 Fiano di Avellino docg

Scheda del 9 gennaio 2012. Un vino è grande quando supera il tempo. Può farlo di slancio, come capita a tantissimi Fiano di Avellino, oppure perché dietro c’è un progetto preciso e articolato, ed è il caso dell’Exultet 2006.

Come tutte le persone proprietarie di idee chiare, Luigi Moio è destinato a dividere, soprattutto la critica specializzata: molti infatti hanno espresso vivaci dubbi sull’eccessivo uso del legno a discapito della forza del frutto. In effetti tra rosso e bianco si gioca quasi a parti rovesciate, ché il primo, soprattutto se si tratta di vitigni strutturati come l’Aglianico o il Nebbiolo, con il legno si presenta sempre più pronto mentre il secondo regala bevibilità proprio quando è lavorato solo in acciaio.

In realtà, conoscendo la formazione francese di Moio non si dovrebbero avere molti dubbi che i suoi vini sono stati fatti per essere bevuti sul lungo periodo. Il mercato, a dire la verità, li premia sempre giacché la domanda supera l’offerta, a dimostrazione forse che la critica specialista resta, in questo come in altri segmenti, molto poco influente sotto l’aspetto commerciale in Italia. Però bere adesso l’Exultet 2006, la prima annata di Quintodecimo, è sicuramente molto più appagante di sei anni fa: ci è capitato di farlo durante la festa degli auguri irpini organizzata da Giovanni Mariconda a Taberna Vulgi: effettivamente il bianco solo adesso inizia ad equilibrarsi, esplicitando una pera fresca e saporita assediata da note speziate, timo, erba da campo. In bocca la potenza dell’Exultet è assoluta: la beva è dinamica, veloce, piacevole.

Secondo noi, il Fiano di Luigi Moio è solo all’inizio del suo cammino perché, per quanto paradossale possa sembrare a chi non è esperto di vino, proprio adesso si apre il periodo favorevole alla stappatura del Fiano. Troppo tempo? Dipende: se si vuole bere ci sono tanti vini d’annata buonissimi, ma se avete voglia di emozionarvi, allora sei anni di attesa per questo grande bianco sono assolutamente pochi.
Scheda del 31 marzo 2011. Allora, nel mondo del vino funziona più o meno così in parte dell’ambiente della critica enologica.Mettiamo vi piaccia lo stile gotico e incontrate una chiesa barocca, in tal caso l’osservazione più gentile che vi potete sentir dire è: non è una chiesa. E viceversa. Così da tempo ci si divide sull’autentica interpretazione del territorio come valore fondante di un vino, ossia in quanto capace di esprimere diversità e dunque curiosità. La qual cosa per il vino è molto difficile in Italia fatte alcune piccole eccezioni tra le quali ci sentiamo di annoverare sicuramente il Fiano di Avellino e il Greco di Tufo che esprimono modelli comportamentali molto precisi al naso e in bocca, soprattutto se trattati solo in acciaio.

Detto questo chiuderemo mai la strada alle sperimentazioni, all’introduzione di modelli di vinificazioni importati da un paese come la Francia che ha molta più esperienza in questo campo?
E se questa ricerca ha rigore agricolo, etico, commerciale ed enologico potremmo mai dire che non siamo in presenza di un Fiano di Avellino? Sembrano questioni di lana caprina, ma spesso l’accusa di taroccare il vino non riguarda l’introduzione di agenti chimici o di vitigni non dichiarati. No, semplicemente basta anche un passaggio in legno per far scattare l’accusa di «tradimento» al territorio.
Queste questioni che dividono la critica sono assolutamente irrisorie per i consumatori e noi vi diciamo semplicemente che ci troviamo di fronte ad un Fiano da attendere una decina di anni prima di veder compiuto il progetto enologico di Luigi Moio.
A distanza di cinque anni, ad esempio, provato sui nuovi piatti di Gennaro Esposito, ci troviamo di fronte ad un vino ricco di personalità, con il legno in buon bilanciamento con il frutto, la spinta acida molto persistente e capace di reggere l’impianto, di ottima abbinabilità alla cucina di mare. Un capolavoro, insomma, che però vi consigliamo di lavorare ancora con la vostra capacità di aspettare.
Usando come consumatore quel buon senso che spesso manca ad alcuni degustatori con i paraocchi o che, più meschinamente, provano ad emergere dall’anonimato parlando male di chi ha fatto la storia.


Assaggio del 6 marzo 2009. Non è difficile rimanere affascinati dall’opera del professore Luigi Moio e dei suoi vini. In principio, una quindicina di anni fa, capitava non di rado di sentirsi rispondere – Moio chi? Ah sì, quello di Mondragone! – e con le dovute spiegazioni si riusciva a far comprendere che vi era tra quei Moio divenuti popolari per il loro Falerno Primitivo, un figlio, Luigi, enologo talentuoso che girava il mondo a mietere esperienze e si avviava con consulenze prestigiose ad iniziare a scoperchiare quel meraviglioso mondo dei vitigni autoctoni campani che si sono poi affermati negli ultimi anni. Grande tecnico Luigi Moio, sua la firma su tanti vini prestigiosi campani eppur mai domo, sempre alla ricerca di un risultato superiore, convinto di un potenziale degli autoctoni campani ancora inespresso ed inesplorato. E’ di questi profondo conoscitore, importanti, anche ai fini scientifici i suoi lavori sulla Falanghina, ha contribuito grazie a Peppe Mancini al successo del Casavecchia e del Pallagrello bianco e nero, molti si aspettano grandi cose dal suo progetto di studio sull’Aglianico tutt’ora in atto. Fondamentale a questo punto l’incontro con Antonio Caggiano in terra taurasina (siamo nei primi anni ’90), che diede il via al matrimonio d’amore con l’amata terra Irpina, patria d’elezione di questo vitigno, che porterà dopo poco più di un decennio alla nascita del progetto Quintodecimo a Mirabella Eclano: il vigneto giardino, il vino come essenza della terra, di una filosofia vitale a cui è impossibile rinunciare.
Il primo vino nato in questa nuova dimensione è stato proprio un Aglianico, il Terra d’Eclano venuto fuori proprio dalle vigne nel cuore del Taurasi docg ma volontariamente presentato al mercato come igt, seguito poi da due vini, il Nerochiaro ed il Rosachiaro disponibili esclusivamente per le degustazioni in cantina. Successivamente sono stati presentati sul mercato due vini bianchi, la Falanghina Via del Campo prodotta da uve conferite dalla vicina area del Beneventano, a pochi passi da Mirabella Eclano, e il Fiano di Avellino Exultet presentati entrambi con il millesimo 2006 lo scorso anno e che anticipano di almeno un paio di anni quel che sarà il gioiello aziendale, il Taurasi Riserva di cui già si fa un gran vociferare se non altro per il suo elevato prezzo franco cantina che sforerà probabilmente i 70 euro. L’attendiamo nel bicchiere, come sempre giudice infallibile di quel che sarà di una aspettativa così alta che mira oltretutto a dare una sferzata d’orgoglio campanilista in un momento economico così difficile. L’Exultet è certamente un vino bianco complesso ed intrigante, ha il colore di un bel giallo paglierino cristallino nonostante di solito ad oltre due anni dalla vendemmia è ipotesi plausibile immaginare un colore più maturo, ma qui la veste cromatica è addirittura ancora “verde”. Il naso è molto piacevole, dapprima erbaceo, poi maturo nelle sue sfumature fruttate con un netto e finissimo sentore di nocciola. Vengono fuori con l’aumento della temperatura anche note burrose e minerali. In bocca è fresco, abbastanza intenso e persistente, richiama una certa polposità del frutto seppur non del tutto disteso ed espressivo. Non mancheranno, le prossime vendemmie a delinearci un profilo più altisonante per questo vino, degno insomma del miglior Moio; Aspetto personalmente le prossime uscite, il 2007 è stato certamente un millesimo più felice in Irpinia, per non dire entusiasmante, capace forse di mostrarci appieno la mano sublime dell’artefice. In poscritto una nota d’impressione, degustato dapprima alla cieca mi ha condotto con il suo imprinting olfattivo e gustativo immediatamente in terra di Francia, Chablis e dintorni, poi svelata l’etichetta la sorpresa, pur piacevole. Anche in questo caso è decisamente importante il prezzo, ad oggi, il Fiano di Avellino più “costoso” sul mercato, ma chi vuole camminare queste vigne…
Questa scheda è di Angelo di Costanzo

 

Assaggio del 5 aprile 2008. Quando il professore sale in cattedra non ce n’è per nessuno. Questo Fiano conferma ancora una volta che un vino, come ci ricorda Luigi Moio nel suo catalogo aziendale, nasce anzitutto dalla testa, dal progetto, da una idea di governo del territorio perché la terra senza l’uomo è solo un valore astratto, senza alcun significato. E poi, magnifico, far esordire al Vinitaly un Fiano del 2006 nella cui retroetichetta c’è scritto che va conservato per almeno una decina d’anni: così si fa se si vuole fare buona agricoltura, se si è sicuri delle proprie possibilità. Il problema dell’Italia, dice il professore, è nella mania di inseguire il mercato invece di imporre il proprio stile, produttivo e commerciale, al resto del mondo, proprio come si è fatto in altri campi, a cominciare dall’urbanistica e dalla moda. Se non ci fosse questa mentalità da bottegai non ci sarebbero neanche problemi come quelli di questi giorni relativi alla vicenda di Montalcino. Il Fiano mi ha stordito per la sua eleganza, lo avevo provato ancora in barrique ed ero, vi confesso, un po’ preoccupato per la capacità di un’annata non facile per i bianchi di esprimersi ad alto livello con personalità e determinazione. Invece, come al solito, sei, sette mesi di elevamento in vetro hanno fatto nascere il cigno dal brutto anatroccolo, con un legno oggi definito poco invasivo, che regge la sostanza di uno scheletro di acidità imponente e incredibile, capace davvero di tirare dritto alla lunga senza alcun problema. Un Fiano da collezione, insomma, che si può iniziare a godere adesso per i prossimi quattro, cinque anni grazie alla frutta e alla poliedricità olfattiva in continua evoluzione, uno spettro che varia dalle erbe di campo alle spezie, alla frutta bianca spaccata fresca, sino allo zafferano. In bocca, oltre alla struttura e alla freschezza, l’alcol appaga la beva in modo suadente e decisivo con un finale lungo, eterno, capace di portare dalla realtà all’irrealta per citare la definizione del vino di Luigi Veronelli. Un bianco talmente straordinario da essere vino di meditazione, anche se è assolutamente abbinabile, per esempio al risotto con la trippa di baccalà del Desco di Verona, uno dei piatti-capolavoro della cucina italiana in questo momento che ho goduto insieme ai miei amici Silvia, Patrizia e Isao. Credo che questo Fiano rappresenti le colonne d’Ercole per Luigi, come per Bruno lo è stato con l’Antece, la voglia di trovare un passo al di fuori delle piste battute dagli altri e creare con il bianco qualcosa di memorabile. Una impresa di cui la Campania ha assoluto e disperato bisogno perché non è possibile essere gione bianchista senza annate da raccontare alle generazioni che verranno dopo di noi..

Sede a Mirabella Eclano, via San leonardo
Tel e fax 0825.449321
www.quintodecimo.it
info@quintodecimo.it
Enologo: Luigi Moio
Bottiglie prodotte: 32.000
Ettari: 9 di proprietà più 3 in fitto
Vitigni: aglianico, fiano, greco e falanghina

12 commenti

  • giulia

    (31 marzo 2011 - 08:25)

    mi sembra che finalmente si vedano segni che vanno in questa direzione anche in campania, non ancora tanti, ma…. eppur si muove:)

  • Angelo Di Costanzo

    (31 marzo 2011 - 08:50)

    Quella sera, in quel vino già cantava l’anima, predicava però pazienza; il viaggio, era appena cominciato! Laura e Luigi sono persone deliziose.

  • giulia

    (31 marzo 2011 - 09:55)

    E lUIGI QUANDO è IN VENA CANTA E SUONA:)

  • Raffaele Pagano

    (31 marzo 2011 - 11:09)

    Belle parole. Davvero, ed ovviamente grandi Vini. Penso sia un modo diverso, alto di leggere l’Irpinia. Abbiamo bisogno di Artigiani-Imprenditori. Gaja docet.

  • guido invernizzi

    (31 marzo 2011 - 13:49)

    Complimenti innanzitutto per l’ articolo sull’ Exultet. Chiaro, esaustivo e soprattutto capace di comunicare a tutti le emozioni trasmesse da questo vino. Vorrei approfittare dell’ occasione per ricordare a tutti gli amici del Blog due memorabili serate tenute in questo mese dal Prof Luigi Moio nella prestigiosa cornice del Grand Hotel Westin Palace di Milano, delegazione dell’ AIS. Nella prima serata dedicata agli aromi dei vini bianchi sono stati sviscerati tutti gli aspetti teorico – pratici, chimico – organolettici dei profumi presenti nel vino con una lezione magistrale di taglio universitario ma spiegata al grande pubblico con straordinaria chiarezza e semplicita’. Dico grande pubblico in quanto vi erano 100 partecipanti, quasi tutti degustatori ufficiali dell’ AIS, e altri 40 in lista d’ attesa. Nella seconda serata e’ stata presentata l’ Azienda Quintodecimo, la sua filosofia produttiva, con degustazione di due diverse annate di falanghina, fiano, greco e aglianico ” Terre di Eclano “. Anche qui tutto esaurito come sopra con un pubblico entusiasta pronto a carpire ogni parola del Professore sulla produzione e la degustazione dei prodotti. Ora penso bisognera’… replicare per i tanti esclusi con la prospettiva di un’ ulteriore serata sugli aromi dei vini rossi. E’ stato un grande piacere davvero, per l’ AIS Milano, per la Campania e per il mondo del vino in generale aver potuto assistere a due eventi di cosi’ grande spessore culturale presentati in modo veramente completo chiaro e coinvolgente da un Campano doc come il Prof Moio.

  • Luca Miraglia

    (31 marzo 2011 - 16:24)

    “… chiuderemo mai la strada alle sperimentazioni, all’introduzione di modelli di vinificazioni importati da un paese come la Francia che ha molta più esperienza in questo campo?”
    No, certamente non potremmo (e non vorremmo) farlo, specialmente nei confronti di un’autorità assoluta come il Prof. Moio, che porta lustro e rilievo internazionali alla scienza vitivinicola italiana; solo, sommessamente, ci farebbe piacere osservare che il “vignaiolo” Luigi Moio ha fortemente voluto offrire – sin dai criteri realizzativi della propria azienda – un’interpretazione assolutamente personale (e, direi, non replicabile da parte di altri) di ciò che sarebbero diventati, ed oggi sono, i “suoi” vini, plasmendo in base alle proprie immense conoscenze le tipologie vinicole caratteristiche dell’areale in cui, da vignaiolo, opera.
    E tale soggettività interpretativa la ritrovo nel “virgolettato” di alcuni miei appunti annotati durante una delle prime degustazioni ufficiali dei vini di Quintodecimo, qualche anno fa: il Professore sosteneva che “i miei vini rossi voglio che li possiate bere immediatamente, mentre i bianchi dovete aspettarli dieci anni”.
    D’altra parte, mi sembra che le svariate, e ripetute, recensioni dei suoi vini confermino appieno tale assunto: dunque, vini splendidi, dalle mille sfaccettature, che rimandano alla Loira, alla Borgogna, però… qual’è il loro legame con il territorio nel quale, comunque, nascono?

  • vincenzo busiello

    (3 aprile 2011 - 00:12)

    Ho conosciuto l’azienda Moio di mondragone, ho conosciuto bruno fratello del prof (bruno è molto simpatico,schietto e verace), ho conosciuto lo zar michele,ho bevuto e fatto bere molto del loro vino che è buono .
    Non conosco il professore, per mia sfortuna.
    Perchè questo cappello?
    Perchè vorrei chiedergli:
    perchè il vino di suo padre che è un vino vero, buono ,e che sicuramente ha anche l’ impronta del prof., costa poco?
    perchè il suo Taurasi costa tanto in assoluto e sproporzionatamente tanto in relazione ai grandi taurasi di altri produttori:
    Di Prisco, Urciuolo, Perillo, molettieri,romano soccorso etc ?
    La strada da Lei intrapresa non può essere “diseducativa” per i produttori che stanno coi piedi per terra?
    Devo sottolineare che io voglio veramente capire, senza voler polemizzare, perchè un vino debba costare tanto (non mi interessa la risposta che ne esistono di più costosi in Italia e nel mondo….).
    Resto in attesa, se il prof si vuole concedere , di una spiegazione sincera,onesta e illuminante.
    PS dire che i vini non devono avere certi prezzi, non è peccare di qualunquismo.

    • Luigi Moio

      (3 aprile 2011 - 10:12)

      Intanto saluto tutti gli amici del blog di Luciano che con le loro opinioni hanno contribuito ad arricchire il piccolo dibattito sul mio EXULTET. Approfitto per invitare il signor Busiello a Quintodecimo. Avremo modo di conoscerci e, con piacere, approfondire tutti gli aspetti relativi al costo del Taurasi riserva VIGNA QUINTODECIMO.

      Buona domenica a tutti.
      Luigi Moio

      Quintodecimo – Via San Leonardo, 27 – 83036 Mirabella Eclano – Tel. 0825.449321 – info@quintodecimo.it

  • enrico malgi

    (9 gennaio 2012 - 14:53)

    Ciao Guido, noto con piacere che continui ad interessarti, ad appassionarti ed a promuovere i vini campani fuori territorio e questo mi fa molto piacere naturalmente. In special modo, poi, i vini del prof. Moio rappresentano gli archetipi della consolidata qualità dei prodotti dalla nostra regione degli ultimi anni.
    Vedi che il mese prossimo probabilmente ci possiamo vedere a Gallarate da Raffaele, oppure da te a Novara, va bene? Poi ti farò sapere.
    Abbracci.

  • gp

    (27 dicembre 2014 - 18:35)

    Pur non essendo diabetico, trovo indigesta questa sequela di zuccherosi peana — nonché incoerente che non la si accompagni con la richiesta di istruire immediatamente una pratica di beatificazione in vita, da rivolgere al Santo Padre. Mi viene da ripetere a mo’ di scongiuro la frase fulminante del Galilei di Brecht: «beato il Paese che non ha bisogno di eroi».

    Mi fa anche effetto questo ritorno di una frase tipica dei tristi anni ’90, quando di fronte a liquidi tanto gravati da un fracco di legnate da risultare veri e propri “vini per castori” (copyright Andreas Maerz), il mantra che si sentiva ripetere dai tanti (a)critici che li premiavano era: “vedrete tra 5-10 anni quando l’avrà smaltito fino all’ultima scheggia”. Peccato che di fronte a questo concetto revenant non resti altra scelta che credere (o non credere, nel mio caso) sulla parola, visto che le bottiglie di Exultet 2006 ancora in circolazione si conteranno ormai sulla punta delle dita.
    Comunque chi ha conservato almeno un po’ di attitudine alla logica, se non di senso critico, dalla lettura dell’ultima entusiastica recensione dovrà concludere che il prof. Moio si starà mangiando le mani per avere dato retta alle sirene che gli suggerivano di ridurre la soma di legno da caricare sulle spalle dei suoi vini, visto che la ricetta originaria si è rivelata così esatta. Sarebbe allora il caso che il beato prof. osasse andare controcorrente, ripristinando fin nei dettagli il protocollo di quella prima edizione che oggi fa tremare la Borgogna intera…

    • Luciano Pignataro

      (27 dicembre 2014 - 19:09)

      Caro Gp
      come tutte le persone che lasciano il segno Moio divide, ed è bene che sia così. Noi, non ne facciamo mistero, riteniamo che la sua presenza in Irpinia sia stato uno degli elementi determinanti nel salto di qualità registrato negli ultimi vent’anni. La sua è una azienda molto ben impostata e che ha successo grazie ad un posizionamento sul mercato che molti farebbero bene ad imitare invece di mettersi a combattere abbassando i prezzi sino a sqalificare le docg.
      Quanto all’Exultet 2006, ne ho qualche altra bottiglia e sarà un piacere condividerla. Non è il mio Fiano preferito però faccio anche un ragionamento che può essere sbagliato. Finché ci limitiamo all’uso dell’acciaio difficilmente si potrà passare di livello, per quanto alti siano i risultati raggiunti dai Marsella, Clelia Romano, Antine Gaita, Picariello.
      Non resta dunque che sperimentare anno dopo anno e aggiustare il tiro a seconda delle caratteristiche delle annate.
      Laicamente parlando, se possibile:-)

      • gp

        (28 dicembre 2014 - 15:54)

        Grazie della garbata risposta.
        La questione se il legno rappresenti un punto di passaggio obbligato per la crescita della denominazione Fiano di Avellino è una di quelle cruciali. Intanto bisognerebbe distinguere tra legno piccolo (come nel caso di Quintodecimo) e grande, nuovo e non nuovo. Per esempio, un vino considerato da molti uno dei più grandi bianchi italiani, il Villa Bucci (Castelli di Jesi Verdicchio ris. cl.) fa legno grande e non nuovo, in una denominazione (il Verdicchio Castelli di Jesi) in cui prevale largamente l’uso dell’acciaio. Peraltro si potrebbe argomentare che a oggi il materiale di elevazione che ha dato migliore prova di sé con il Fiano non è né l’acciaio né il legno, ma… il vetro, nel senso del lungo affinamento in bottiglia.

        L’introduzione di una tipologia “riserva” all’interno della denominazione Fiano di Avellino (senza vincoli sulla tecnica di affinamento) consentirebbe innanzitutto di separare i Fiano nati per un consumo ravvicinato (un ossimoro, secondo alcuni) e in generale i “base” da quelli pensati per l’invecchiamento, portando un po’ di chiarezza: se c’è un punto di passaggio obbligato per il Fiano di Avellino, secondo me è questo. Per esempio, le selezioni di Traerte-Vadiaperti (per il Fiano, Aipierti) guadagnerebbero molto da un uscita più ritadata rispetto ai base, da cui al momento li separano pochi mesi.

        Poi è forse vero che siamo ancora in attesa di un Fiano che sia di livello assoluto e che al tempo stesso lo sia con continuità (un esempio addirittura proverbiale di acuti intervallati è il Vigna della Congregazione di Gaita). Qui torna la questione della riserva, perché è evidente che un vino con queste caratteristiche non può essere prodotto in tutte le annate. Pensando a una selezione che è una riserva in pectore, finora Il Cupo di Pietracupa ha scontato una scelta infelice delle prime annate in cui è stato prodotto (2003, 2005 e 2007), ma sulle successive (2008 e soprattutto 2010, se saremo ancora qui quando sarà immessa sul mercato…) si appuntano attese che definirei messianiche — con il corrispondente umano rischio di delusione. Vedremo!

I commenti sono chiusi.