Addio a Mario Pantaleone, il re dei pasticcieri di Salerno

12/12/2018 1.1 MILA
Mario Pantaleone con Osvaldo bevilacqua
Mario Pantaleone con Osvaldo bevilacqua

Mario Pantaleone è morto. Ha fatto appena in tempo a festeggiare i 150 anni di attività della pasticceria più antica e famosa di Salerno, fondata da suo bisnonno, omonimo proprio dove si trova ancora oggi. Scompare un personaggio ricco, colto, amato da tutti. Un pezzo del’antica Salerno che va via dopo aver presidiato per tutta a vita il cuore del Centro Storico a due passi dal Duomo con le sue bontà, tra cui la famosa scazzetta che l’ha reso famoso nata nel 1920.

Mario Pantaleone, nome e cognome della più importante pasticceria salernitana di tutti i temi, almeno da 150 anni, festeggiati proprio all’inizio de 2018. Quasi un cambio di testimone iniziato appunto nel 1868 con il fondatore del laboratorio, Mario Pantaleone, anche lui, che apre nei locali attuali, ad angolo con via Duomo, di fronte alla storica oreficeria Napoli, nella Cappella delle Anime del Purgatorio, uno spazio sacro sconsacrato ed adibiti ad altri usi a seguito delle soppressioni religiose decise da Gioacchino Murat.
In questi tempi veloci stare fermi è importante. Forse l’unico modo per restare avanti. Soprattutto in una delle città che più di tante ha cambiato se stessa negli anni ’50 con percentuale di crescita edilizia degne di Torino e Roma, negli anni ’70 con la devastazione delle spiagge che si aprivano alla Costiera Amalfitana e la nascita del porto, e infine con il grande recupero urbanistico a partire dagli anni ’90 che ha apparato i guai della speculazione pre e post terremoto. Bene, in questa città dove chi abitava a Pastena diceva “vado a Salerno” per indicare il centro e dove le antiche generazioni ancora ricordano l’espressione “Fuori la Ferrovia”, la pasticceria Pantaleone ha rappresentato una granitica certezza. Sempre.
Per generazioni ci si è divisi se fosse superiore la zuppetta o il babà, o se la sfogliata di tizio non fosse superiore a quella sfornata dall’Antica Dolceria (questo il nome ufficiale) in via dei Mercanti. Ma su una cosa si è sempre stati sempre tutti d’accordo: la superiorità e non replicabilità della scazzetta di Pantaleone, un dolce diventato identitario della città e che si inserisce a pieno titolo nell’alta scuola della pasticceria napoletana, quella opulenta dei monzù e non quella rustica e povera di origini rurali. Il termine, dialettale, in italiano si traduce galero, ossia il copricapo indossato dai cardinali alla presenza del papa. Gli ingredienti sono semplici, tra pan di Spagna, fragoline di bosco, crema e glassa rossa che la contraddistingue. Un modo geniale, creato quasi cento anni fa, nel 1920 per la precisione, che abbina la dolcezza della preparazione alla freschezza delle frutta creando un gusto che ancora oggi si può definire attuale, moderno proprio per questa sua caratteristica oggi molto ricercata nell’alta pasticceria.

“E’ il nostro biglietto da visita – disse Mario ad Alfonso Sarno in una delle loro innumerevoli conversazioni poi rimandate sul web – ma noi, da sempre, ci caratterizziamo per i dolci di tradizione preparati al tempo e momento giusti: il viccillo, ovvero il casatiello dolce che si mangia  il giovedì ed il sabato santo, giorni dedicati alla visita dei “Sepolcri”, le zeppole di san Giuseppe  il 19 marzo; chiacchiere, castagnole e sanguinaccio per Carnevale; torroni e croccanti di nocciole durante le feste natalizie”.

Mario Pantaleone era stato l’erede, insieme al fratello scomparso prematuramente, di questa grande tradizione riuscendo a tenere sempre alto, con l’aiuto di tutta la famiglia, il tono della pasticceria, una eleganza assoluta in cui la felice borghesia degli anni ’60 ci si ritrovava in pieno scendendo anche da via Indipendenza dove allora risiedevano i ceti più abbienti, e si è messa in fila per generazioni e generazioni la domenica mattina oppure per la dolce merenda del pomeriggio, uno dei pochi strappi alimentari alla regola che all’epoca i genitori concedevano ai loro figli.
Negli anni del boom economico in questa pasticceria si trovano distillati di qualità, le novità provenienti dalla Scozia, i vini più pregiati italiani e francesi ed era un riferimento per tutto ciò che di dolce si desiderava.
Sanguigno ma al tempo stesso misurato, che non sia letto come ossimoro, Mario si scaldava facilmente quando si parlava del suo lavoro, da figlio d’arte aveva assistito al progressivo declino dell’uso delle materie fresche, la nascita della concorrenza seriale dei preparati semi-industriali, di tutto ciò insomma che alla fine ha reso intercambiabili e uguali, perché prive di segreti, tutte le pasticcerie. Ma alla fine ogni discussione si chiudeva con una risata, un invito a un assaggio, alla richiesta di una informazione su un prodotto.
Pantaleone è rimasto un riferimento assoluto per i salernitani veraci anche quando il baricentro si è spostato verso la stazione, quando la borghesia ha popolato le case di corso Garibaldi e di Corso Vittorio Emanuele e poi di Sala Abbagnano e si sono moltiplicate altre pasticcerie che ben lavoravano e lavorano. Ma alla fine proprio questa accresciuta e improvvisa marginalità di via dei Mercanti, un tempo strada principale, l’ha preservata conferendo ad essa una atmosfera presepiale, e perciò confortante e magica, fiabesca. Non c’è più Livio il giornalaio perché i iornali si vendono sempre meno, il bar dei Mercanti ritrovo di intellettuali e acchiapponi negli anni ’70 ha cambiato gestione, la libreria Carraro si è chiusa poco dopo l’addio dell’Università al centro cittadino per spostarla più vicino ad Avellino. Non c’è il collezionista di ceramiche Tafuri e neanche l’inventore dell’arte presepiale salernitana Peppe Natella. Niente, ci sono telefonini che squillano.
Ad uno ad uno, nell’inesorabile cambio generazionale che impone la vita, i riferimenti di un’epoca passata si sono ritrovati altrove, forse in Cielo, forse chissà in quale spazio cosmico. Ma come d’incanto, le loro figure continuano a vivere quando si attraversano i vicoli della città colta, quella che dominava la scena della Medicina mille anni fa.
Non iniziamo a citare i potenti italiano e mondiali, ama soprattutto attori, scrittori e intellettuali che hanno frequentato questa pasticceria, tappa obbligata quando qualcuno era in visita a Salerno, perché certo non basterebbe tutta la pagina del giornale per elencarli tutti da Elena Croce in poi.
Mario consegna alla nuova generazione un nome di prestigio e una tradizione intatta che non ha avuto paura neanche di sbarcare su facebook. Una vita intera a lavorare, solo a lavorare, avanti e indietro per via dei Mercanti a fare i conti con il tempo che passa e la città che cambia. Come tutti quelli che hanno avuto un ruolo pubblico, resta nella memoria visiva e, da un punto di vista politco-gastronomico, uno di quelli che si è sempre schierato per la qualità.
E adesso è facile immaginarlo mentre offre un pezzo di scazzetta a San Pietro perché era questa la chiave per andare subito in Paradiso come ben sanno tutti i salernitani che l’hanno mangiata.

 

3 commenti

    Giancarlob

    (12 dicembre 2018 - 17:33)

    R.I.P.: un vero signore d’ altri tempi !
    Un suo cliente di Milano.

    Pietro

    (15 dicembre 2018 - 10:54)

    Mio padre buonanima alla Scazzetta preferiva la Bomba Alla Fragola che Mario e il fratello erano orgogliosi di suggerire come nicchia per intenditori rispetto alla più popolare Scazzetta. I Vol-Au-Vent di Mario erano superiori a quelli di Fauchon a Parigi o di Peck a Milano. Davvero. E potrei continuare.
    Nella lista della “Salerno time capsule” aggiungiamo la Gelateria Buonocore, la Rosticceria Sabatino e il Vicolo della Neve (entrambe ancora attiva ,ma ………….non c’è paragone con ciò che erano anche solo 25 anni fa) e l’Alcool Cafè di Largo Campo.

    Camillo Vicinanza

    (22 dicembre 2018 - 23:09)

    Sono Camillo Vicinanza da Roma apprendo ora con immensa tristezza la notizia della scomparsa del Caro Mario, la nostra amicizia è lunga poichè il mio padre era fornitore di vino alla famiglia e lo stesso Mario ogni qualvolta da Roma vengo nella mia città natale non potevo fare a meno di comprare i suoi deliziosi dolci, ed ogni volta ricordava che suo nonno diceva che la domenica lo deliziava il vino di mio padre.
    Ed i o gli ricordavo la bella pubblicità che veniva diffusa allo stadio Vestuti “NON E’ DOMENICA SENZA UN DOLCE PANTALEONE”
    Caro Mario ti scrivo con le lacrime agli occhi la triste notizia mi ha colpito immensamente.
    Ti avrò sempre nel cuore ed ogni qual volta andrò a Salerno la scazzetta e la zuppetta sarano sempre accompagnate dal tuo sorriso e dal tuo abbraccio quando ci salutavamo.
    Ti ricordo affettuosamente Camillo Vicinanza

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