Intervista ad Antimo Caputo sul XXIII Campionato Mondiale del Pizzaiolo
di Mariangela Barberisi
«Sono stati tre giorni incredibili, un’esplosione di colori e bandiere dall’Asia all’America. Alla fine, a salire sul gradino più alto del podio è stato un ragazzo originario di Alife in provincia di Caserta, uno dei tanti talenti volato in Australia per trovare il proprio spazio nel mondo del lavoro. La sorpresa più incredibile? Il secondo e il terzo posto conquistati da due donne, una coreana e una giapponese». E’ il commento di Antimo Caputo, CEO del Mulino campano
sulle vittorie della Caputo Cup tornata a Napoli per il XXIII Campionato Mondiale del Pizzaiolo. E’ infatti Simone Zullo, 36 anni, il pizzaiolo arrivato primo nella categoria Pizza Napoletana S.T.G., papà di due gemelli e proprietario della pizzeria Fratelli Pulcinella in Austrialia.
Con l’Associazione Pizzaioli ha fatto il giro del mondo in 365 giorni.
«È stato un anno straordinario. I maestri dell’associazione (APN) sono stati a Tokyo, in Corea, in Cina, in America e in Sud America.
Hanno viaggiato con l’obiettivo di scoprire i migliori talenti capaci di incarnare l’arte del pizzaiolo napoletano.
Cosa rappresenta questo Campionato?
«E’ un evento unico. C’è una contaminazione di arte, tecnica e ingredienti incredibile. E quest’anno c’è una delegazione americana estremamente importante».
Qual è il messaggio che parte da Napoli?
«I tanti Paesi rappresentati in questa tre giorni rappresentano un inno all’artigianalità e alla voglia di stare insieme. È un modo in cui si connettono tante culture diverse. Soprattutto, serve a ricordare che Napoli è la capitale della pizza, un luogo aperto e di confronto».
Un percorso che conferma la forza di una tradizione tutta partenopea?
«Si parte da quella napoletana, che è la nostra tradizione, ma si scoprono anche altri stili come quella americana, quella coreana e giapponese. Questa è una cosa straordinaria e siamo orgogliosi di esserne i più grandi promotori. Immagino proprio questo: fare il giro del mondo in un solo piatto attraverso la pizza».
In questa edizione c’è grande attenzione per la pizza “stile americano”?
«Sì, abbiamo la slice americana. Oggi la pizza non è più vista solo come un piatto unico e questo permette un grande gioco al tavolo, stimolando la voglia di contaminazione. È un concetto molto americano, ma che sta prendendo piede in tante parti dell’Asia e anche in Italia».
Non si rischia di perdere le radici napoletane?
«Assolutamente no. La pizza è un piatto vivo, giovane e amato da tutti. La nostra tradizione rimarrà sempre immutabile».
Cosa scoprono i tanti stranieri, in particolare gli americani, quando arrivano a Napoli?
«L’America oggi viene qui e scopre una città molto diversa da quella che si immagina. C’è un mix napoletano unico tra cultura, storia, arte, bellezza e buon cibo, ma soprattutto gli americani scoprono una città complessa e ricca, legata a doppio filo proprio con gli Stati Uniti: pensiamo ai tantissimi italiani che sono andati in America e ne hanno fondato una parte».
Qual è l’atmosfera che si respirava tra i pizzaioli?
«Mi ha emozionato la presenza di famiglie e tanti bambini. C’era un bimbo che indossava la maglia dell’Argentina con il numero 10: dal calcio di Maradona alla pizza, dentro questo evento c’è davvero tutto».
Il futuro della pizza è dei giovani?
«Su questo dato sono molto fiducioso. Spesso si parla del loro rapporto con i social network, ma io penso che sapranno dominarli e non ne saranno dominati. Vedo una grande opportunità in tutti questi ragazzi che guardano i social con un occhio più lucido. Tutto questo porta una ventata di freschezza ed entusiasmo al nostro mondo».
