I pici, Celle sul Rigo e il coraggio di una comunità | Intervista alla sindaca Agnese Carletti
di Tonia Credendino
A Celle sul Rigo i pici non si spiegano: si fanno. A mano, uno per uno, ancora oggi, come cinquant’anni fa. È da qui che parte una storia che non riguarda solo una pasta, ma il modo in cui una comunità ha scelto di restare viva. Nel cuore del comune di San Casciano dei Bagni, questo piccolo borgo ha costruito nel tempo la propria identità partendo da ciò che aveva: acqua, farina e mani. I pici, pasta povera del Centro Italia, qui non sono una ricetta da raccontare, ma un gesto da ripetere, tramandato e condiviso.
È lo stesso gesto che ritrovo poco dopo, seduta a tavola all’agriturismo Il Poggio, durante Fonti di Vino. Fuori, le colline si aprono tra Val d’Orcia e Val di Chiana, con lo sguardo che arriva fino alla Rocca di Radicofani, all’Amiata e al Monte Cetona: un paesaggio che non accompagna, ma costruisce il piatto. Il Poggio nasce dall’unione di aziende di famiglia e sviluppa nel tempo un modello preciso, fatto di azienda agricola biologica, ospitalità e ristorazione profondamente legate alla terra. Qui la cucina non interpreta, prosegue: materie prime aziendali, filiera corta, piatti delle Terre di Siena, dalla cinta senese alle carni selezionate, dall’olio extravergine ai vini della casa. E i pici, che arrivano come devono arrivare, spessi, irregolari, vivi, spesso all’aglione nella loro forma più essenziale, senza adattamenti né alleggerimenti, semplicemente fedeli a sé stessi. In quel piatto c’è già tutto, il gesto, il territorio, la continuità.
È da qui che il racconto torna al paese. «I pici non sono nati a Celle, o quantomeno non possiamo dimostrarlo, ma è grazie alla nostra sagra se oggi sono così conosciuti», racconta la sindaca Agnese Carletti. Ed è proprio nella sagra che questo gesto diventa collettivo: ogni anno l’intero paese si ritrova, donne, uomini e bambini si incontrano per “appiciare”, tirando a mano i pici uno per uno. Non è una rievocazione, è una pratica viva. L’appuntamento è in Piazza Garibaldi, ogni ultimo weekend di maggio, per una tradizione che affonda le radici nel 1969, quando la Sagra dei Pici nasce per sostenere la Società Filarmonica del paese e continua ancora oggi a rappresentarne il cuore economico e culturale. Nel tempo è cresciuta senza perdere autenticità, con circa nove quintali di farina lavorati ogni anno e migliaia di porzioni servite nei tre giorni di festa, ma il punto non è il numero, è il significato.
«Oggi sappiamo quanto valore abbiano i piatti poveri, ne riconosciamo l’identità e il legame con il territorio, ma oltre cinquant’anni fa non era così», spiega la sindaca. «Si parlava della pasta della festa, della pasta all’uovo, non di quella che si mangiava tutti i giorni perché non c’era altro». È qui che si misura la portata di quella scelta: «Immaginare che quel piatto potesse diventare uno strumento di attrazione e di promozione del paese, oltre che il mezzo per sostenere la banda, è stata una visione, e così per oltre cinquant’anni la sagra è cresciuta mantenendo sempre lo stesso principio, i pici fatti a mano». Accanto alla sagra restano oggi luoghi come Il Poggio e la Trattoria La Pace a custodire questa manualità, ma il presente si confronta con una fragilità concreta.
«Le persone che fanno i pici sono sempre meno, il paese soffre dello spopolamento come tanti piccoli borghi italiani», racconta Carletti, «per questo la sagra si farà, ma in forma ridotta, abbiamo scelto di diminuire le dimensioni per garantire la qualità e mantenere il lavoro manuale». Nel frattempo è venuto meno anche un punto di equilibrio fondamentale: «Ha chiuso il bar del centro storico, insieme a un ristorante dove si potevano mangiare i pici, abbiamo provato a gestirlo come circolo, ma non ce l’abbiamo fatta». Da questa mancanza nasce però una nuova direzione, più consapevole.
«Abbiamo voluto stimolare la comunità nella costruzione di un progetto che nascesse dal basso, ci siamo chiesti cosa serviva davvero e come potevamo costruirlo insieme», spiega la sindaca. Il risultato è la Piceria di Comunità, un progetto costruito attraverso partecipazione, progettazione e accesso agli strumenti della Strategia Nazionale Aree Interne. «Questo percorso ci ha permesso di recuperare l’immobile dello storico bar del paese, che sarà ristrutturato e restituito alla comunità», racconta, mentre intorno si costituisce una cooperativa di comunità fatta da persone del luogo che si occuperanno della gestione. La visione è chiara e concreta: «Si chiamerà Piceria, ci sarà il bar, il punto di ritrovo del paese e anche per chi arriva da fuori, e ci sarà la possibilità di comprare i pici crudi o di mangiarli sul posto in modo semplice, come una sagra permanente».
E allora quel piatto di pici torna al centro del racconto, quello mangiato a Il Poggio, quello fatto a mano nelle case, quello servito durante la sagra: è lo stesso gesto che si ripete, in forme diverse ma con la stessa intenzione. I pici, a Celle sul Rigo, non sono solo una pasta, ma un sistema che tiene insieme tradizione, economia e comunità, un modo concreto per continuare a esistere senza perdere identità. Impastare, tirare, restare.




