Il Vesuvio racconta Napoli: nella Sala Sisto V il vino diventa storia, territorio e identità
di Fosca Tortorelli
Il Vesuvio non resta sullo sfondo, entra in città, prende la parola e si racconta attraverso i suoi vini. È questo il senso di Vesuvio Wine Day 2026, la due giorni ospitata nella Sala Sisto V del complesso monumentale di San Lorenzo Maggiore, dove produttori, istituzioni e appassionati si sono ritrovati per costruire un racconto nuovo del territorio vesuviano, che vuole essere meno cartolina e più identità viva.
Un ritorno simbolico nel cuore della città, dove il vino diventa linguaggio per leggere il legame tra Napoli e il suo vulcano: “Il Vesuvio e Napoli non sono due realtà separate, ma un unico paesaggio culturale”, è stato sottolineato in apertura.
A dare profondità al contesto è stato Padre Giambattista, che ha ricordato la stratificazione storica della Sala Sisto V: “È una sala straordinaria perché qui la città ha discusso, deciso, costruito la propria storia. Qui la storia non si conserva soltanto, ma continua a dialogare con il presente”. Dal refettorio conventuale alla sede del Parlamento napoletano con Alfonso d’Aragona, fino al lungo attraversamento dei secoli, lo spazio si conferma luogo simbolico della vita civile di Napoli.
Proprio al legame con il territorio vesuviano si collega il racconto della Catalanesca. “C’è anche un legame con il vino per Alfonso d’Aragona – ha ricordato Padre Giambattista – perché la storia, o la leggenda, dice che il vitigno sia stato portato nei luoghi vesuviani in quell’epoca. È una storia d’amore: il re si sarebbe innamorato di una dama e, non potendo coronare l’unione, le avrebbe donato questo vitigno con l’impegno di farlo fruttificare in questa terra”.
Da quel gesto simbolico nasce la diffusione della Catalanesca, oggi tra le varietà più identitarie del territorio. Un racconto che trasforma la vite in eredità culturale e il vino in memoria collettiva.
Su questa continuità tra passato e futuro si inserisce l’evento promosso dal Consorzio di Tutela dei Vini del Vesuvio. “Il nostro obiettivo non è solo far degustare un vino – ha dichiarato il presidente Ciro Giordano – ma far comprendere che ogni bottiglia nasce da un paesaggio umano prima ancora che agricolo”.
Un messaggio condiviso dalle istituzioni, con il sostegno della Regione Campania e la collaborazione del Parco Nazionale del Vesuvio, in una strategia che unisce tutela ambientale e valorizzazione del territorio.
Il cuore dell’evento è stato il percorso di degustazione attraverso i quattro versanti del vulcano: lato mare e lato interno del Monte Somma e del Vesuvio. Una vera mappa sensoriale in cui pochi chilometri cambiano profumi e struttura dei vini. “Sul Vesuvio non esiste un solo vino, ma tante interpretazioni quanti sono i suoi paesaggi”, è stato osservato.
Le differenze sono nette: freschezza sui versanti più alti, maggiore maturità aromatica nelle zone marine, sapidità nei suoli vulcanici più ricchi. Un mosaico che restituisce la complessità del territorio.
Il confronto si è poi ampliato con l’Etna, altro simbolo della viticoltura vulcanica mediterranea. Il dialogo con l’Etna ha evidenziato affinità e differenze, con variabili che portano a identità aromatiche profondamente diverse.
“Il vino vulcanico non cerca perfezione tecnica, ma autenticità. È un vino di energia e resilienza”, è stato sottolineato durante le degustazioni dal presidente Ciro Giordano.
L’obiettivo finale resta quello di riportare Napoli al centro del racconto del Vesuvio, non solo luogo di consumo, ma punto di partenza per conoscere il territorio. “Chi assaggia questi vini deve sentire il desiderio di salire sul vulcano e incontrare i produttori”, è stato ribadito.
Dentro la Sala Sisto V, tra affreschi delle virtù del buon governo e secoli di storia, il Vesuvio si è così presentato come territorio vivo e contemporaneo. E alla fine, tra calici e racconti, resta l’immagine di una Napoli che si riconosce nel suo vulcano, dove la storia diventa vino e il vino diventa futuro.

