Il Catarratto Arbëreshë, viaggio alla scoperta del grande bianco siciliano
di Talia Mottola
Tra la costa e le vie interne, a diverse altitudini, percorrendo un viaggio lungo che ti regala del tempo per riflettere: questo è l’itinerario che ti conduce tra i vigneti del Catarratto. Nella Sicilia Occidentale, dove ogni paesaggio comunica asprezza, vigore, intensità , questi vigneti sono la parentesi e la virgola che trattengono ogni pensiero.
Il nome ha un’etimologia incerta, ma tra le ipotesi si pensa che il termine Catarratto sia una parola che derivi dal greco e che nel dialetto siciliano sia stata usata per indicare abbondanza. Una generosità evidente già dalla pianta, mediamente vigorosa con foglie grandi. Un’abbondanza che dipinge questi paesaggi distendendone i toni.
Un’ uva considerata per troppo tempo da taglio e che oggi si riprende la sua rivincita.
Arca- Associazione Regionale del Catarratto Autentico, è un patto culturale tra sei aziende familiari siciliane che si riuniscono per restituire dignità al vitigno. Lo fanno custodendo identità, storia e tradizione, con uno slancio innovativo verso una produzione che mette al centro uomini e donne, popoli e culture. Una realtà interterritoriale che va dalle Madonie alle valli agrigentine, dal cuore nisseno alle campagne trapanesi.
Catarratto si traduce anche in realtà intergenerazionale se si pensano a due tra le cantine facenti parte dell’Associazione: Caruso&Minini e Castellucci Miano.
Nella prima Stefano Caruso lascia alle figlie la gestione dell’ impresa che lui ha fondato. Siamo a Marsala, ma è a Salemi che questa realtà dinamica e contemporanea della viticoltura siciliana esprime il suo cuore produttivo.
Giovanna Caruso primogenita di Stefano ha lasciato il suo lavoro da avvocato per dedicarsi completamente alla vigna di famiglia. E’ lei che si lascia affiancare dal padre ma anche dal marito- piemontese che ha deciso di trasferirsi in Sicilia per amore- e decide di unire tradizione a modernità. La cantina ha colori vivaci, come le etichette disegnate dal Laboratorio Zanzara di Torino, cooperativa sociale per l’integrazione e la creatività delle persone con disabilità mentale, sotto la cura artistica di Gianluca Cannizzo. Un’ illustrazione che ti riporta a flora e fauna locali con uno stile semplice che guarda a Matisse. Un luogo adatto per l’enoturismo, se si pensa anche alla vicinanza delle saline per un tramonto che è unico al mondo grazie ai riflessi rosa delle vasche, ai mulini a vento e alle isole sullo sfondo.
Il lavoro in cantina è minimalista ma anche molto attento alla sicurezza dei lavoratori con impianti che guardano al benessere degli operai. I vigneti su 120 ettari, tutti biologici, vengono raggiunti dal vento che avvolge le piante con i sali leggeri del mare, una sapidità che ritroveremo nel vino. Il terreno è pieno di pietre, chiamate cuti, che proteggono le radici dal caldo eccessivo.
In cantina alle degustazioni viene abbinata una cucina che parla di quel territorio: tonno- pescato rigorosamente seguendo la stagionalità della pesca- con cipolla in agrodolce, cous cous con verdure e pesce, polpette di pane e menta, e la caponata.
Una cucina siciliana che si abbina perfettamente ai vini di Caruso&Minini dove la gentilezza, la vivacità e la bellezza del posto e della famiglia Caruso ti accoglie senza compromessi.
Catarratto è anche la storia di Piero Piazza figlio di Nino ritratto in una foto nella sala degustazione insieme a due abitanti di Valledolmo. Nino non c’è più, ed a Piero oggi si affianca l’enologo Tonino Guzzo, entrambi credono in un Catarratto di montagna . Siamo sulle pendici orientali delle Madonie, dove si trova uno dei più significativi esempi di viticoltura collinare e conservazione della biodiversità viticola in Sicilia. La cantina di Piero rinasce in una vecchia cantina sociale e questo da subito l’idea di dove si vuole andare: controcorrente. Investire sul Catarratto come vitigno d’altura, rivalutando protocolli di vinificazione orientati alla longevità. Qui i nomi di alcuni vini riprendono i soprannomi delle famiglie di Valledolmo. Non è il caso di Shiarà, affinato 18 mesi su lieviti, vino simbolo della cantina che ha dimostrato quanto può essere longevo un Catarratto. Nino Piazza era astemio, a differenza del figlio Piero, ma ha creduto con vera fede nella cantina come chi non ha bisogno di vedere o sentire ma ci crede e basta. Il primo assaggio era destinato per la moglie, mamma di Piero. Era così che Nino testava il suo vino.
Il Catarratto a Feudo Disisa, a Monreale, fa parte della famiglia Di Lorenzo da oltre un secolo. Siamo nell’area del Doc Monreale, tra le denominazioni più estese della provincia di Palermo. Un territorio prettamente rurale e agricolo, dove la vigna, insieme all’ulivo e al grano, ha contribuito a definire l’ espressione di una cultura contadina che, proprio in questo angolo di Sicilia, ha visto compiere grandi processi storici e sociali: dalla nascita dei Fasci siciliani alle lotte per la riforma agraria, fino al superamento del Feudo come unico modello di proprietà fondiaria. Un’azienda a tutto tondo, che oltre alla vigna presenta terreni a uso seminativo e uliveti: l’olio di varietà Cerasuola, Biancolilla e Nocellara è un extravergine che abbinato a zuppe è eccellente.
Mario Di Lorenzo, il titolare ci ha raccontanto della leggenda di un tesoro trovato in quelle terre dove oggi c’è il vigneto. Un tesoro che ha saputo restituire in termini di identità territoriale, e di storia familiare, un’azienda e dei vini che ci raccontano l’essenza di vitigni autoctoni già ampiamente apprezzati, soprattutto all’estero. Qui, nella Sicilia nord-occidentale da Disisa si beve anche un Fiano eccellente. Luogo ideale per l’enoturismo dove l’accoglienza ha inizio con una sosta nell’antico Baglio seicentesco con una veduta sulle campagne siciliane che trova pieno godimento bevendo Lu Bancu 100% Catarratto affinato 10 mesi sui lieviti imbottigliato dopo un anno: frutto di pazienza e memoria agricola di tre generazioni.
Il Catarratto ha mostrato anche una vocazione sorprendente alla spumantizzazione diventando così base ideale per una bollicina siciliana. E’ il caso della cantina Lombardo dei fratelli Salvatore, Gianfranco e Roberto, a Caltanisetta, nel centro della Sicilia. Una terra di immigrazione per il Catarratto. Dopo il Nero d’Avola Lombardo inizia nel 2008 un nuovo capitolo: il “Sua Altezza” , che prende il nome della tenuta dove accolgono gli ospiti, è una bolla siciliana al 100%.
La cantina Bagliesi ci porta nella Sicilia centro meridionale dove il vitigno, secondo l’enologo Guzzo che se ne occupa, ha un valore del biologico e una salubrità rilevante. Tra i vini che rappresentano la loro anima, il Vb59, il Masì e lo spumante Metodo Martinotti.
Il Catarratto ha già superato i confini dell’isola, e parla un linguaggio globale che viene ben compreso oltreoceano. I maggiori importatori sono Stati Uniti e Giappone. Ma ai viticoltori siciliani questo non basta. Il loro obiettivo è che il vitigno venga riconosciuto nella loro terra e in Italia come una creatura vivente che abita quei paesaggi. Ogni cantina risiede in un luogo unico che merita di essere vissuto per le esperienze di cucina e storia. Non solo. Le vie del Catarratto sono interessanti anche per gli amanti del trekking: la Magna Via Francigena è di questi luoghi. Ma anche presso la Cantina Di Bella di proprietà del Presidente di Arca, Sebastiano Di Bella, c’è un interessantissimo percorso che porta alla Grotta di Mirabella, che al suo interno custodisce importanti incisioni rupestri del Neolitico che in cantina sono state riportate su una delle etichette. Unisce tutti il Catarratto, delinea l’identità di un luogo ma anche di un popolo tra i popoli. In questo grande progetto di rivalsa ci sono anche le comunità Arbëreshë nella Valle dello Jato. E’ qui che Arca patrocinata dal Comune di Santa Cristina Gela con il sostegno della Regione Sicilia celebra il vitigno siciliano più coltivato, insieme alla cultura Arbëreshë, nella prima festa del Catarratto tenutasi nella sua prima edizione il 6 e 7 giugno.
Arbëreshë insieme a Catarratto risultano così essere la faccia di una sola medaglia con un unico valore inestimabile, l’affermazione di un popolo e quella di un vitigno.
Foto di Gaetano Massa






